Italia, 1 ottobre 1976: la storia del giorno in cui entrarono in classe gli ultimi “remigini”

di Andrea Ceredani, Paolo Ferrario
Cinquant'anni fa per l'ultima volta dall'Unità d'Italia la scuola cominciò per tutti, dalle elementari al liceo. Un racconto in bianco e nero e i volti di chi l'ha scritto
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October 1, 2026
Un gruppo di scolari degli anni Settanta  / Universal Images Group North America LLC / Alamy Stock Photo
Cinquant’anni fa, per l’ultima volta, la scuola apriva i battenti il 1° ottobre. Genitori e nonni oggi avrebbero affidato i figli a san Remigio, il patrono dei vescovi a cui per decenni, almeno nelle famiglie più devote, sono stati consegnati anche i “remigini”, ovvero i piccoli che entravano in prima elementare. E, per l’ultima volta, gli studenti stamani avrebbero fatto la cartella per iniziare un anno di lezioni che sarebbe terminato il 30 giugno. «Sono trascorsi cinquant’anni esatti dalla legge che anticipò l’inizio delle attività didattiche a settembre – spiega Angelo Gaudio, ordinario di Storia della scuola all’università di Udine –. Ma, quando fu varata, erano trascorsi altrettanti anni dall’ultima riforma del calendario scolastico. È il sintomo di una scuola che ascolta e impone cambiamenti alla società». Oggi, del resto, per venire incontro alle famiglie fiaccate da estati sempre più calde a causa del cambiamento climatico, molte scuole il calendario lo stanno cambiando di nuovo, anticipando l’inizio delle lezioni alla fine di agosto. «Le abitudini e i bisogni delle famiglie sono mutati rispetto al 1976 – sottolinea il professore –. È per questo che anche le tradizioni della scuola devono adattarsi al passare del tempo»,
L’ultima riforma del calendario scolastico, però, arrivava in tutt’altra temperie. «Sullo sfondo c’erano gli anni di Piombo – precisa Gaudio – e anche la scuola stava prendendo direzioni nuove: c’era molta paura, ma anche la consapevolezza che l’istituzione educativa non poteva insegnare e basta. Doveva integrare». La riforma della scuola del 1977 – redatta dal ministro Franco Malfatti sulle basi pedagogiche poste dalla senatrice Franca Falcucci – abrogava nei fatti un regio decreto del 1928. Lo faceva, prima di tutto, per abolire le classi differenziali, che separavano dagli altri i bambini con disabilità, che la legge di epoca fascista definiva «anormali psichici». «Era un fascismo in via di consolidamento quello della legge del 1928, che aveva gettato basi educative che negli anni Settanta stavano strette», continua il professore. La riforma del calendario, perciò, serviva a certificare simbolicamente il passaggio verso una nuova scuola. Ma veniva incontro anche a esigenze molto più pratiche: da un lato, l’ingresso anticipato eliminava la seconda finestra autunnale di esami per i “rimandati”; dall’altro, «negli anni Settanta non serviva più attendere ottobre per trovare docenti – continua Gaudio –. Al netto dei problemi di continuità didattica, infatti, nel Dopoguerra il personale era più stabile rispetto agli anni Venti».
In sintesi, «è stato un passaggio da una scuola in bianco e nero a una scuola a colori». Innescato, soprattutto, dal cambiamento delle abitudini e dei costumi delle famiglie italiane. «Prima della riforma, i contesti agricoli erano più numerosi e non è detto nemmeno che fossero a diretta gestione dello Stato – spiega Gaudio –. In altre parole, un bambino molto spesso poteva essere costretto a saltare scuola per fare la vendemmia». Dal Dopoguerra, le cose sono cambiate. I piccoli studenti erano meno impegnati nei lavori agricoli e, in molte famiglie, hanno iniziato a lavorare entrambi i genitori. «A settembre, diventava sempre meno facile occuparsi dei bambini con vacanze così lunghe – spiega il docente – e, negli anni Settanta, erano entrate in crisi anche le colonie estive». Con il miglioramento del tenore di vita, infatti, sempre più famiglie avevano iniziato a permettersi soggiorni estivi con i figli in alberghi o pensioni. Che però, naturalmente, dovevano interrompersi con il ritorno all’impiego. «Non è un caso se è negli anni Settanta che si inizia anche a discutere anche di tempo pieno a scuola», sottolinea il professore.
Secondo Gaudio, l’anticipazione dell’inizio delle lezioni ha incrinato – o ne è stato almeno un sintomo – anche «un certo intreccio presente in Italia tra l’istituzione scolastica e la cultura religiosa». «La religiosità popolare, che faceva affidare i bambini a san Remigio – spiega – è per sua natura una religiosità incarnata. Quando viene meno l’appuntamento del 1° ottobre, viene meno anche quella tradizione». L’autonomia scolastica, poi, introdotta nel 1999, ha portato a termine il lavoro, permettendo a ogni Regione di fissare indipendentemente il proprio giorno di inizio delle lezioni. «Culturalmente è cambiata l’attenzione mediatica di quello che, di fatto, resta un rito di passaggio sociale». E, oggi, pare che stia di nuovo cambiando. Il lavoro coinvolge più donne rispetto a cinquant’anni fa, i centri estivi sono sempre più cari e il caldo rende insopportabile la vita in aula a giugno. «Al momento, però, questi adattamenti restano nella cornice dell’autonomia scolastica – conclude Gaudio –. Ogni scuola oggi può venire incontro alle esigenze specifiche della propria comunità di riferimento».

