Il film Naza, la banalità del male e l’abisso che c’è dentro di noi
Spontaneo (e facile) cercare il mostro. Ma nessuno nasce predisposto alle atrocità. Studi mostrano come abitudini, obbedienza agli ordini, paura e sospetto possano trasformare le persone in esecutori di stragi

Quando nei cinema le luci si riaccendono, nessuno si alza dalla poltrona. In sala un silenzio agghiacciante, nessuno parla, non vola una mosca. Quello è il momento che racconta davvero che cosa sia Naza , il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che da settembre riempie i cinema italiani. Cosa accade in quelle sale dopo l’ultima inquadratura, mentre scorrono i titoli di coda? Il documentario, nella forma, è semplice. Ventiquattro tra ufficiali e soldati israeliani, intelligence, reparti d’élite, raccontano i loro ruoli operativi a Gaza: la sorveglianza di tutti i telefoni cellulari, la mappatura di ogni metro quadro di territorio, l’attesa che un obiettivo rientri dalla sua famiglia per colpirlo lì, a casa, spesso di notte. Parlano anche loro di notte, sui tetti di Tel Aviv, con i volti nel buio e le voci alterate. Alcuni si dicono esecutori di ordini, qualcuno ammette di essersi divertito. Alle loro spalle la città vive una paradossale normalità: finestre accese, mani che cucinano, che puliscono un tavolo con uno strofinaccio, una terrazza dove si cena. Il titolo è una sigla militare, nezek agavi , «danno collaterale»: il numero di civili che si prevede, e dunque si accetta, di uccidere prima ancora di colpire. Collaterale, ciò che sta di lato, la cornice che circonda quell’abisso.
Viene spontaneo (e facile) cercare il mostro e qualche voce del docufilm sembra offrircelo. Ma Richard Rechtman, psichiatra e antropologo francese che ha passato trent’anni ad ascoltare i sopravvissuti del genocidio cambogiano, ci toglie ogni alibi. Nel suo libro Le vite ordinarie dei carnefici (Einaudi, 2022) scrive che la maggior parte degli esecutori di stragi non ha passioni ideologiche, né pulsioni sadiche: «Uccidono semplicemente come altri vanno al lavoro». In Ruanda, osserva, i tutsi furono massacrati dai loro vicini di casa, in quanto nemici: uccidere uno di questi uomini o una di queste donne per gli hutsi non era uccidere un proprio simile, ma un essere radicalmente diverso, proprio come gli ebrei erano considerati dai nazisti. Le milizie del cosiddetto movimento «hutu power» chiamavano i tutsi inyenzi , «scarafaggi» per sottolineare la loro non-appartenenza al mondo umano e diffondevano liste di persone da uccidere, pianificando il genocidio. Rechtman, senza finti moralismi, vuole scendere nella vita ordinaria dei carnefici, di qualunque nazionalità essi siano: mangiare, bere, riposarsi, spostarsi, divertirsi: «Il loro senso del bene si fonda sul lavoro ben fatto, sul rigore, sulla cura riservata al rispetto delle procedure. La regola, nient’altro che la regola. La stessa regola intransigente che ordina di punire le mancanze, ma rende omaggio al lavoro ben fatto».
Ma come si arriva a quel punto? Nel 1965 lo storico americano William Sheridan Allen pubblicò lo studio di una cittadina della Bassa Sassonia, Northeim, che nel libro chiamò Thalburg. Sì, proprio quella Sassonia tornata recentemente all’onore, si fa per dire, delle cronache. Thalburg aveva circa diecimila abitanti, molto commercio, poca industria, e una domanda semplice e terribile: come può una democrazia trasformarsi rapidamente in una dittatura nichilista? Einaudi ha pubblicato quel saggio con un titolo da manuale: Come si diventa nazisti . Allen mostra che la presa del potere, nel 1933, avvenne in larga misura dal basso: sui giornali, nelle associazioni, nei cori, nelle società sportive; tutti contesti normali, perfino banali, finché la paura e il sospetto non sbriciolarono ogni legame e relazione della città. Nel 1930 i nazisti avevano a Northeim un quarto dei voti, due anni dopo, i due terzi. Nessuno si sveglia carnefice, sostiene Allen, ma tutti lo possono diventare: un’abitudine alla volta, una parola alla volta. E che tra i luoghi della banalizzazione del male a Northeim ci fossero anche le organizzazioni sportive non sorprende. Byung-Chul Han nel capitolo de La scomparsa dei riti (Nottetempo, 2021) dedicato al passaggio «dal duello alla guerra coi droni», riprende un grande classico, Homo ludens di Johan Huizinga (1938), che riconduce la guerra arcaica all’ambito sacrale del gioco. Huizinga sostiene che le regole della guerra, nella notte dei tempi, erano depositate nel tempio di Artemide: «Arco, fionda e giavellotto erano proibiti, soltanto spada e lancia potevano determinare la contesa».
Un principio di reciprocità e simmetria che chi ama Omero ricorda nel sesto canto dell’ Iliade , quando Glauco e Diomede, nemici che stanno per sfidarsi a duello, scoprono un antico vincolo di ospitalità tra le loro famiglie, rinunciano al combattimento e si scambiano le armature, come due calciatori scambierebbero la maglia da gioco. Quando si riconosce l’avversario e si mantiene la simmetria perfino nella barbarie della guerra si accende una scintilla di civiltà. Il duello è per Huizinga, un gioco rituale, in un luogo definito: «Le armi devono essere esattamente uguali; si dà un segnale per cominciare o per finire, il numero dei colpi è prescritto». È, parola per parola, un regolamento sportivo. Byung-Chul Han lo dice ancora meglio: nel duello «il punto non è la distruzione dell’altro, bensì l’onore» e l’avversario non è un criminale da annientare, ma da sfidare con pari dignità. Perfino la caccia, in origine, aveva le sue regole: l’animale non andava ucciso nel sonno, lo si costringeva al risveglio, per poter fuggire e conservare lo sguardo fino all’ultimo. «L’Altro», scrive Han, «è lo sguardo». Naza mostra esattamente il contrario e lo sbatte in faccio al nostro, di sguardo, sui maxischermi di un cinema. Byung-Chul Han descrive la guerra con i droni come la fine di ogni reciprocità. I piloti lavorano su turni, gli obiettivi sono deumanizzati, uccidere è una prestazione, l’aggressore si sottrae del tutto alla vista e gli viene assegnata una score card. «L’uccisione attraverso un clic col mouse», scrive, «è una caccia al criminale ancor più brutale di quella alla selvaggina». Basta guardare le tante immagini di civili inseguiti come animali spauriti e infine uccisi da droni nella guerra fra Russia e Ucraina. Byung-Chul Han cita un ex direttore della Cia: «Ammazziamo le persone sulla base di metadati». Nessun segnale d’inizio, nessun numero di colpi prescritto, nessun volto. È il dataismo dell’uccisione quello per cui il bersaglio non va svegliato: va aspettato mentre torna a casa. E se moriranno anche i suoi cuccioli, pazienza, anzi più è importante l’obiettivo, più si alza il confine di ciò che è accettabile. La gamificazione della guerra penetra così nel cervello di chi bombarda un ospedale davanti allo schermo di un computer, con una tazza di caffè sulla scrivania. Clicca, uccide, finisce, spegne e va a prendere i bambini all’uscita da scuola, mentre la sua score card è migliorata.
Il momento della storia dell’umanità che stiamo vivendo è quello in cui il carnefice di Rechtman e il giocatore di Huizinga si separano per sempre. Quel silenzio agghiacciante in sala, dunque? Byung-Chul Han sostiene che il nostro tempo ha smarrito i riti, forme condivise che costruiscono comunità, spesso senza bisogno di parole. Forse in quelle sale, per qualche minuto, un rito ritorna. Non si applaude, perché l’applauso si riserva agli spettacoli e quello non lo è. Si tace, insieme. Non è il silenzio dell’indifferenza, quello che Rechtman riconosce nei carnefici di fronte al destino delle loro vittime. È il suo esatto contrario, un sentimento che non trova le parole: il modo che il pubblico ha per restituire lo sguardo a chi ne è stato privato. Poi, dal cinema, si esce. Fuori le luci sono accese: finestre aperte, mani che cucinano, qualcuno cena sul terrazzo, a Roma come a Tel Aviv. Forse è per questo che nessuno riesce a dire una parola: perché quel documentario non svela carnefici. Parla dell’abisso che potenzialmente abbiamo dentro. Parla di noi.
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