«Cosa voglio? Dimmelo tu»: quando i figli di genitori separati non riescono più a immaginare il futuro
di Redazione: pubblichiamo un contributo di Grazia Ofelia Cesaro
Grazia Ofelia Cesaro, avvocata che da oltre trent’anni segue le crisi familiari, racconta l'incontro con la giovane Elena, segnata dal conflitto permanente tra mamma e papà. Una riflessione su cosa dovrebbe essere (davvero) famiglia

Grazia Ofelia Cesaro è avvocata matrimonialista e da oltre trent’anni si occupa di diritto di famiglia, assistendo coppie e figli nelle vicende di separazione. Con lei prosegue la serie di riflessioni che troverai pubblicate sulla newsletter di Avvenire dedicata alle famiglie, “Sofia”: iscriviti gratuitamente. Qui invece le puntate precedenti.
«Così andiamo a sbattere». Elena mi puntò i suoi occhi verdi e disse che la foto appesa nel mio studio legale, raffigurante un uomo e una donna con i cannocchiali rivolti in direzioni opposte, le ricordava i suoi genitori e la loro strana idea di essere una guida sicura per lei. Da oltre trent’anni assisto coppie che si separano. Ho imparato a sostenere le loro sofferenze con un’armatura che mi permette di mantenere la distanza e la lucidità necessarie. Ma quando assisto direttamente i figli nella separazione – possibilità introdotta dalle recenti riforme del processo di famiglia – quell’armatura non basta più. Le emozioni arrivano addosso, e a volte ti lasciano senza parole.
I genitori di Elena litigavano su tutto, e lei era nel mio studio per difendersi a sua volta, costretta a vivere un conflitto che non aveva scelto. «Cosa rappresenta per te il futuro, Elena?», le chiesi, forse per alleggerire la tensione. Lei chiuse gli occhi, scoppiò a piangere e, tra i singhiozzi, disse: «Io non lo so. Dimmelo tu». Quella risposta mi è rimasta dentro.
Non sono pochi i ragazzi che difendo e che non riescono a immaginare il proprio futuro. Mi sono chiesta spesso quanto questa difficoltà dipenda anche dal modo in cui noi adulti riusciamo – o non riusciamo – ad accompagnarli verso quel futuro. Essere genitori non significa soltanto garantire una casa, una scuola, uno sport. Significa essere in sintonia, offrire una direzione comune senza imporre un percorso; dare sicurezza senza togliere autonomia; esserci senza sostituirsi a loro.
Un figlio costruisce la propria idea di futuro osservando i genitori: come affrontano le difficoltà, come scelgono, come sbagliano e ricominciano. Impara da come litigano e da come si riconciliano, da come parlano dell’altro genitore, da come gestiscono le proprie paure. Quando invece il conflitto occupa tutto lo spazio, rischia di non trovare più un luogo sicuro da cui guardare avanti.
È difficile progettare il futuro quando il presente è pieno di incertezze, tensioni e confusione, soprattutto quando tutto questo arriva proprio dalle persone che dovrebbero rappresentare il primo punto di riferimento. Forse essere genitori significa anche questo: non conoscere la strada che i figli percorreranno, ma aiutarli a credere di poterla trovare.
Eena mi chiedeva: «Dimmelo tu». Ma forse la risposta più importante che un genitore può dare non è indicare quale sarà il futuro di un figlio. È dirgli: «Non so dove ti porterà la strada, ma puoi percorrerla. E quando avrai paura, noi ci saremo». Perché un figlio non ha bisogno di genitori che guardino sempre nella stessa direzione. Ha bisogno di adulti capaci di ricordarsi che, anche quando le loro strade si dividono, con il cannocchiale continueranno a seguire, insieme, la strada del figlio.
Grazia Ofelia Cesaro
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