«Francesco, patrono d’Italia e santo senza frontiere. Fraternità che sfida la cultura della potenza»
di Lorenzo Rosoli
Il custode del Sacro Convento di Assisi, fra Marco Moroni, nell’ottavo centenario della morte del santo: «La “minorità”, la pace, il rapporto con il creato? Tutto vero. Ma se perdiamo di vista il rapporto con Cristo, perdiamo il vero Francesco»

San Francesco è il patrono d’Italia. E in questo 4 ottobre 2026 la sua memoria liturgica torna a essere festa nazionale. «Ma gli faremmo un torto se volessimo rinchiuderlo nei confini di una nazione o di un popolo. La moltitudine dei pellegrini che arriva da tutto il mondo ad Assisi dice che Francesco chiama tutti, raggiunge tutti, unisce tutti. Com’è per tutti il Vangelo, che Francesco abbraccia e vive sine glossa . Per questo, alle celebrazioni nell’ottavo centenario della morte, abbiamo invitato, con il presidente Mattarella – e siamo profondamente grati che ci abbia detto di sì – gli ambasciatori accreditati presso la Repubblica italiana», spiega fra Marco Moroni, frate minore conventuale, dal 2020 custode del Sacro Convento. «In Francesco vediamo molte cose: la fraternità, la pace, l’amicizia con il creato. In lui abbiamo, come scrisse Gioberti, il più italiano dei santi e il più santo degli italiani. Questione di tempi, di sensibilità. A volte di mode, com’è per taluni l’ecologia. Ma è dal suo essere uomo evangelico, dal suo rapporto con Cristo, che nasce tutto. Se perdiamo di vista questo, perdiamo il vero Francesco».
“San Francesco vive”, è lo slogan che avete scelto per l’ottavo centenario della morte. Se oggi Francesco tornasse fra noi – il Francesco vivo e vero, non quello edulcorato delle leggende edificanti o di certe letture attualizzanti – lo riconosceremmo? Lo capiremmo? Lo seguiremmo?
«Francesco è già qui: nella memoria di tutto quello che è avvenuto in questi otto secoli. Nel patrimonio materiale – le chiese, le opere, le istituzioni – e immateriale – il pensiero, le scelte di vita personali e comunitarie, le storie di santità – che sono nate da lui e a lui si ispirano. Alcune storie forse si sono spente, alcune memorie si sono offuscate. Ma molte sono vive, eloquenti, feconde».
Dunque: dove riconoscere Francesco, oggi?
«Là dove c’è fraternità, dove c’è attenzione e cura dell’altro, dove c’è un rapporto limpido con il creato, là possiamo riconoscerlo, là è presente – anche se è storia o realtà che non porta l’etichetta di “francescana”. Più che di un suo ritorno, io sento il desiderio di una sua presenza più significativa in tutto quello che viviamo. Dico Francesco: ma devo subito dire Vangelo, perché Francesco e il Vangelo sono la stessa cosa, lui l’ha voluto abbracciare tutto, senza se e senza ma. Il Vangelo è esigente, la nostra sequela di Gesù sarà sempre imperfetta e incompiuta: perciò c’è bisogno di questa sua presenza che ci accompagni nel cammino della vita e della storia».

