C'è un futuro per la parrocchia? L'eredità attuale di don Mazzolari
La nuova edizione delle "Lettere al mio parroco" rilancia tre provocazioni: il posto dei laici, il rapporto con i poveri e la necessità di non rifugiarsi nella nostalgia

C’è un futuro per la parrocchia? È l’interrogativo che si pongono in tanti, davanti ad assemblee domenicali spesso stanche e passive, all’allontanamento dei giovani – e soprattutto delle giovani dagli ambienti pastorali, a un’attività ecclesiale ridotta quasi esclusivamente al culto e alla catechesi per i piccoli. A offrire l’occasione per tornare a riflettere sul futuro della parrocchia è la pubblicazione dell’edizione critica di Lettere al mio parroco di don Primo Mazzolari (edito da Edb).
Scritto negli anni Trenta, ma pubblicato solo nel 1974, il libro ha un autore singolare: don Primo, parroco di Bozzolo, si finge un laico «che vuole tanto bene al suo parroco» e che, proprio in nome di questo legame, si prende la libertà di sottoporre a critica scelte e stili che ritiene inadeguati. Sotto la penna pungente di questo finto laico passa così una serie di quadretti di vita parrocchiale: un’ecclesiologia in atto che si manifesta nella routine quotidiana. Alcune questioni appartengono ormai a un altro tempo; altre conservano una sorprendente attualità. Tra queste, soprattutto, il posto dei laici, il rapporto con i poveri, il modo di guardare al passato e al futuro: tre provocazioni che, a quasi un secolo di distanza, possono aiutare a pensare la parrocchia di domani.
Il posto dei laici nella parrocchia non è quello di gregari alle dipendenze del parroco. È il posto di persone che pensano, che possono avere un pensiero divergente rispetto a quello che circola nella comunità cristiana e che portano un’esperienza del mondo maturata nel lavoro, nella famiglia, nelle relazioni sociali. I laici, dice Mazzolari, possono costituire un «ponte sul mondo» e, proprio per questo, devono essere ascoltati: portano nella comunità sensibilità, domande e fatiche delle persone comuni.
Un problema che Mazzolari riconosce – e che non è estraneo alle comunità di oggi – è la fatica di ascoltare quelle che chiama le «persone intelligenti»: laici con autonomia di pensiero, disponibili a mettere in gioco competenze e sguardo sulla realtà, anche ecclesiale. Il rischio è invece rinchiudersi in quella che Mazzolari chiama, con un’espressione terribile, «la piccola corte di gente corta» che fa siepe intorno al parroco, chiude gli orizzonti e finisce per tenere fuori la vita reale. È il rischio della clericalizzazione: un vizio che non appartiene solo al clero, ma anche a non pochi laici, incapaci di includere nella loro visione cristiana la realtà del mondo di oggi, guardata con occhi disincantati ma aperti e cordiali.
Una seconda provocazione riguarda il rapporto della comunità cristiana con i poveri. Mazzolari esordisce con un’affermazione imbarazzante: «Lei, signor parroco, come molti suoi colleghi, ha un cuore evangelico in una mente piccolo-borghese». E aggiunge che il parroco deve conoscere non solo il Vangelo ma anche «tutto il dolore del suo paese»: solo così il popolo può leggere il Vangelo attraverso di lui. Una parrocchia evangelica non può conoscere il Vangelo senza conoscere la vita, soprattutto quella segnata dalla povertà e dal dolore.
Infine, in un tempo di crisi è facile che il pensiero corra al passato come a un’età dell’oro. Don Primo è netto: non ci può essere rinnovamento se lo sguardo resta rivolto all’indietro. L’età dell’oro appartiene spesso più alla fantasia che alla storia. La frase che sintetizza la lettera è folgorante: «L’età dell’oro è davanti, nell’avvenire». Pensare la parrocchia di domani significa dunque non immaginarla con gli schemi di ieri.
Ma sotto questi tre temi – i laici, i poveri, il futuro – ne scorre un altro, come un filo sotterraneo: il cuore. È il cuore appassionato del parroco, non rassegnato alle sfide del tempo, non spento dalle difficoltà, non inasprito dalle opposizioni. È il cuore che permette di guardare la realtà senza fuggirla, di ascoltare chi pensa diversamente, di riconoscere il dolore dei poveri, di non rifugiarsi nella nostalgia. Forse è questa l’eredità più attuale delle Lettere al mio parroco. Mazzolari non ci consegna un modello di parrocchia da restaurare, né soluzioni già pronte per le difficoltà di oggi. Ci offre qualcosa di più prezioso: uno sguardo con cui cercare la parrocchia che verrà, con intelligenza critica, libertà e passione. Con un «cuore» capace di reinterpretare una lunga tradizione perché possa tornare a parlare alla vita delle persone. L’età dell’oro non è alle nostre spalle. È davanti.
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