Soli per scelta (oppure no?): le famiglie e la Chiesa davanti ai figli single

Sempre più giovani adulti vivono da soli: tra autonomia, delusioni e difficoltà a costruire relazioni, una riflessione sul ruolo dei genitori e della pastorale
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October 3, 2026
Il numero di single nel mondo sta crescendo esponenzialmente
Il numero di single nel mondo sta crescendo esponenzialmente
Al tema della singletudine dedichiamo il numero di questa domenica della nostra newsletter dedicata alla famiglia, “Sofia”. Se non la conosci ancora iscriviti subito.
Attenzione a questi numeri. Non sono incoraggianti, non tratteggiano il quadro di una società ordinata secondo i nostri desideri e i nostri sogni, e neppure prospettano un futuro sereno per noi e per i nostri figli. Ma raccontano la realtà. E quindi dobbiamo conoscerli. In Italia vivono circa 7,5 milioni di coppie (sposate o conviventi) con figli. In vent’anni le famiglie con figli sono diminuite di quasi due milioni. Non è una bella notizia. Le persone che vivono sole sono invece circa 9 milioni – da 8,8 a 9,3 secondo le letture – e, sempre negli ultimi vent’anni, sono aumentate di oltre tre milioni. Non tutte, certamente, sono felici di essere sole. Gli anziani che vivono da single – circa 4,6 milioni - in prevalenza donne, sarebbero certamente più contenti di ritrovarsi in un contesto familiare. Nulla come le relazioni costruisce il benessere psico-fisico. Mentre i 6,3 milioni di celibi, nubili, divorziati o separati potrebbero rientrare nella categoria dei single “per scelta”, di coloro cioè che hanno puntato sulla “singletudine” perché delusi o stanchi, forse intimoriti, forse scarsamente attratti, dalla vita di coppia. In realtà è quasi impossibile definire i motivi per cui una persona giovane o quasi giovane – oggi la definizione si può allungare fino alle soglie della sessantina – decide che l’autonomia è meglio della convivenza. L’Istat si azzarda a dire che, all’interno dei 6,3 milioni di single “giovani”, circa la metà avrebbe scelto volontariamente di vivere da soli. Sono persone che non cercherebbero obbligatoriamente un partner e che rivendicano la propria autonomia. Fino ai 45 anni la componente maschile che vive da sola “per scelta” sarebbe quasi il doppio di quella femminile, l’11 per cento contro il 6 per cento, anche se nella fascia d'età tra i 35 e i 50 anni cresce in modo significativo il numero di donne che scelgono la vita da sole. Solo una stima, naturalmente. Intervistare un “campione significativo” dei sei milioni di single italiani per capire le ragioni di una scelta così importante – che comunque resta contraddittoria e problematica - è obiettivo troppo complicato anche per il nostro Istituto nazionale di statistica.
Eppure, anche alla luce di queste incertezze statistiche, il mondo dei single appare sempre più meritevole di attenzione. Non solo perché si tratta, come detto, di un universo sempre più ampio e ancora destinato a crescere – nel 2040 quasi la metà degli italiani vivranno da soli, almeno in alcune aree del Paese – ma anche perché la loro condizione riflette un dato esistenziale denso di incertezza e di paura. In questa prospettiva “scegliere” di stare da soli rimanda a un atteggiamento di sfiducia verso il futuro, parla di pessimismo e di delusione. Senza dimenticare che – ed è l’aspetto che in qualche modo più ci interessa – dietro ogni persona single per “scelta”, quindi parliamo di giovani single, c’è una famiglia, ci sono genitori che, per quanto possibile, non smettono di accompagnare i loro figli ormai adulti e accettano, con fatica e con sofferenza almeno pari al disagio vissuto dai figli, una situazione che certamente non era quella sperata. Cosa pensano queste madri e questi padri costretti a vedere i figli parcheggiati in una condizione di singletudine che, in fondo, al di là dei proclami postmodernisti e delle dichiarazioni di facciata, non piace a nessuno? Cosa dire ai loro ragazzi - un po’ cresciuti - che stanno incontrando tante difficoltà nel costruire relazioni soddisfacenti, con cui decollare in modo definitivo verso l’età adulta? È davvero necessario accettare ogni tipo di scelta senza esprimere perplessità se non aperto dissenso? Ne parliamo tra poco.
Una cosa va detta subito e con chiarezza. Nella nostra società piegata sotto il peso di un inverno demografico di cui non vediamo la fine, essere single difficilmente può essere considerato una moda, può essere visto come una scelta elitaria o culturale, mentre spesso è solo una condizione subita, determinata da un intreccio di fattori che pesa sul versante socio-economico, su quello esistenziale, su quello culturale e anche su quello pastorale. E anche di questo è opportuno parlare.