Cosa rende Francesco nostro contemporaneo? E in cosa Francesco è invece inattuale, in cosa è provocazione e scandalo per il nostro tempo – perciò, forse, ancora più necessario?
«Francesco è nostro contemporaneo perché il Vangelo è sempre attuale e l’avventura di vivere il Vangelo non è qualcosa che possa dirsi concluso, che si possa chiudere nel passato. Ma Francesco è e resta inattuale, resta provocazione e scandalo se guardiamo alla limpidezza della sua relazione con Dio, con gli uomini, con il creato – in questo nostro tempo segnato da quella “cultura della potenza” stigmatizzata da Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas . La costituzione conciliare Gaudium et spes ci ricorda che chiunque segue Cristo, “l’uomo perfetto”, diviene più pienamente umano. Francesco lo ha fatto. Ed è bello pensare a lui come all’uomo compiuto».
In parole chiave del suo messaggio – come povertà, castità, obbedienza – sembra farsi incontro al nostro tempo, con particolare forza di provocazione, il Francesco nostro contemporaneo e insieme inattuale …
«Contemporaneo e inattuale: è bello questo binomio. Che riguarda certamente la vita secondo i consigli evangelici, ai quali qualcuno propone di aggiungere il voto di fraternità o quello di condivisione – e pure queste sono parole chiave del messaggio di Francesco – come la parola “missione”: la sua vita è stata tutta dedicata all’annuncio del Vangelo. Altra parola chiave è “minorità”. Quando si parla di Francesco, si parla tanto di povertà: ma è nella minorità che questa ha la sua radice. Povertà, dice Francesco, è vivere senza nulla di proprio, senza nulla che diventi così mio da non poter essere condiviso, perché il rischio è che io venga posseduto da ciò che credo di possedere. Alla radice c’è la minorità che è l’essere sudditi e soggetti a tutti, l’essere senza diritti e senza pretese verso alcuno. Perciò i figli di Francesco si chiamano “frati”, cioè fratelli, e nel contempo “minori”. Una proposta inattuale eppure necessaria, in tempi segnati dal culto del possedere, del manipolare, del soggiogare».
Nel 2023 l’ottavo centenario dell’approvazione della Regola e del Natale di Greccio, nel 2024 quello delle stimmate, nel 2025 quello del Cantico delle creature. Nel 2026, infine, quello della morte, con l’indizione di uno speciale anno giubilare da parte di Leone XIV e con l’ostensione delle spoglie di Francesco tra febbraio e marzo. Cosa cercavano in lui i pellegrini giunti ad Assisi per questi anniversari? E cosa – e chi – hanno trovato?
«Tanti di loro sono venuti con l’attesa di un incontro, di un’accoglienza, con la speranza di trovare risposta al loro desiderio di vita buona, e di poterne fare esperienza, secondo la proposta di Francesco e attraverso l’incontro con noi frati. Tante testimonianze ci dicono che quell’attesa non è stata delusa. In Francesco hanno trovato una presenza che è provocazione alla loro vita, ma provocazione dolce, fraterna, come un invito, un incoraggiamento, un sentire che non sei solo nel cammino».
Fra parentesi: quanti pellegrini e visitatori ha avuto la Basilica di San Francesco?
«Nel 2025, l’anno del Giubileo, abbiamo avuto tre milioni e mezzo di presenze, con un forte passaggio di giovani fra luglio e agosto, in occasione del grande incontro con il Papa a Roma. In questo 2026, ad oggi, siamo vicini a quella cifra. Con l’ostensione delle spoglie che ha portato 370mila pellegrini in settimane che ordinariamente sono di affluenza contenuta».

Ebbene: gli anniversari francescani quale eredità consegnano ai figli di Francesco e alla Chiesa intera?
«La centralità del rapporto con Cristo. Ciascun anniversario ha richiamato aspetti peculiari di Francesco e del francescanesimo. Ma al centro di tutto – e l’ottavo centenario della morte lo sta evocando con particolare forza – sta la relazione strettissima con il Signore Gesù, il rapporto con il Padre altissimo, onnipotente e buono, la via di una totale spogliazione, l’affidamento alla Provvidenza di Dio – perché Lui è “ogni nostra ricchezza a sufficienza”, come dice Francesco nelle “Lodi di Dio Altissimo”. Poi viene il resto: la fraternità, la pace, il rapporto con il creato, l’opera missionaria – e l’impegno di Francesco nell’annuncio del Vangelo e nella predicazione è una dimensione forse meno evidenziata e da riscoprire. Ma il fondamento di tutto è il rapporto con Cristo. Questo lo rende uomo compiuto: dunque vicino a chi – parlo per me, anzitutto – si porta dentro un desiderio di pienezza ma si misura ogni giorno con le proprie inadempienze, con la distanza dalla vita buona secondo il Vangelo».
Per questo 4 ottobre, nel quale celebriamo l’ottavo centenario della morte di san Francesco, quali autorità avete invitato ad Assisi, oltre al capo dello Stato e agli ambasciatori?
«Abbiamo unito locale e globale. Francesco è figlio di Assisi e dell’Umbria, è patrono d’Italia, è santo universale. Ad accendere la lampada votiva alla sua tomba sarà, dunque, il sindaco di Assisi e lo farà con l’olio donato dalla Regione Umbria. Ma abbiamo invitato anche i presidenti di tutte le Regioni e i sindaci dei comuni capoluogo, oltre al presidente Mattarella e agli ambasciatori. E a presiedere la Messa in Basilica sarà il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei. Francesco parla a tutti perché il Vangelo è dono a tutti. E sono per tutti – anche chi ha altre fedi e altre convinzioni – le parole e i gesti di pace, fraternità e amicizia sociale che Francesco ci consegna in questa giornata».

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