Giovanni Paolo II aveva ragione: con lo “spirito di Assisi” la pace è sempre possibile
Quarant’anni fa l’incontro interreligioso di digiuno e preghiera convocato nella città di Francesco da papa Wojtyla spalancò una nuova epoca, nella quale le religioni sono le sole voci globali contro la grande malattia del nostro tempo: la guerra

Sono ormai quarant’anni che lo “spirito di Assisi” si diffonde in maniera sempre più ampia e significativa nel mondo, generando frutti di incontro e riconciliazione. Con questa bella e fortunata espressione, Giovanni Paolo II definì l’impulso che scaturì dall’incontro tra le grandi religioni mondiali, da lui convocate il 27 ottobre 1986 nella cittadina umbra, per una giornata di digiuno e preghiera per la pace. Come disse il Papa, era «la prima volta nella storia» che ciò avveniva: «Forse mai come ora nella storia dell’umanità – disse – è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace. La preghiera è già in sé stessa azione, ma ciò non ci esime dalle azioni al servizio della pace».
Da allora “spirito di Assisi” ha assunto un significato preciso, colorandosi delle sfumature variegate e plurali del dialogo e dell’amicizia tra mondi religiosi diversi. È incontro tra donne e uomini di religioni differenti, gli uni accanto agli altri e non più gli uni contro gli altri o indifferenti agli altri. Un incontro non irenico e non fine a sé stesso, ma volto a risvegliare energie di pacificazione e, soprattutto, un “cantiere aperto”, come lo definì il Papa, dove impegnarsi per reagire a un mondo segnato da conflitti e violenze, in alcuni casi perpetrati esplicitamente in nome della religione. Spirito di Assisi è affermare con forza che qualunque violenza in nome di Dio è bestemmia grave, che non esiste guerra santa ma che solo la pace è santa.
L’intuizione di papa Wojtyla riposava su una constatazione non scontata: alla radice delle tradizioni religiose è iscritto un messaggio di pace, talvolta trascurato e coperto da secoli di incrostazioni fatte di inimicizie, rancori e distanza.
Ogni credente ha la responsabilità di riscoprire tale messaggio, approfondirlo e farlo proprio. Giovanni Paolo II ad Assisi permise quindi alle religioni di riappropriarsi del tema della pace non lasciandolo all’ambiguità di scelte politiche basate su interessi mutevoli e contrapposti. Fu una “globalizzazione spirituale” in un tempo in cui le religioni erano considerate declinanti.
Anni dopo, commentando la caduta del Muro e la nuova situazione europea, papa Wojtyla affermò: «non abbiamo pregato invano ad Assisi!». Nel 1986 si era in piena Guerra fredda. La minaccia di un conflitto nucleare era viva e le sorti del mondo sembravano dipendere ancora dall’equilibrio tra le due superpotenze, Usa e Urss, che avevano in mano destini della pace. I fedeli e le loro tradizioni religiose apparivano deboli: cosa potevano rappresentare in un simile scenario? Apparentemente poco o nulla.
Ma Giovanni Paolo II si ribellò alle tentazioni di irrilevanza di quegli anni e osò pensare in grande, proponendo le “armi” antiche della fede: la preghiera, il digiuno, l’amicizia, il dialogo. Il Papa intuì che le religioni assieme avevano una forza. In pochi colsero subito il valore profetico della convocazione di Assisi. Vi fu chi parlò di sincretismo ma fin dai primi passi, lo spirito di Assisi si è dimostrato scevro da rischi di questo tipo. L’idea non era quella di proporre una “super religione” ma di porre, una accanto all’altra, tradizioni religiose a favore della pace.
Assisi rispettò la diversità dei riti e delle fedi, senza confonderli. L’esperienza concreta di quella giornata mostrò subito l’attesa e il bisogno che c’era in tante parti del mondo di una visione nuova e originale dei rapporti tra i popoli, di una visione di pace. Il Papa aveva ragione: quel giorno fu il primo passo di un lungo percorso di vivificante amicizia tra i pellegrini della pace. Posso testimoniarlo per la scelta di ripetere quel gesto che la Comunità di Sant’Egidio ha reso permanente negli anni, con un pellegrinaggio di città in città, che giunge oggi al suo quarantesimo appuntamento: tanti sono i frutti concreti dello spirito di Assisi, dalla pace in Mozambico agli accordi in Centrafrica, dal dialogo in Algeria al negoziato per la Costa d’Avorio.
La contemporanea presenza di Leone XIV al quarantesimo anniversario di quell’evento promosso da Sant’Egidio dal 25 al 27 ottobre, insieme al patriarca ecumenico Bartolomeo e a molti leader delle religioni mondiali, a partire dall’ebraismo e dall’islam, mostra come lo spirito di Assisi sia una cura fondamentale per la più grande malattia dei nostri tempi, che è la guerra. Lo è anche di fronte ai suoi effetti: dall’incapacità di vivere insieme alla paura reciproca e alla tendenza a isolarsi nell’autosufficienza del benessere. In un tempo in cui i conflitti sono pericolosamente riabilitati, i leader religiosi riuniti assieme alzano le loro voci rivolgendo un pressante appello a chi può decidere, perché senta la responsabilità di preservare o ricomporre la pace. Ogni tradizione ha una sua strada, ma insieme le grandi religioni mondiali possiedono una forza che altri non hanno: la consapevolezza che la pace è possibile, sempre.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





