Contro la solitudine, l’amicizia torni a cambiare la società

La sfida parte dai giovani e coinvolge imprese, istituzioni e città: le relazioni autentiche generano fiducia, cooperazione, innovazione e valore che dura
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October 13, 2026
Contro la solitudine, l’amicizia torni a cambiare la società
Un rapporto uscito pochi giorni fa, “The loneliest generation” dell'Institute for Public Policy Research, fotografa l'Inghilterra di oggi: un ragazzo su venti tra i 16 e i 21 anni dichiara di non avere nemmeno un amico stretto, contro uno su cento dieci anni fa. Chi può contare su almeno tre amici stretti è sceso dall'85% al 72% in un decennio. Non è un dato marginale, né solo inglese: è la fotografia di una generazione a cui abbiamo tolto, insieme ai luoghi dell'amicizia, il diritto di costruirla. Il fenomeno non riguarda solo gli adolescenti: abbiamo allontanato l'amicizia dalla vita sociale, economica e politica, relegandola a fatto privato e informale. L'intelligenza artificiale sa connettere migliaia di persone in un istante, ma non sa fare l'amicizia: forse è il momento di chiederci perché l'abbiamo tenuta fuori da lavoro, economia, politica, innovazione, per un'interpretazione riduzionistica che la considera irrilevante. La storia dice il contrario: l'amicizia cambia la storia, non solo quelle cattive di cui parlano le cronache di potere, ma soprattutto quelle buone, che raramente si raccontano. Come quella tra Albert Einstein e l'ingegnere Michele Besso, colleghi all'ufficio brevetti di Berna: ogni giorno, uscendo dal lavoro, camminavano parlando di fisica e di tempo. Besso fu, per Einstein, una cassa di risonanza delle sue idee: nell'articolo del 1905 sulla relatività ristretta non c'è bibliografia, ma un ringraziamento per un'assistenza fedele e suggerimenti preziosi. Fu Antonio Genovesi, nel Settecento napoletano, a capovolgere l'assioma hobbesiano dell'homo homini lupus in un principio diverso: homo homini amicus. Se l'uomo è lupo per l'uomo, l'unica relazione possibile è la competizione a somma zero; se è invece amico, l'economia nasce dalla fiducia reciproca, da soggetti che si riconoscono e cooperano, non solo competono. Aristotele lo aveva già chiarito: esistono amicizie di utilità, di piacere, e un'amicizia perfetta, che ama l'altro per ciò che è, non per ciò che procura. Solo quest'ultima è stabile: non dipende dal vantaggio o dall'umore ma dal carattere dell'amico, il luogo in cui la virtù si compie, come in uno specchio.
Eppure “amico” è oggi una parola consumata, derubricata ad apparire amicizia, logica autoreferenziale o strumentale, sostituita con una relazionalità presunta neutra, procedure al posto del volto. L'amicizia vera non distribuisce privilegi, distribuisce riconoscimenti, diversi dal familismo amorale. Ed è proprio l'amicizia virtuosa a farci preferire: senza di essa la responsabilità personale non fiorisce, né in azienda né in politica. Si può costruire diversamente anche la città, partendo da questa idea di amicizia civile. Oggi, più di una famiglia su due è composta da una sola persona; nei centri delle grandi aree metropolitane vive da solo quasi un residente su quattro, il 24,7%. È l'amicizia desiderata ma resa impossibile dalla forma stessa che abbiamo dato alle nostre città. Il modello che le ha rese grandi non è la polis greca, che escludeva donne, servi, chi non aveva cultura, ma la civitas romana: comunità aperta, tradotta in piazza, mercato, confraternite, luoghi che rendevano visibile la fiducia. Una città amica non è più efficiente, ma sceglie chi includere. E l'amicizia postula sempre la relazione, non il contatto: solo l'incontro fa accadere l'inatteso.
Lo ha detto senza giri di parole papa Leone XIV ai giovani a Rimini: se ci sarà comunione nel mondo, comincerà da loro, perché sono i giovani a saper “costruire la comunione con l'amicizia”. Non è solo un'esortazione spirituale, è un'indicazione metodo: rifare comunità comincia da lì. Riscoprire l'amicizia non è un esercizio di nostalgia, né un supplemento d'anima da aggiungere quando tutto il resto è già stato deciso. È una scelta di metodo, concreta quanto una policy: significa scegliere con chi lavorare, chi finanziare, chi includere, prima di scrivere le regole. Le imprese, le istituzioni, le città che rimetteranno l'amicizia dentro i propri processi saranno quelle capaci di generare fiducia, innovazione, valore che dura. Non un ideale da custodire in privato: un vantaggio da mettere a frutto in pubblico.

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