Il capannone in cui è morto l'operaio di Caivano doveva essere demolito
C'è una storia di illegalità nell'illegalità dietro all'incidente mortale costato la vita a Salvatore Calignano, per il quale è indagato l'imprenditore edile che ha tentato di nascondere le sue responsabilità: la struttura in cui si svolgevano i lavori era stata dichiarata abusiva già nel 2011. Nessuno però si è mai mosso. Ora si indaga

È una storia non solo di lavoro nero e insicuro, ma anche di gravissimo abusivismo edilizio quella dell’operaio morto a Caivano cadendo dal tetto di un capannone. Proprio quel capannone, sul quale Salvatore Calignano stava verniciando e ponendo una guaina di bitume, senza alcuna protezione, è totalmente abusivo e doveva essere demolito 15 anni fa, così come gli altri di proprietà dei fratelli imprenditori Antonio e Nicola Frezza, indagati per omicidio colposo per la morte dell’operaio assieme all’imprenditore edile Michele De Rosa, finito agli arresti domiciliari anche per aver tentato di nascondere le sue responsabilità sia per la morte sia per l’assunzione in nero.
Ma ora riemerge una storia molto più vecchia, di un’altra grave illegalità su cui sta indagando la Procura di Napoli Nord. Nel lontano 2011, a seguito di accertamenti dell’Ufficio tecnico del Comune di Caivano, viene emessa un’ordinanza di demolizione nei confronti delle strutture per la totale assenza di titoli edilizi validi e la violazione delle normative urbanistiche. E quindi i capannoni industriali della società dei fratelli Frezza, che si trovano tra via Fossa del Lupo e via Atellana, sono tutti abusivi.
Ma nulla si muove. Nel 2012 i Frezza, dopo aver tentato di avviare le procedure per ottenere una sanatoria, presentano un ricorso dinanzi al Tar della Campania. Poi non se ne occupano, così il Tar, senza entrare nel merito, chiude la vicenda e il procedimento muore per inerzia dei ricorrenti. I giudici dichiarano il ricorso perento «per inattività delle parti» . E l’ordinanza del 2011 resta valida, ma il Comune non la applica e non procede all’acquisizione al patrimonio pubblico o all’abbattimento forzoso delle strutture. Non lo hanno fatto tre amministrazioni diverse e neanche le due commissioni straordinarie che hanno guidato il Comune dopo gli scioglimenti per condizionamento camorrista nel 2018 e nel 2023.
Così i capannoni sono rimasti al loro posto, ma hanno continuato a ospitare varie attività. Fino al tragico incidente del 2 ottobre scorso, che ha riacceso i riflettori giudiziari anche sulla regolarità urbanistica dell’intera area. La Procura di Napoli Nord sta infatti indagando anche su questa lunga storia e nel frattempo ha sequestrato le strutture.
Enzo Falco, uno degli ex sindaci, ricorda bene la vicenda. «Non avevamo i fondi per operare la demolizione. Avrei potuto farlo e poi chiedere il rimborso agli imprenditori, ma sapevo che sarebbe stato lunghissimo e noi stavamo uscendo dalla procedura di dissesto finanziario. Ho così chiesto un aiuto alla Regione, ma non ho avuto risposta». Non ne sapeva nulla, invece, il prefetto Filippo Dispenza, coordinatore della commissione straordinaria che ha guidato il Comune dal 2023 al 2025 dopo lo scioglimento per condizionamento del clan camorrista. «È tutto vero, ma a noi nessuno lo aveva comunicato. Non c’è in nessuno dei documenti che ci hanno consegnato, né tantomeno nessuno ce ne ha parlato. E non solo per questa vicenda». Assicura che «se l’avessimo saputo saremmo sicuramente intervenuti, come per tanti altri abusi edilizi e per la vicenda del “capannone dei veleni”, struttura abbandonata che conteneva amianto e altri rifiuti pericolosi, per la quale abbiamo avviato la procedura di bonifica. Ma in quel caso eravamo stati sollecitati da cittadini e inchieste giornalistiche. Per i capannoni abusivi nulla». Ora, riflette amaramente, «c’è voluta la drammatica e disumana tragedia dell’operaio per farla riemergere».
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