Un'associazione insegna italiano a lavoratori e mamme da oltre 30 anni: sono i nostri vicini di casa

di Cinzia Arena
Si chiama Paroikia, opera ad Abbiategrasso. La vicepresidente Crivelli: siamo tutti volontari, abbiamo intercettato un bisogno di integrazione
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October 2, 2026
Un'associazione insegna italiano a lavoratori e mamme da oltre 30 anni: sono i nostri vicini di casa
Il nome è simbolico, infatti Paroikia in greco antico significa letteralmente “abitare vicino” o “soggiornare in terra straniera”. L’attività sul territorio, fatta di impegno concreto da parte di volontari, si articola in uno sportello informazioni, nato per aiutare e orientare i cittadini extracomunitari per il disbrigo delle pratiche, un centro di aiuto allo studio per i ragazzi delle medie (il Piergiorgio Frassati), e infine i corsi di italiano per adulti. Lo spirito di questa associazione nata nella parrocchia di San Pietro Apostolo ad Abbiategrasso, è quello di non far sentire nessuno diverso perché “siamo tutti stranieri verso l’unica città” come recita lo slogan inserito nel logo dell’associazione. È una delle tantissime realtà, spesso invisibili, che si occupa di insegnare l’italiano a chi arriva da un altro Paese. Con corsi serali o pomeridiani che da ottobre alle soglie dell’estate si svolgono due volte alla settimana. Sono momenti di condivisione e non solo di apprendimento, dove c’è spazio per raccontare qualcosa di sé, intrecciare nuove amicizie e sentirsi a casa. «L’obiettivo è abbattere quella barriera che rischia di tenere separati i migranti dal resto della popolazione» spiega Luisa Crivelli, vicepresidente di Paroikia e una delle fondatrici. L’associazione è nata nel 1990, nell’ambito dell’oratorio San Giovanni Bosco, per iniziativa di un gruppo di giovani e adulti, guidati da Don Luciano Garlappi, come espressione dell’impegno sociale e caritativo della comunità. «Ci siamo resi conto che l’emergenza, all’epoca nuova per Abbiategrasso, era la presenza di lavoratori stranieri» spiega Crivelli.
La mobilitazione è stata immediata, grazie alla generosità dei parrocchiani: oltre a chi ha messo a disposizione un immobile per ospitare gli stranieri che non avevano (ancora) un posto dove vivere, altri hanno contribuito in vari modi, dall’allestimento, alla manutenzione. Dopo un periodo di indagine esplorativa sulle nuove realtà di bisogno, verificato che la richiesta di accoglienza da parte dei lavoratori stranieri non era più così significativa e di comune accordo con la Caritas di Milano, l’associazione nel 1997 ha mutato l’utenza della struttura, che è diventata una casa d’accoglienza per mamme con bambini, rilevata nel 2019 da una cooperativa.
«Inizialmente, il corso di Italiano era rivolto agli ospiti della casa di accoglienza, in prevalenza egiziani ed albanesi, che sentivano la necessità di imparare la nostra lingua per rapportarsi nell’ambito lavorativo. Per lavorare, certo, ma anche per integrarsi. Quasi subito si è allargato ad altri stranieri presenti in città. Quando abbiamo iniziato, gli studenti erano tutti uomini e le lezioni si svolgevano soltanto di sera - racconta la vicepresidente - Qualche anno dopo sono arrivate le donne, spesso per effetto del ricongiungimento familiare. E ci siamo resi conto che loro erano doppiamente isolate. Venivano allo sportello di accoglienza con i figli che facevano da interpreti e si sentivano mortificate per questo ribaltamento dei ruoli». Da allora, grazie al passaparola, la scuola di italiano è cresciuta nei numeri e nell’impegno: oggi ha 373 alunni iscritti (la stragrande maggioranza, 250 circa, per i corsi serali) e una ventina di insegnanti-volontari. Otto classi in tutto: quelle pomeridiane sono frequentate solo da donne, e sono meno numerose. L’organizzazione non è facile, ma l’entusiasmo di vedere i progressi dei propri alunni (c’è chi frequenta da anni) ripaga della fatica fatta. «Abbiamo volontari che sono in pensione, tra di loro anche alcuni insegnanti, ma anche tante persone che lavorano e dedicano qualche ora a settimana agli altri. Senza considerare le lezioni da preparare e i compiti da correggere – sottolinea la vicepresidente -. Oltre all’ascolto e alla conoscenza reciproca, noi puntiamo a costruire un rapporto di fiducia, fatto anche di momenti di socializzazione, ad esempio un giro per le vie del centro, e spunti di educazione civica su come muoversi negli uffici pubblici per avere i documenti o il medico di base».
Gli egiziani sono la comunità più numerosa, ma sono in aumento anche gli asiatici. Sono presenti anche donne ucraine. «I nostri studenti sono nella stragrande maggioranza giovani, la metà ha meno di trent’anni, il 27% è laureato - conclude Crivelli. Hanno voglia di imparare e di ottenere il livello di italiano A2 che serve per il permesso di soggiorno a lunga scadenza. Come associazione non possiamo rilasciare le certificazioni e per molti frequentare il CPIA, il più vicino è a Magenta, è impossibile per via degli orari e degli spostamenti. Per questo sarebbe auspicabile la presenza di un Cpia qui ad Abbiategrasso».

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