I giovani caregiver si raccontano in cento storie: «Ma chi si prende cura di noi?»
Oggi la Giornata europea: un progetto di Rete oncologica del Piemonte e Valle d’Aosta con Asl Città di Torino ha raccolto le voci di studenti che assistono un familiare

Oggi si celebra la Giornata Europea del Caregiver, per riconoscere e valorizzare il ruolo dei familiari e di chi si prende cura quotidianamente di persone fragili, malate o con disabilità. In occasione di questa ricorrenza la Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta ha promosso un’iniziativa organizzata insieme alla Asl Città di Torino per promuovere un momento di riflessione con i futuri professionisti della sanità e dell’assistenza sociale e far emergere una realtà spesso sommersa: quella dei caregiver più giovani. Sono stati coinvolti studenti e studentesse del settore “Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale” dell’Istituto Bosso Monti di Torino, che hanno scritto una serie di elaborati sul loro ruolo di caregiver o sulla loro esperienza in casa con un familiare malato. Il momento conclusivo di questo spazio di condivisione si terrà oggi all’Istituto Bosso Monti, con l’evento “Chi si prende cura di chi assiste un familiare ammalato?”. Al centro del dibattito la figura del caregiver familiare, una realtà che tocca da vicino milioni di famiglie in Italia e, sempre più spesso, anche gli stessi adolescenti. In questa giornata sarà data evidenza dei risultati e degli articoli di sensibilizzazione che questi ragazzi e ragazze hanno prodotto come interviste, storie personali, esperienze, che anticipiamo qui, per dare la misura di come il tema del caregiving sia spesso ancora tabù. Chi si fa carico di questi compiti tra le mura domestiche spesso tende infatti a non raccontarlo ai coetanei, frenato dal confronto con modelli di successo stereotipati, dove la fragilità e la solidarietà trovano meno spazio.
Questi racconti hanno svelato l’esistenza di un movimento di gentilezza intergenerazionale; tra le testimonianze più toccanti, quella di uno studente che ha focalizzato l’attenzione sull’impatto psicologico dell’assistenza: «Quello che mi ha colpito di più – scrive – non è stata la fatica fisica ma la costanza emotiva richiesta. Accettare una forma di pazienza diversa, fatta di sguardi, di parole ripetute più volte. Ho imparato che la cura non è solo un dovere sanitario, ma un vero e proprio linguaggio affettivo».
Dalle circa cento storie raccolte in queste settimane è emersa l’importanza di portare leggerezza, l’empatia che va oltre il dovere e la fatica della quotidianità, ricambiata dalla gratitudine per la cura. Martina, di una classe quinta superiore, racconta di una vera e propria riorganizzazione dell’esistenza: « Ho visto – scrive – come il tempo libero, gli hobby e persino il riposo notturno vengano messi in secondo piano per garantire sicurezza e presenza costante». E poi prosegue: «Sarebbe utile che ci fossero più tutele, servizi di supporto psicologico e momenti di sollievo per i caregiver. Osservare da vicino chi si prende cura di una persona fragile mi ha insegnato cosa significhi davvero la parola “empatia”: una scelta quotidiana fatta di pazienza, piccoli gesti e forza di volontà. È un’esperienza che mi ha aperto gli occhi sulla fragilità, ma anche sulla capacità di dedizione che le persone sanno tirare fuori nei momenti di necessità ». L’empatia, spiega Davide, di un’altra quinta, « non è dire “ti capisco” ma restare seduto accanto a una persona che ripete per la terza volta la stessa cosa senza sbuffare, la disponibilità a sporcarsi le mani». E poi continua: «Vivendo tutto questo in casa mi sono reso conto di quanto i caregiver siano soli e invisibili, e di quanto la società, la scuola e il sistema sanitario potrebbero fare. A scuola basterebbe che i professori sapessero che alcuni di noi la notte aiutano un familiare e la mattina arrivano stanchi in classe. Non servono favoritismi, solo un po’ di flessibilità e uno spazio d’ascolto dove poter parlare senza vergogna». Giorgia, un’altra ragazza di una quinta, scrive una cosa essenziale per la cura: «Credo dovremmo imparare a fare una domanda semplice, che spesso dimentichiamo: “Come stai tu?”. Dovremmo farla alla madre che assiste il marito, al figlio che accompagna il genitore, al marito che si prende cura della moglie, al fratello, alla sorella, al nipote. Dovremmo farla a tutte le persone che ogni giorno mettono da parte la propria vita per prendersi cura di qualcun altro».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire




