
Arrampicato tra i Caruggi e l’antica chiesa di san Donato abita il signor Erminio. Ha novantasette anni e sei rampe di scale da salire per arrivare all’appartamento in cui si è trasferito da un paio d’anni. «Qui pago soltanto 200 euro al mese perché se ne dovessi pagare di più non ce la farei» sospira cercando posto per le sedie tra le pile di giornali accatastate ai lati della sua poltrona verde. Per mesi i volontari hanno bussato alla sua porta, lasciando, a chi non rispondeva, dei bigliettini. «Poi un giorno ci ha detto di aspettarlo giù in strada e così lo abbiamo conosciuto», racconta Daniela Parodi, coordinatrice del programma Viva gli Anziani di Genova della Comunità di Sant’Egidio. All’inizio Erminio non era convinto. «Quasi mi davano fastidio, non capivo cosa volessero da me. Ora mi meraviglio che ci siano ragazzi che perdano tempo con noi». Quando una parte del soffitto della sua vecchia casa è crollata, sono stati i volontari a trovargli una nuova sistemazione. Erminio è rimasto nel suo quartiere, il Molo, uno dei più antichi della città. Qui, stando ai dati comunali disponibili, il 47% degli over 75 vive solo.
A maggio 2025 i residenti con più di 65 anni erano 161mila quasi il 30% della popolazione. «Dal Comune abbiamo ottenuto l’anagrafica dei 1200 over 80 che vivono in centro, e settimanalmente andiamo porta per porta a citofonare per chiedere se va tutto bene» spiega Parodi. Il tentativo è ricostruire una rete di prossimità di persone che possano aiutare le persone rimaste sole: vicini di casa, medici di medicina generale, giornalai, commercianti della zona. Gli stessi anziani possono diventare parte attiva della rete: sono circa 300 gli over 75 che, come volontari, vanno a trovare altre persone in difficoltà. Secondo una ricerca dell’Università di Roma Tor Vergata la presenza di Viva gli Anziani è associata a una riduzione del 15% degli accessi impropri al Pronto soccorso e del 20% degli ingressi in istituti di cura. «Mi sono addormentata vedendo che sul mio comodino c’era il vostro depliant» ha scritto in una mail una signora sola, chiedendo aiuto dopo essere caduta in casa. «Avere una rete di prossimità significa che ci sono delle sentinelle, persone che si accorgono dell’assenza, qualcuno che conosce il tuo nome e sa dove cercarti» aggiunge Parodi.
Oltre al monitoraggio domiciliare di più di 5mila anziani, la Comunità di Sant’Egidio genovese gestisce tre convivenze solidali, un’altra formula di sostegno agli anziani nella quotidianità. Nella casa “Roberto Bianchi”, nel quartiere di Carignano, vivono sei donne anziane che hanno scelto di mettere insieme le proprie risorse per continuare a vivere in una casa, invece di entrare in una struttura. «Le convivenze solidali sono un modo di vivere la vecchiaia in uno spazio familiare» afferma Roberta Reboa, responsabile della casa. Ogni mattina ci sono persone che si occupano delle pulizie e dell’assistenza; al pomeriggio arrivano volontari e amici. Si leggono i giornali, si discute, si gioca a carte, si prega insieme. La domenica c’è il pranzo, con una tavolata aperta anche ai vicini e ad altri anziani della zona. Non è solo una soluzione abitativa, ma una casa aperta a tutto il quartiere. «Qui c’è famiglia, assistenza e tutto quello che importa» dice la signora Adele. A chi le chiede di esprimere un desiderio risponde: «Sogno di non avere tanti disturbi, per non dare fastidio. Perché se mi aggrappo devo dipendere e non voglio essere dipendente».
La signora Anna è arrivata da pochi mesi. Fino a 92 anni ha vissuto nella sua casa, poi una caduta e alcuni incidenti domestici hanno fatto capire ai volontari di Viva gli anziani, che già la andavano a trovare, che forse era arrivato il momento di cercare un’altra soluzione. Le hanno proposto di trasferirsi nella convivenza. «Sola non potevo più stare, qui mi sento protetta». Per Roberta Reboa, questa esperienza può essere anche un modo per ripensare l’approccio all’invecchiamento. «Come un paio di secoli fa è stata progettata una società che tenesse conto delle esigenze dei bambini, oggi possiamo costruire una società a misura di anziano. E qui a Genova lo stiamo sperimentando». E c’è una frase che Reboa sente ripetere da chi arriva nella casa: «Io qui sono risorto». «È la cosa più emozionante - racconta - e mi colpisce vedere come le persone della casa si prendono cura di chi è più fragile».
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