Francesco e quelle parole al suo medico: «Dimmi la verità, cosa prevedi?»
Il santo di Assisi mostra come affrontare il momento in cui, nella malattia, si intuisce che un'amara notizia viene nascosta. In lui, l'unione con Dio permise un desiderio di sincerità a cui non voleva che gli altri si sottraessero
Prima di recarsi a morire alla Porziuncola, Francesco trascorse le ultime settimane di vita nel palazzo del vescovo di Assisi, Guido II. Furono giorni intensi, durante i quali molti si avvicendarono al capezzale del morente. Vi giunse anche un medico di Arezzo, Bongiovanni, «conoscente e amico del beato Francesco». Questi, in realtà, lo chiamava «frate Giovanni», poiché non chiamava «con il loro nome quanti avessero nome “Buono”, per riverenza al Signore che ha detto: Nessuno è buono, fuorché Dio solo». Al medico Francesco chiese un parere circa la sua idropisia, l’ultimo problema di salute con il quale egli dovette confrontarsi e che lo condusse alla morte; Bongiovanni rispose cercando, in un primo momento, di nascondere al malato la reale gravità della sua condizione. Situazione umanissima e frequente, in realtà, ma che quella volta ebbe un seguito non troppo frequente, per la verità. Francesco, infatti, gli disse apertamente: «Dimmi la verità, che cosa prevedi? Non avere paura poiché, con la grazia di Dio, non sono un codardo che teme la morte. Per misericordia e bontà del Signore sono così intimamente unito a lui, che sono ugualmente felice sia della morte che della vita». Bongiovanni non si fece allora più remore, dicendogli tutta la verità, al che Francesco esclamò: «Ben venga, mia sorella Morte!».
Dialogo umanissimo, dunque, nel quale Francesco – come d’ordinario fa il malato – chiede lumi al medico, perché sente che le cose non vanno, ma non riesce a comprendere quanto profonda sia la ferita inferta dal male. Non ci appare, qui, come il Santo che predice in anticipo la propria morte, ma come l’uomo qualunque, che vuol sapere da un tecnico della materia cose che lui può solo in parte intuire, ma senza poterne avere un quadro preciso. Compare l’uomo, dunque, ma anche il santo, poiché pure la morte era ormai, per lui, sorella, non più nemica! Questo suo modo di pensare aveva, ancora una volta, una radice biblica, tratta dal libro di Giobbe (17,14), come ha mostrato di recente un grande studioso di letteratura, Carlo Ossola. Questo dialogo umanissimo mostra, dunque, la caratura non comune della fede di Francesco, ma pone anche un’altra questione, causa di non pochi dubbi e di forti lacerazioni interiori: è bene dire al malato tutta la verità oppure no? E nel caso, come? E quando? Non è possibile, ovviamente, una risposta univoca per tutte le situazioni, differenti di volta in volta. È vero, però, che il malato – come, in questo caso, Francesco – molte volte è ben conscio del fatto che gli si stia nascondendo una verità amara; a volte, anzi, è egli stesso che tenta di dissimulare per non gravare i familiari di un peso ulteriore. C’è poi l’eventualità che il malato non intuisca le sue reali condizioni di salute. Pure in tal caso, bisognerebbe tuttavia chiedersi se egli non volesse comunicare qualcosa d’importante ai propri familiari oppure chiedere perdono a qualcuno o rivedere qualcuno per poterlo perdonare a sua volta. Quante cose sa dirci Francesco, quanti insegnamenti riesce a trasmettere…
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