Perché si “sceglie” di rimanere soli?

Eppure, ci dicono le ricerche sociologiche e psicologiche, si possono rintracciare vari motivi per cui, in alcuni frangenti e per un periodo limitato, magari per assorbire il peso di una delusione o per resistere a un terremoto esistenziale, qualcuno percepisce la vita da soli come un'opzione di qualità, e non come un ripiego. Si può scoprire per esempio – sempre secondo queste ricerche - che la singletudine offre vantaggi di autonomia gestionale e più ampi spazi personali. Chi vive solo – un’altra delle tesi addotte - non ha la necessità di negoziare la quotidianità, l'organizzazione degli spazi, gli orari, la gestione economica o le abitudini domestiche. C’è la libertà di decidere su tutto in modo totale. C’è anche chi sostiene che ridurre il carico di compromessi quotidiani conduca a una netta percezione di minore stress operativo. Inoltre, superato lo stigma sociale derivante dal fatto di essere single, sembrerebbe evidente che la solitudine “scelta” – non quella subita – possa favorire la consapevolezza di sé, la creatività e l'introspezione, senza dover continuamente scendere a compromessi per la presenza dell’altro/a.
Ma vivere soli “per scelta” – continuiamo a ricorrere alle virgolette per un motivo ben preciso - significa isolarsi dai contesti affettivi? Chi sostiene i vantaggi della singletudine dichiara di coltivare comunque una rete molto attiva di amicizie, di avere uno sguardo più attento verso i legami familiari (naturalmente quelli delle famiglie d’origine) e comunitari. Sta crescendo anche il modello delle “coppie single” che mantengono una relazione affettiva e di lungo termine, ma scelgono di vivere in abitazioni separate per preservare la propria indipendenza. Difficile individuare in queste scelte un profilo di maturità relazionale. Quasi sempre si tratta di situazioni in cui l’incertezza, la prudenza, i dubbi, un pizzico di egoismo ma anche lo sforzo di mettersi al riparo da brutte sorprese, quelle magari già vissute in passato, hanno la meglio sul desiderio di approdare a un rapporto davvero soddisfacente, pieno, denso di significati autentici. Impossibile convincersi del fatto che due quarantenni che vivono la loro relazione solo durante il week-end e poi tornano ciascuno a casa propria, stiano orientandosi verso una scelta meditata e costruttiva, capace di offrire loro un autentico benessere psico-fisico, una crescita personale importante, una condizione davvero soddisfacente. La loro, più probabilmente, è una “non scelta” – ecco perché le virgolette sono necessarie - una fase vista come forse obbligata ma comunque transitoria, in attesa di qualche evento capace di cambiare il corso della vita. Perché una vita da soli, anche se fosse una vita dorata, una vita “in vacanza” ma trascorsa in compagnia solo di sé stessi – diciamolo con franchezza al di là del sociologicamente corretto – in fondo non piace proprio a nessuno.

Perché lo sguardo dei genitori rimane pieno di incertezze?

Abbiamo già accennato al ruolo delle famiglie di origine. I genitori che vivono i ripetuti fallimenti relazionali dei figli e assistono al loro progressivo adagiarsi verso una condizione di solitudine, piegati dalle delusioni e dalla paura di sbagliare ancora, non sono genitori felici. Nessuna mamma e nessun papà può rassegnarsi ad accettare come normale, o come “male minore”, la “scelta” di un figlio o di una figlia che decide di rimanere solo/a perché «tutto sommato così si soffre meno», oppure – altra banalità compensativa - «meglio soli che male accompagnati». Certo, i genitori sono consapevoli delle crescenti difficoltà connesse alla scelta della “persona giusta” in una società sempre più frenetica, in cui i modelli di vita si sono moltiplicati e confusi, e in cui il “far famiglia” – secondo la definizione tradizionale – non è più in cima ai desideri dei nostri trentenni. Eravamo convinti, noi genitori, che l’idea dell’amore come dono e come incontro, aperto alla vita e al futuro, fosse l’architrave della convivenza, punto fermo per la persona e per la comunità. Progetto esistenziale decisivo, da raccontare ai figli con la testimonianza quotidiana e silenziosa dei fatti, prima ancora che con le parole e con i ragionamenti. Invece, senza quasi che ce ne accorgessimo, quell’idea è svanita, evaporata, resa solo come ipotesi tra le tante in una società dove tutte le scelte di vita sono poste sullo stesso piano, con identica dignità, come su uno scaffale a cui attingere quasi con indifferenza, senza troppe preoccupazioni etiche. Quando riflettiamo con amarezza sulle cause alla base del crollo dei matrimoni – e quindi delle nascite - e auspichiamo, nella speranza di risolvere la situazione, più sostegni politici, fisco più favorevole, asili nido diffusi, case a prezzi calmierati e tanti altri interventi, avanziamo rivendicazioni sacrosante ma dimentichiamo che tutto ciò, anche se domani fosse per incanto realizzato, non risolverebbe che una piccola fetta del problema. Il resto, e si tratta della parte maggioritaria, sta nel cuore delle persone, nella cultura che respirano i nostri ragazzi, nel clima di incertezza e di paura da cui sono avvolte le loro speranze di futuro. E quanto pesano, in questa prospettiva, separazioni, divorzi, fallimenti matrimoniali di cui, sempre più spesso, i genitori stessi sono protagonisti? Ecco perché oggi lo sguardo di mamme e papà verso il futuro da single dei figli trentenni si trova in una fase di profonda transizione generazionale, segnata dal contrasto tra norme sociali tradizionali e l'accettazione di una autonomia compresa, sopportata anche se non voluta.
È un atteggiamento che oscilla tra comprensione, preoccupazione e accettazione. Il timore – comprensibile – nasce da una previsione esistenziale dominata da solitudine emotiva e dalla previsione di assenza di supporti, a cui si aggiunge la preoccupazione economica di fronte al costo della vita sostenuto da un singolo reddito. Esiste anche – perché negarlo? – il senso di incompiutezza che deriva dal sovvertimento di una legittima aspettativa di felicità grazie alla scelta definitiva dei figli. Qualche decennio fa questa scelta era il matrimonio, poi ci siamo accontentati di una convivenza, oggi l’assoluta mancanza di stabilità derivante da una “scelta” di singletudine non può che lasciare i genitori sconcertati e delusi.
Cosa fare? Ci sono genitori che si disperano, si accusano reciprocamente, cercano invano di riaggiustare le cose, ben sapendo che le possibilità di intervento su un figlio di 30 e 40 anni sono davvero minime. Altri accettano la “sconfitta” – perché così viene vissuta – e riconoscono il mutamento dei contesti sociali e lavorativi, dando priorità all'autonomia, alla carriera e alla serenità emotiva dei figli, pur sapendo che quella serenità è costruita su fondamenta tanto fragili da non poter resistere alle onde d’urto della vita, agli imprevisti, alle delusioni che prima poi troveranno la persona sola più fragile e più indifesa. Quando poi la scelta dei figli di rimanere single si intreccia – quasi inevitabilmente - con la rinuncia alla genitorialità, accettare l’idea di non diventare nonni rimanda a un disagio interiore che parla - più o meno inconsapevolmente – di generazioni spezzate, di trasmissione familiare destinata ad interrompersi, di obiettivi lasciati in qualche modo incompiuti. Non è un dramma certo, è capitato altre milioni di volte nelle tante epoche storiche che si sono succedute. Ma oggi il fenomeno appare così diffuso e accelerato da diventare, per la maggior parte dei genitori che lo vivono, fatica esistenziale pesantissima. Non dimentichiamolo mai, in particolare di fronte a quelle analisi superficiali che esaltano la singletudine come modello auspicabile, leggero e piacevole. Dentro questa condizione, come abbiamo visto, c’è ben altro.

Perché nella Chiesa non si parla di single?

