C'è un problema sicurezza a Bologna? Il paradosso di una città al bivio
di Chiara Pazzaglia, Bologna
Viaggio nel capoluogo emiliano, dopo i cortei e le divisioni di piazza dei mesi scorsi. Da un lato aumentano gli investimenti nel turismo, dall'altro la vita nei quartieri è più complicata. Confesercenti: i negozi chiudono, aumenta il degrado percepito. Caritas: aiuti a chi vive in condizioni di povertà e marginalità

Il caso Abderrahim Fakir, l'uomo di origini marocchine morto a luglio durante un fermo di polizia, si è inserito negli ultimi mesi dentro uno scenario a crescente tensione a Bologna. Da una parte c’è la richiesta di un maggiore controllo del territorio, dall'altra la necessità di affrontare le radici sociali del disagio. È il paradosso della città delle due Torri oggi: una città ancora ricca e attrattiva, ma attraversata da nuove fragilità. Una città che cresce, ma che allo stesso tempo ha paura di se stessa.
Sono aumentati infatti i volumi prodotti dall’industria del turismo, gli investimenti e insieme la stessa popolazione studentesca, ma nello stesso tempo sono saliti anche il costo della vita, le difficoltà abitative e una percezione di insicurezza che attraversa ormai quartieri molto diversi tra loro. Dalla stazione alla Bolognina, fino al centro storico.
Il malessere che circola è trasversale e il disagio non sempre coincide con l'andamento dei reati. Per Oscar Regnaud Carcas, segretario generale provinciale della Fdp Polizia di Stato, ad esempio, «nell’ultimo anno, il potenziamento delle attività di prevenzione e controllo del territorio svolti dalle forze di polizia hanno portato positivi risultati, con una diminuzione del numero dei reati commessi. Tuttavia sembrerebbe non diminuita la percezione di insicurezza dei cittadini, forse anche a causa dei recenti fatti di cronaca e di alcune manifestazioni che hanno trasformato le strade e le piazze della città in un campo di battaglia». Per il sindacalista, «la sicurezza non è un tema ideologico, è un diritto dei cittadini» e «agli annunci devono sempre seguire investimenti concreti, in uomini, mezzi, organizzazione, luoghi di lavoro e condizioni di lavoro adeguate». Si tratta di una richiesta che si inserisce perfettamente nella situazione bolognese. «Per un giovane poliziotto permettersi di vivere in città diviene sempre più difficile per il problema degli alloggi ed il costo della vita» aggiunge il sindacalista.
Il tema della casa è uno dei punti di confronto più dibattuti in città, relativamente alla trasformazione in atto nel centro storico. Turismo, affitti brevi e nuove attività legate all'accoglienza hanno cambiato il volto di Bologna. Don Stefano Culiersi, parroco del centro, ne parla quasi con sarcasmo. «A quei palazzi che hanno perso la metà degli abitanti e raddoppiato l’età media, a favore di bed and breakfast, studenti, uffici, ospitalità brevi, i parcheggi ormai non servono…». Per il sacerdote, «abbiamo sofferto tanti disagi per fare spazio alla sede del tram: cantieri, cambiamenti delle linee, aumenti dei costi, ciclisti e pedoni caduti. Quando però la transizione sarà terminata e i trasporti saranno attivi, immagino si potranno vedere, dopo i lavori, anche i benefici». L'ironia di don Stefano non riesce a dissimulare il malessere di una parte dei residenti, che osservano un centro sempre più turistico e meno abitato. Una trasformazione che ha ricadute anche sul commercio. Intanto, nelle periferie e nell'hinterland bolognese la qualità della vita resta bassa e la quotidianità più complicata.
Confesercenti ha avviato una raccolta firme a sostegno dei negozi di vicinato, stretti tra costi crescenti e concorrenza dell'e-commerce. Per il direttore di Bologna, Loreno Rossi, «la chiusura dei negozi non è soltanto un problema economico. Meno attività aperte significa meno persone in strada e meno presidio sociale. Bologna, storicamente città universitaria e della vita serale, vede oggi molti locali abbassare la saracinesca prima del passato». Un cambiamento che, secondo Rossi, rischia di alimentare un circolo vizioso, all’insegna del «meno studenti, residenti e frequentatori nelle strade uguale più spazio al degrado percepito e all'insicurezza».
La minor sicurezza si intreccia anche con la povertà. Lo dimostra il caso della mensa Caritas del centro storico, arrivata ad accogliere oltre duecentocinquanta persone al giorno, prima della riorganizzazione avvenuta nei mesi scorsi. Oggi l'accesso è limitato a circa cento utenti, inseriti in un percorso seguito dal centro di ascolto. Una scelta che ha sollevato un interrogativo, che si pone lo stesso direttore Caritas, don Matteo Prosperini. «Dove sono finite le altre persone che chiedevano aiuto? Che fine hanno fatto?». Da qui la sua richiesta di «individuare, insieme al Comune e alle realtà del Terzo settore, uno spazio unico dedicato ai servizi per chi vive in condizioni di grave marginalità».
Secondo il consigliere comunale Filippo Diaco è proprio l'incremento delle diseguaglianze a spiegare parte delle paure diffuse. «Sempre più spesso povertà, senza dimora, degrado e criminalità vengono confusi tra loro. Ma sono fenomeni diversi. Il rischio adesso è trasformare chi è fragile nel bersaglio delle paure di una città che teme di impoverirsi».
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