Opinioni

Oltre il grave fenomeno di invisibilità. Il posto della famiglia e le urgenti risposte

Carla Collicelli sabato 4 gennaio 2020

Le disposizioni in tema di politiche per la famiglia contenute nella Legge di Bilancio 2020 segnano un piccolo miglioramento rispetto al passato per l’aumento dei fondi complessivamente destinati alle famiglie, da 500 a 600 milioni, per l’introduzione di un assegno universale di natalità – variabile tra 80 e 160 euro al mese – e per la previsione di passare nel 2021 a un assegno unico che ricomprenda e sostituisca le misure precedenti – carta bimbi, bonus asilo, bonus mamma domani, bonus latte artificiale, ecc. –, tutte sottoposte alla verifica del livello di reddito. Si sta andando quindi verso un regime più equo e dal carattere universale, ma viene spontaneo osservare, come hanno fatto anche il Forum delle Associazioni familiari e il Cisf, che in Italia siamo ancora lontani da un livello adeguato di supporto alla famiglia.

Come è stato osservato, all’inizio di questo mese di dicembre, nel corso della presentazione a Palazzo Altieri a Roma, con la partecipazione della ministra Elena Bonetti, della ricerca Iref-Acli sulla famiglia ('Avvenire' ne ha dato ampio conto il 4 dicembre scorso), si sente sempre più forte l’esigenza di valorizzare il soggetto-famiglia nelle politiche pubbliche sociali e sanitarie. Un soggetto che costituisce da sempre l’entità di base della comunità di vita, e che con l’avvento dei moderni Stati sociali è diventato di fatto il principale supporto per il benessere degli individui, e in particolare per i soggetti fragili e in difficoltà da un punto di vista sia economico sia sociale.

Eppure la famiglia stenta a farsi riconoscere come tale. I motivi alla base di questa scarsa considerazione sono diversi. Storicamente la famiglia italiana è stata spesso considerata come una realtà talmente forte da non aver bisogno di aiuto. E anche la tradizionale classificazione negli studi internazionali del welfare italico come 'welfare familistico' ha paradossalmente prodotto una disattenzione diffusa nei confronti dei bisogni delle famiglie, come se fossero davvero talmente forti da non richiedere interventi di supporto e politiche dedicate.

Più recentemente si sono aggiunti alcuni altri motivi importanti. Innanzitutto la differenziazione crescente delle forme familiari, dai single alle famiglie ricomposte, che ne hanno reso meni nitidi i contorni, quasi che tante famiglie diverse potesse significare nessuna famiglia. Oltre a ciò il processo di femminilizzazione della famiglia, che diventa sempre più centrata sulle funzioni tipicamente femminili di cura e tutela, affetto e accoglienza, solidarietà e convivialità, contribuisce a renderla agli occhi delle istituzioni meno interessante, quasi un prodotto 'di serie B' rispetto ai soggetti 'forti' della società, come i lavoratori e le imprese. Gli stessi malanni prodotti dall’individualismo e dalla ricerca di un benessere tutto materiale ed autoreferenziale, come la solitudine di molti individui, vengono spesso letti in chiave anti familiare, piuttosto che essere riconosciuti come il risultato delle difficoltà di molte famiglie. Quanto annunciato recentemente, in termini di incremento delle risorse destinate e di innovazione nella direzione di un approccio universalistico, è quindi da accogliere positivamente, sperando che si tratti del preludio di una stagione di maggiore impegno.