Dentro "all'imbuto di Trieste", un gruppo di medici volontari salva i migranti dei Balcani
L'associazione Donk Humanitarian Medicine, nell'ultimo anno e mezzo, ha curato diecimila persone. Il presidente Bardari: «Siamo un osservatorio sulla rotta. Sono tutte persone che hanno subito traumi fisici e psicologici»

Nell’ultimo anno e mezzo, Stefano Bardari e i suoi 87 colleghi medici hanno curato 10mila persone. Quasi tutte vengono dall’Asia centrale, ma hanno cercato assistenza nei molti ambulatori dell’associazione Donk Humanitarian Medicine, sparsi tra le vie di Trieste. I pazienti si ammassano tutti in quei quattro indirizzi targati “Donk”, perché Bardari lavora in un imbuto. «Le persone che incontriamo in questo stretto passaggio friulano – riassume il dottore, presidente dell’associazione – poi si disperderanno tra Italia, Germania, Francia e Inghilterra. È un osservatorio speciale sulla rotta balcanica». Un lembo di terra che, per migliaia di persone migranti ogni anno, sancisce la fine di un viaggio lungo mesi (o anni) e l’ingresso in Europa. La maggior parte sono afghani e pakistani che, al termine di un percorso costellato di violenze e notti all’addiaccio, hanno quasi sempre bisogno di supporto medico: «Le condizioni estreme del viaggio – spiega Bardari – minano la loro salute. Quindi, contraggono spesso infezioni alla pelle, infezioni respiratorie, scabbia, gastroenteriti e hanno fragilità psicologiche non meno importanti».

I pazienti degli ambulatori di Donk, a Trieste, spesso dormono all’aperto sotto i portici del Porto vecchio, a una manciata di metri dalla stazione. Tra la primavera e l’estate in città arrivano i gruppi più numerosi e, di rado, famiglie intere. D’inverno i flussi rallentano. «Ma le vie della rotta cambiano sempre – spiega Bardari –. Fino a due anni fa, si trattava di persone che impiegavano anche due anni per superare i Balcani ed entrare in Europa da Trieste. Ora i passeur (i trafficanti che organizzano e vendono il viaggio, ndr) sono molto più “preparati”: molti conoscono anche il nostro lavoro. In sintesi, la rotta è veloce ma più cara». Fino a 3mila euro a migrante. Anche i Paesi di origine sono sempre diversi: «Lo scorso anno avevamo moltissimi cubani», ricorda Bardari. Quel che non cambia è la precarietà delle persone migranti a Trieste: molte proseguono il viaggio verso altri Stati dell’Unione, alcune richiedono protezione internazionale in Italia e attendono settimane o mesi per un appuntamento in Questura. Tutte, per due o 50 notti, hanno bisogno di supporto.
«Non chiediamo mai le condizioni di soggiorno a chi entra nelle sale di attesa del nostro Spazio 11– puntualizza Bardari –. A volte sono migranti appena arrivati, altre volte sono italiani senza fissa dimora. Del resto, come medici a Trieste, abbiamo iniziato curando persone indigenti e senza una casa». Spazio 11 è una “sala di attesa solidale” nata lo scorso anno, con il contributo economico della Caritas diocesana e il supporto di Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati. È una mansarda da 800 metri quadrati, luminosa, «bella a vedersi» e provvista di ogni servizio utile agli utenti: decine di poltrone per riposare, distributori di latte e caffè, punti di ricarica per i cellulari, sei bagni e ovviamente un ambulatorio medico attivo tutti i giorni. Lo scorso 10 settembre, in seguito a un violento nubifragio che ha colpito Trieste, circa 120 persone hanno trovato riparo e cibo nella sala di Donk. «L’obiettivo è offrire i servizi che altrimenti resterebbero scoperti per queste persone – spiega Bardari –. Per questo, insieme a Caritas, abbiamo aperto anche un ambulatorio odontoiatrico per gli indigenti che non riescono a pagare nemmeno il ticket». E con lo stesso spirito, due anni prima di Spazio 11, Donk aveva inaugurato anche Donky, un ambulatorio mobile per assistere persone chi non riesce a entrare negli ambulatori sulle proprie gambe.

Nel 2012, quando a curare le persone indigenti a Trieste c’era un solo altro medico insieme a Bardari, il dottore non si aspettava che in futuro ci sarebbe stato bisogno di un centinaio di camici bianchi volontari «per persone che non hanno tessera sanitaria». «Quando è esplosa la rotta balcanica, però – puntualizza –, abbiamo subito capito che in questa zona di frontiera serviva una offerta sanitaria più ampia». Così, da anni a Trieste Donk paga anche psicologi e mediatori linguistici per assistere perlopiù migranti soli. In città, l’associazione ha già svolto oltre 500 colloqui e intrapreso decine di percorsi individuali. La maggior parte sono persone richiedenti asilo o adolescenti accolti nelle comunità: «Nel tempo ci siamo allargati e oggi copriamo anche le domande di persone che attendono di entrare nel sistema di accoglienza e vivono in strada», precisa Davide Leonardo, coordinatore del servizio di salute mentale dell’associazione. Per tutti, la segnalazione arriva dagli operatori in strada o dagli educatori nelle comunità. Le fragilità sono diverse: «Disturbi d’ansia, stress post-traumatico, condotte autolesive e anche disturbi della nutrizione», elenca lo psicologo. Molti devono affrontare le conseguenze di un viaggio traumatico: «Alcuni hanno subito violenze, ma anche solo essersi allontanati in tenera età dalla famiglia genera fragilità». In ogni caso, al di là dell’etichetta della diagnosi, Leonardo nota una difficoltà comune a tutti i pazienti: «L’incapacità di vedere un futuro e di integrarsi». Il percorso è programmato caso per caso e, con molte persone, ha successo. Tanto che Donk ora vorrebbe estenderlo a Udine: «Lì ancora manca un’assistenza psicologica di questo tipo», chiosa Bardari.

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