sabato 1 giugno 2024
L'arcivescovo Nappa, presidente delle Pontificie Opere Missionarie: nostro compito è promuovere ovunque l'evangelizzazione parlando ai giovani. I Paesi poveri, ma ricchi di vocazioni, possono aiutarci
Papa Francesco riceve in udienza le Pontificie Opere Missionarie. Alla sua destra il cardinale Tagle, alla sua sinistra gli arcivescovi Nwachukwu e Nappa, segretario e segretario aggiunto del Dicastero per l'Evangelizzazione

Papa Francesco riceve in udienza le Pontificie Opere Missionarie. Alla sua destra il cardinale Tagle, alla sua sinistra gli arcivescovi Nwachukwu e Nappa, segretario e segretario aggiunto del Dicastero per l'Evangelizzazione - L'Osservatore Romano

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Evangelizzare aggiornando i linguaggi e andando incontro agli uomini e le donne di oggi là dove vivono, pur rimanendo fedeli alla tradizione. È questo l’obiettivo delle Pontificie opere missionarie (Pom) che nella settimana passata si sono riunite alla Fraterna Domus di Sacrofano per l’Assemblea generale annuale. Vi hanno partecipato i circa 120 direttori nazionali (quello italiano, don Giuseppe Pizzoli, è stato confermato ieri per un altro quinquennio). Sui lavori di questa Assemblea Avvenire ha intervistato l’arcivescovo Emilio Nappa, segretario aggiunto del Dicastero per l’evangelizzazione e presidente delle Pom. Il presule, 51 anni, alunno del Collegio Capranica, ordinato prete per la diocesi di Aversa nel 1997, è stato chiamato a questo incarico da papa Francesco nel dicembre 2022, dopo aver servito la Santa Sede in Segreteria di Stato e, per un breve periodo, nella Segreteria per l’economia.

Eccellenza, cosa sono le Pom?

Abbiamo discusso anche di questo, durante l’assemblea. Come è noto sono quattro organismi ecclesiali nati a cavallo dei due secoli precedenti, prevalentemente in ambito francese. Ora in base alla riforma degli Statuti che stiamo elaborando su indicazione di papa Francesco si sta pensando di creare un’unica entità giuridica che comunque conservi i quattro carismi originari.

Verranno cambiati anche i nomi delle quattro Pom?

L’altro giorno sono intervenuto proprio su questo tema. Mi sono chiesto, e ho chiesto all’assemblea: questi nomi - Opera della propagazione della fede, Opera dell’infanzia, Opera di San Pietro Apostolo, Unione missionaria - dicono ancora qualcosa all’uomo e alla donna di oggi? O dobbiamo aggiornare un linguaggio rimanendo sempre fedeli alla nostra tradizione? So che queste è una mediazione storica, culturale, ecclesiale che è difficile da fare. Ma è necessaria, se vogliamo essere compresi in questo cambiamento d’epoca.

Qual è l’attività delle Pom?

Il nostro compito è evangelizzare, per questo vorrei che la “E” in qualche modo compaia nel nostro acronimo. Noi esistiamo per evangelizzare. Per far conoscere il Vangelo e i valori di cui il Vangelo è portatore primario soprattutto alle nuove generazioni. Vogliamo essere portatori di speranza, di quella speranza cristiana che anima quella umana. Il mondo ha sete di questo.

Evangelizzazione in particolare nei cosiddetti territori di missione...

In queste terre le Pontificie opere sono impegnate nel sostegno all’evangelizzazione, il che vuol dire aiutare le Chiese locali economicamente, e metodologicamente con una formazione permanente dei docenti, dei formatori e di tutti i fedeli dei territori interessati.

Nella sessione di apertura dell’Assemblea lei comunque ha sottolineato che l’evangelizzazione, o meglio la rievangelizzazione, riguarda ormai anche i territori di antica cristianità...

Proprio così. Ne abbiamo parlato in particolare durante la visita ad limina dei Paesi del Nord del mondo, quando sono venuti a incontrare il nostro Dicastero. Abbiamo discusso su come valorizzare i frutti vocazionali - non solo presbiterali - delle terre di più recente cristianizzazione nelle regioni di antica cristianità che lo richiedono. Penso ad alcune regioni dell’Italia, a vaste zone dell’Europa e anche del Nord America. Purtroppo questa idea è stata forse non ben declinata con dettagli.

In che senso?

Alla vecchia maniera. Prendere i preti del Terzo mondo e trasferirli laddove non ci sono più vocazioni. Punto. Questo è un modo di ragionare che non va.

Invece?

La nostra ipotesi è di fare tesoro dei frutti delle vocazioni, laddove sono ancora abbondanti e o in crescita, e di inviarli - dopo una attenta preparazione di inculturazione, in accordo con le Conferenze episcopali coinvolte circa la formazione, i criteri e i contenuti - nelle terre ormai scristianizzate per rivitalizzare e ridestare la vita della Chiesa. Perché l’annuncio da parte primariamente dei fedeli cristiani sia più efficace, non può mancare la grazia sacramentale e comunitaria. Alcuni valori del Vangelo possono essere diffusi anche da altri. Ma la vita di grazia della Chiesa è Altro.

Le Pontificie Opere come si mantengono, a livello economico?

Abbiamo circa 120 Direzioni nazionali. E quelle dei Paesi più ricchi raccolgono risorse – come pure tutte le altre, ciascuna per ciò che può – che poi vengono riversate sulle Chiese più bisognose.

Come va questa raccolta?

Questa è una nota dolente. Negli ultimi dieci anni si è praticamente dimezzata. E gli effetti del Covid sono stati particolarmente negativi.

Con quali criteri vengono distribuite queste risorse?

Con criteri di trasparenza, correttezza, equità. Papa Francesco li ha rafforzati con un occhio particolare al rischio di fenomeni corruttivi. Questo a volte crea dei problemi pratici. Perché spesso ci troviamo a operare in contesti dove le strutture burocratiche non consentono livelli di controllo con efficienza occidentale. Ad esempio, garantire una pluralità di offerte per progetti e acquisti da parte di più agenzie/ditte in alcuni territori non è facile, come è intuibile. Di qui l’esigenza di saper coniugare i giusti requisiti di trasparenza e correttezza, ma sapendoli contestualizzare in territori ancora non evoluti in questo campo. Operazione difficile, complessa, ma inevitabile, se vogliamo aiutare.

All’inizio lei ha fatto cenno ai lavori in corso per i nuovi Statuti. Quali sono stati gli altri temi discussi?

Abbiamo convenuto sull’esigenza di non fossilizzarci sulla raccolta dei fondi. Perché se c’è una buona testimonianza, i soldi arrivano di conseguenza. La nostra forza deve essere una testimonianza cristiana adattata ai linguaggi di oggi, e offerta nei luoghi in cui vive il popolo, nei mass media, nei social. Questa è la grande scommessa.

E gli Statuti a che punto sono?

Il lavoro è iniziato lo scorso anno con una commissione larga. In questa Assemblea è stata presentata una prima bozza che ora, arricchita da contributi e osservazioni maturate in questi giorni, è nelle mani di un gruppo più ristretto. Ho voluto che in questo gruppo siano presenti sensibilità ecclesiali differenti. Così ho scelto uno spagnolo, un tedesco, e rappresentanti di altri tre continenti.

E ora?

L’anno prossimo avremo una nuova bozza. E poi vedremo. Il mio desiderio è che i nuovi Statuti siano davvero un frutto “sinodale”. Le Pom non è solo Roma, ma sono tutte le direzioni nazionali.


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