mercoledì 26 gennaio 2022
A 92 è morto il primo membro milanese dell'Opera, cui aderì nel 1950, ventenne ingegnere. Per 30 anni segretario generale dela Fondazione Rui, è stato tra gli ispiratori del progetto Erasmus
Enzo Revojera (Milano, 1930-2022)

Enzo Revojera (Milano, 1930-2022)

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Era il 4 novembre 1950 e il Vaticano II con la chiamata universale alla santità era ancora di là da venire, non parliamo della Gaudete et exsultate in cui Francesco, 68 anni dopo, avrebbe certificato che la santificazione della vita quotidiana è l’orizzonte della vita laicale. Quel giorno Renzo Revojera, ventenne ingegnere milanese, decise che per quella che era una ancora una profezia valeva la pena di spendere la vita. Ad appassionarlo fu il messaggio di un sacerdote spagnolo, Josemaría Escrivá, fondatore nel 1928 dell’Opus Dei, con il suo messaggio sui cammini di santità dei laici nel mondo: allora poco meno che una follia, sulla quale Renzo si giocò tutto, dedicando a Dio e agli altri professione, amicizie, passioni, a cominciare da quella – sconfinata – per la montagna (era iscritto al Cai dal 1947).

Revojera, primo membro milanese dell’Opera, è appena salito in Cielo a 92 anni, lasciandosi dietro un’impronta profonda di bene e di luce per una moltitudine di persone, studenti in primis (da segretario generale della Fondazione Rui è stato uno degli ispiratori del progetto Erasmus). Al funerale, ieri in San Gioachimo, il vicario dell’Opus Dei per l’Italia don Normann Insam ne ha ricordato una frase bellissima: con i primi giovani dell’Opera voleva «contribuire a redimere quel mondo sconquassato dalle bombe e dall’odio, che volevamo dimenticare, e trasformarlo in qualcosa di santo, cominciando a sforzarci di essere santi noi». Una visione del mondo serena, positiva, impegnata, che si ritrova nei suoi numerosi libri, e in particolare in Josemaría Escrivá in terra lombarda con lo sguardo rivolto alla Madonnina, ricco di aneddoti e di un senso cristiano della vita vissuta da pietra d’angolo.

«In queste ore – ha detto ancora Insam durante le esequie, ricordando ancora gli inizi della presenza dell’Opsu Dei a Milano in un piccolo appartamento – molti di noi avranno riletto le pagine in cui, con il suo stile semplice e mai atteggiato, Renzo racconta che "noi giovani che frequentavamo il centro di via Nino Bixio non ci chiedevamo che cosa c'era dietro: capivamo subito che dietro c'era nostro Signore, il quale aveva affidato a un sacerdote di nome Josemaría Escrivá un compito entusiasmante"». La scelta di vita del ventenne ingegnere in uno scenario per tanti versi vicino a quello odierno (anche i nostri sono tempi di ricostruzione) incoraggia a chiedersi con don Normann «cosa ha spinto uno come Renzo a dire di sì al Signore, a mettere la propria vita nelle Sue mani, se quello che aveva davanti a sé era una casa abitata da 5-6 studenti universitari o giovani professionisti, certamente allegri, capaci di fare amicizia, con un messaggio abbastanza nuovo per quei tempi, ma allo stesso tempo anche "un po' accampati"? Mi sono dato questa risposta: erano persone di fede che sapevano aprire a chi veniva in contatto con loro un grande orizzonte di vita cristiana e di apostolato, come aveva insegnato loro san Josemaría. Amavano il mondo e amavano le persone; e Renzo questo lo imparò e lo visse, con la sua personalità. Una persona che a Roma ha imparato molto da lui, ieri su una pagina Facebook lo descrivere così: "Persona discreta, profonda, intelligente ed equilibrata. Mai sotto i riflettori e sempre dietro le quinte dove si trovava a suo agio nel sostenere tutti i progetti che gli venivano affidati"».

Dal profilo umano e cristiano di Enzo Revojera c’è molto da imparare: «Per rendere eterna la nostra vita quotidiana – ha aggiunto il vicario dell’Opus Dei – si tratta prima di tutto di credere, di fidarsi dell'amore di Dio Padre nei confronti di ognuno dei suoi figli e delle sue figlie. Prima di tutto ci fidiamo e accogliamo questo dono con sorpresa e con gratitudine. Poi ognuno è chiamato a rispondere con amore, cioè mettendo in gioco i propri talenti, donandoli agli altri. In questo modo tutto può diventare santo e, come hanno compreso Renzo e tanti altri giovani, tutti possiamo contribuire a trasformare il mondo in qualcosa di santo. Si tratta di amare il mondo, come Renzo amava le montagne».

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