«Per noi l'estate non finiva mai. Ma che gioia la prima campanella»

Ettore Bassi / Imagoeconomica
Ettore Bassi / Imagoeconomica
La prima campanella degli ultimi “remigini” d’Italia è suonata esattamente cinquant’anni fa. Il 1° ottobre 1976, per l’ultima volta dall’Unità, cominciarono le lezioni per tutti: dalle scuole elementari al liceo. Dall’anno successivo, il ‘77/’78, con l’entrata in vigore della riforma prevista dalla legge 517 del 4 agosto 1977, l'inizio delle lezioni sarebbe stato anticipato a settembre, come avviene ancora oggi. Gli ultimi a “festeggiare” San Remigio – che cade, appunto, il 1° ottobre – sono stati i bambini nati nel 1970, entrati in Prima elementare giusto mezzo secolo fa. Come l’attore Ettore Bassi, nato a Bari il 16 aprile, protagonista di film e serie Tv come “Il maresciallo Rocca”, “Un medico in famiglia”, “Il commissario Rex”, “I ragazzi del muretto” e “Un posto al sole”.
Che cosa ricorda di quel 1° ottobre 1976?
Mi ricordo la gioia di quel primo giorno di scuola e la bellezza dell'infanzia, l’ingenuità e l’innocenza che caratterizzava tutto. Mi ricordo la mamma che mi accompagna, tenendomi per mano. Insomma, tutte quelle cose belle che hanno fatto crescere milioni di bambini. E soprattutto, ricordo che per noi l'estate non finiva mai. Dopo è cambiato il mondo.
Com’era la sua scuola?
Sono nato a Bari ma le prime due classi elementari le ho fatte a Monza, perché i miei genitori si erano spostati lì. Poi siamo ritornati a Bari dove ho frequentato il resto delle elementari.
Che ricordi ha degli anni a Monza?
In Brianza ho vissuto tre anni, di cui due con la scuola. Ricordo che abitavamo vicino alla Valassina, la strada che collega Milano alla Valtellina. Ho ricordi bellissimi perché a quell'età si sperimenta, si conosce, si inizia a guardare il mondo, insomma.
Ricorda qualche compagno di scuola?
Mi ricordo di Ivan e di Teresa. Qualche anno fa, ero in aereo e mi ferma una bella signora bionda con gli occhi azzurri. «Ciao Ettore», mi dice. La guardo e penso che mi avesse visto in qualche spettacolo. «Ma non mi riconosci?», insiste. Io la guardo un po' e lei mi fa «Scuola elementare». Allora l’ho riconosciuta. Tra l’altro, con Teresa ci fu una prima cottarella da bambino e ritrovarla, dopo tanti anni, così su un aereo, casualmente, è stata una cosa molto carina.
Si ricorda qualche episodio legato alle scuole elementari?
Ricordo che mi piaceva fare un po' di scherzi e una volta, con mio fratello, facemmo uno scherzo piuttosto crudele a una nostra compagna. Prendemmo una lucertola e la nascondemmo nell’astuccio di quella bambina. Successe il finimondo, un putiferio e ad andarci di mezzo fu proprio mio fratello. Che, a distanza di decenni, mi rinfaccia ancora quel fatto, che all’epoca fu scandaloso. Insomma, ci siamo divertiti.
Dopo le elementari come è proseguito il suo percorso scolastico?
A 12 anni sono andato a vivere a Torino ed è stato un passaggio traumatizzante, un impatto molto duro. Ricordo che a Bari ero uno studente modello, ma una volta arrivato a Torino cominciai a diventare un ribelle, un discolo e quindi a rifiutare la scuola.
Per quale ragione?
Sentivo un'accoglienza molto fredda, molto sospettosa. Eravamo negli anni ’80, quando l'ondata dei meridionali al nord aveva “invaso” Torino, Milano, Genova. Io iniziai al ginnasio ma non ne volevo sapere. Ho passato un paio d'anni anni di vere e proprie tribolazioni. Così, prima ho sfogato la mia rabbia nello sport, nel calcio e poi nella magia. Ho cominciato a frequentare una scuola di maghi, di prestigiatori, vicino casa e questo mi aiutò a incanalare questa energia e questa sofferenza, tramutandola in qualcosa che poi alla fine mi è servito per la vita. Da lì è iniziato un po’ il mio percorso nel mondo dello spettacolo.
La sua storia di emigrante dal Sud ricorda quella degli studenti “stranieri” di oggi: che idea s’è fatto del dibattito in corso?
Mi sembra che si voglia tappare la falla di una diga con un bicchiere. Non è così che si risolve, non è questa la soluzione. Bisogna gestire i flussi e capire che la gente va aiutata nel proprio Paese perché ci sono le risorse per poterlo fare. È un'ipocrisia gigantesca, quella per cui ci sono Paesi che non ce la fanno, non è vero. Il mondo ha risorse per tutti, soltanto sono mal distribuite.

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