I missionari e la geografia che sfugge alle mappe del potere

Nel centenario della Giornata Missionaria Mondiale, la Chiesa rinnova il suo impegno accanto alle popolazioni colpite da guerre e povertà. Una presenza che va oltre l’emergenza, per difendere la dignità delle persone, promuovere l’educazione e ricostruire legami di fiducia
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October 18, 2026
I missionari e la geografia che sfugge alle mappe del potere
Profughi in un centro missionario in Burundi /Foto Siciliani
Esiste una geografia che sfugge alle mappe del potere. La disegnano i missionari e le missionarie che scelgono di rimanere accanto alle popolazioni anche quando la guerra, la povertà e l’instabilità sembrano cancellare ogni prospettiva di futuro. Dal Sudan alla Repubblica Democratica del Congo, fino alle regioni tormentate del Sahel, la loro presenza racconta una storia diversa da quella scandita dai conflitti e dagli interessi geopolitici. È la testimonianza di una Chiesa che condivide la sorte degli ultimi e restituisce alla speranza il suo significato più concreto. Su queste frontiere dell’umanità, il Vangelo si traduce in prossimità e la missione diventa espressione di una fraternità capace di resistere alla violenza.
È in questo scenario che oggi, domenica, la Chiesa celebra la centesima Giornata Missionaria Mondiale, istituita da Pio XI nel 1926. Il centenario cade in un’epoca segnata da guerre, disuguaglianze crescenti e crisi del multilateralismo. Il tema scelto da Leone XIV, «Uno in Cristo, uniti nella missione», assume così il valore di una provocazione evangelica. In un mondo attraversato da contrapposizioni e nuove barriere, la comunione cristiana è chiamata a diventare una forza di riconciliazione, capace di incidere nella storia attraverso scelte concrete di solidarietà.
La gravità della crisi internazionale emerge soprattutto dalle sue conseguenze umanitarie. Milioni di persone sono costrette ad abbandonare le proprie case, mentre intere regioni rimangono prive di servizi essenziali. A rendere ancora più precaria la situazione contribuiscono il peso del debito sulle economie più fragili e la contrazione degli aiuti internazionali, che colpisce soprattutto le fasce più vulnerabili. In simili contesti, l’impegno missionario acquista un significato che supera la risposta all’emergenza. Annunciare Cristo comporta la responsabilità di accompagnare le persone, difenderne la dignità, promuovere l’educazione e ricostruire legami di fiducia. Una carità illuminata dalla giustizia può aprire possibilità di riscatto anche nelle situazioni apparentemente senza via d’uscita.
Il centenario invita inoltre a riconoscere una trasformazione profonda nella vita della Chiesa universale. L’immagine della missione come movimento unidirezionale dall’Europa verso terre lontane appartiene ormai al passato. Le Chiese dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina e dell’Oceania esprimono una crescente vitalità. Si afferma così una cooperazione fondata sullo scambio dei doni e sulla corresponsabilità, nella quale ogni comunità è chiamata a offrire il proprio contributo e ad accogliere la ricchezza spirituale delle altre. Anche la vecchia Europa, secolarizzata com’è, ha molto da imparare dalla freschezza evangelica di queste esperienze nella cristiana certezza che ancora oggi la messe è abbondante e gli operai sono pochi.
A questa consapevolezza si accompagna una questione decisiva per le Chiese di antica tradizione come la nostra, quella delle vocazioni missionarie. In molte regioni del mondo il primo annuncio del Vangelo rimane una frontiera aperta, mentre numerose comunità attendono sacerdoti, religiosi, religiose e laici disponibili a condividere il cammino delle popolazioni locali. Occorrono giovani disposti a partire, apprendere nuove lingue, incontrare culture differenti e fare dell’ascolto la prima forma di testimonianza. Una simile disponibilità nasce dove la fede viene vissuta come esperienza capace di trasformare l’esistenza. Famiglie, parrocchie e ambienti educativi hanno dunque il compito di alimentare una cultura vocazionale che sappia presentare la missione come una possibilità concreta di realizzazione umana e cristiana.
La Giornata missionaria mondiale interpella, pertanto, ogni battezzato. La preghiera per i missionari, il sostegno alle Pontificie Opere Missionarie e in particolare la partecipazione alla colletta universale, esprimono una solidarietà ecclesiale che oltrepassa i confini nazionali e le convenienze particolari. Attraverso questi gesti, le comunità cristiane condividono risorse e responsabilità, contribuendo alla vita delle Chiese che operano nelle periferie del mondo. È un esercizio di cattolicità nel significato più autentico del termine, perché rende visibile l’appartenenza a un’unica famiglia per la causa del Regno. L’evangelizzazione, in fondo, è la globalizzazione perspicace di Dio.

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