La fatica dei genitori è resa ancora più insopportabile da un dato su cui raramente si riflette. Nello sforzo di accompagnare un figlio “giovane adulto” costretto a rimanere single – o che “sceglie” di rimanere tale, quasi sempre in assenza di alternative importanti - mamme e papà sono sempre più soli. Non c’è alcun sostegno, come abbiamo visto, da parte in una società che è riuscita a dipingere la singletudine come modello gradevole e vantaggioso, ma non c’è alcun sostegno – spiace dirlo – anche da parte della Chiesa. Vediamo perché. Chi sono i single in ambito pastorale? Sono tali per esempio separati e divorziati, “single di ritorno”, persone cioè che hanno alle spalle una relazione coniugale ma che, per mille motivi, hanno deciso – o sono stati costretti - a rimanere soli, per sempre o per un periodo limitato. Dal punto di vista pastorale la loro situazione è però ben definita. Nelle nostre comunità se ne parla in modo ormai sistematico da almeno trent’anni e Amoris laetitia dedica com’è noto un intero capitolo, l’VIII, alle situazioni cosiddette irregolari. Oggi in quasi tutte le diocesi esistono esperienze di accompagnamento per queste persone. Per tutti gli altri single, soprattutto per i giovani adulti che non hanno alle spalle fallimenti “ufficiali” – ma ne hanno quasi sempre di altro tipo e non meno densi di sofferenza – non c’è nulla o quasi. Forse perché le persone ancora giovani, al di sotto dei 40-50 anni, che non hanno avuto l’occasione di sposarsi o di convivere, oppure che hanno alle spalle relazioni significative, ma brevi e intermittenti, rappresentano dal punto di vista pastorale un problema di difficile soluzione. Eppure sono persone – e ce ne sono tante – che si interrogano sul proprio ruolo nella Chiesa, che bussano o hanno bussato a tante porte, ma quasi mai riescono a trovare una collocazione adatta. A livello pastorale sono invisibili, talvolta un po’ imbarazzanti. Di loro non può occuparsi la pastorale giovanile perché sono donne e uomini troppo “vecchi”, ma neppure quella familiare, anche se a rigor di logica queste persone, in modo forse un po’ sbilenco e alternativo, fanno pur parte di una famiglia.
Ma, se dobbiamo dirlo con franchezza senza che nessuno se la prenda, oggi nei piani pastorali ordinari non c’è posto per i single “giovani adulti”. In un pastorale che propone – giustamente - percorsi per tutti, dai bambini agli anziani, dalle vedove alle persone lgbt, nel rispetto delle diverse sensibilità, le iniziative per i giovani single sono davvero merce rara. E anche gli approfondimenti tematici sono quasi introvabili. L’eccezione è rappresentata da un prezioso saggio di Chiara Bertoglio, Né carne né pesce. Vivere da single cattolici (Effatà, 2024) che racconta esperienze di accompagnamento vocazionale “aperte” anche a chi, sul declinare della giovinezza, non sa ancora bene cosa fare della sua vita. Iniziative lodevoli che pagano comunque nell’impostazione e nell’approccio l’incertezza di una condizione che, comunque la si prenda, rimane per la Chiesa un grande interrogativo. Sulle scelte di vita consacrata, sul sacerdozio, sul matrimonio c’è una produzione teologica sterminata, sui giovani adulti single nulla. D’altra parte come dire qualcosa di teologicamente sensato sulla “scelta” – o “non scelta” – di chi rimane a lungo in attesa, non imbocca né la strada del matrimonio né quella della vita consacrata e affida la sua vocazione a un’incertezza esistenziale che spiazza e disorienta? Così, nel timore di collocarsi al di fuori di un piano pastorale consolidato, si preferisce tacere e si accetta una latitanza intellettuale che, invece, andrebbe colmata al più presto. È ancora possibile lasciare senza proposte e senza opportunità pastorali specifiche un numero di persone che è ormai superiore – in qualunque modo si vogliano leggere le statistiche - a quello delle coppie sposate?
Non è neppure opportuno rivolgersi a queste persone con proposte modellate sui percorsi della pastorale giovanile o della preparazione al matrimonio. Certo, la maggior parte di loro ancora spera di avviare una nuova e finalmente appagante relazione. Ma non si possono nemmeno ignorare le ferite di tanti fallimenti che ancora bruciano, ancora mostrano cicatrici doloranti e imbarazzanti. Non si può nemmeno mettere da parte con un colpo di bacchetta magica lo stile di vita acquisito da queste persone che da anni, forse proprio a causa di ripetute delusioni relazionali, hanno scelto di sottoporsi a orari di lavoro asfissianti, sono affogati in una vita sociale intensa, curano in modo spasmodico il corpo, vivono on line con una serie di rapporti fitti di contatti e appuntamenti, quasi che l’assenza di legami consolidati, in cui si mescolano residue speranze e consistenti dosi di rassegnazione, renda obbligatorio riempire in modo ossessivo ogni casella della giornata. Che spazi ci sono per proposte pastorali da rivolgere a questa generazione di single “giovani aduli”? Oggi – come detto - siamo in una dimensione poco più che sperimentale, con tante iniziative che spesso si limitano alla promozione di incontri per cuori cristiani solitari. Evidentemente non basta più. Ecco perché in queste situazioni occorre alimentare quella fantasia pastorale più volte auspicata e sollecitata. Mai, come in questi casi, occorre uscire, ascoltare, capire. E trovare modalità più originali ed efficaci per aprire le braccia a chi è rimasto a metà, a chi non sa bene cosa fare della sua vita, a chi teme di non essere più il benvenuto.

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