Le maglie da calcio tra memoria e algoritmo

Le divise rétro conquistano il mercato, dal Liverpool al Borussia Dortmund. Mentre il Manchester City ha affidato ai tifosi la scelta della terza maglia con l’intelligenza artificiale
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October 12, 2026
Le maglie da calcio tra memoria e algoritmo
Un ingresso dell’Etihad Stadium, casa del Manchester City / Ansa
La prima maglia non si scorda mai. È quella che si custodisce come una reliquia e che ti fa tornare di colpo bambino. L’odore antico dei pomeriggi in strada o al campetto, uno sponsor d’altri tempi e poi, certo, quei colori che ti fanno ancora gioire o star male... Simbolo di una passione che, salvo “tradimenti”, si tramanda da padri a figli, da nonni a nipoti. C’è qualcosa di curioso nel destino delle maglie da calcio. Proprio mentre il pallone diventa sempre più tecnologico, loro sembrano avere sempre più bisogno del passato. Le nuove divise guardano agli archivi, riprendono colori e stemmi dimenticati, citano stagioni gloriose, recuperano disegni di trent’anni fa. E intanto però irrompe l’intelligenza artificiale: oggi persino una maglia professionistica può nascere dalle indicazioni dei tifosi date a un algoritmo.
È accaduto con il Manchester City. Per la terza maglia 2026-27, lo sponsor Puma ha affidato ai sostenitori la possibilità di progettare la divisa attraverso un programma con IA: sono stati prodotti oltre 180 mila disegni, sottoposti a 1,7 milioni di valutazioni, fino alla scelta finale. Il progetto vincitore è diventato la terza maglia ufficiale del club, destinata a essere indossata dai giocatori durante la stagione. È, secondo Manchester City e Puma, il primo caso nel calcio professionistico di una maglia progettata dai tifosi attraverso l’intelligenza artificiale per essere utilizzata in campo. Un cambiamento tutt’altro che secondario: la tecnologia non si limita più a migliorare ciò che accade sul terreno di gioco, ma entra nella costruzione stessa dei suoi simboli. Eppure, mentre l’algoritmo guarda al futuro, il mercato delle maglie sembra premiare soprattutto la memoria. I dati raccolti da JD Sports e analizzati da TheIndustry.fashion mostrano che la nostalgia sta funzionando. La nuova maglia del Liverpool, fortemente ispirata a quella del 1989-91, ha registrato tra il primo maggio e il primo agosto 2026 un aumento del 99 per cento dei ricavi rispetto alla divisa precedente. Borussia Dortmund e Roma hanno registrato rispettivamente una crescita del 104 per cento dei ricavi e dell’80 per cento degli ordini. Quattro dei cinque club con la maggiore crescita dei ricavi presentavano nelle nuove divise elementi legati alla propria storia.
La tendenza non riguarda soltanto i disegni delle maglie. Nella stagione 2026-27 numerosi club italiani ed europei hanno recuperato sulle proprie divise elementi della propria storia e identità. Dal Milan, che riporta in vita le larghe strisce della propria tradizione, all’Inter degli anni Novanta, dalla Juventus che recupera il classico colletto a polo all’Arsenal della celebre «Bruised Banana» del 1991, passando per il Manchester United ispirato alle divise degli anni Settanta e il Bayern Monaco rétro, fino al Celtic che celebra i 60 anni dei Lisbon Lions, la squadra che nel 1967 batté 2-1 l’Inter a Lisbona conquistando la prima Coppa dei Campioni della sua storia: il passato torna così a essere parte ben visibile sulle divise del presente. Non è soltanto un espediente commerciale. Una maglia può contenere più tempo di quanto ne misuri una stagione. Lo dimostra anche la nuova collezione della Nazionale italiana realizzata da Adidas e Figc che recupera l’estetica degli anni Novanta. Torna la celebre «i» stilizzata con il tricolore, uno dei simboli dell’Italia di quell’epoca, reinterpretata con l’integrazione della quarta stella, quella conquistata al Mondiale del 2006.
È precisamente dentro questo dialogo fra memoria e presente che si colloca Maglie da calcio. La storia delle divise più belle dall’archivio di Classic Football Shirts (Limina, 320 pp, euro 24,90). Raccoglie centinaia di maglie indossate in partita, provenienti dall’archivio del famoso collettivo di rivenditori di maglie da football. Ce ne sono tante diventate davvero iconiche. Come il motivo geometrico arancione dell’Adidas che vestì l’Olanda vittoriosa agli Europei del 1988 contro l’Urss con l’indimenticabile parabola di Van Basten. Per alcuni la più bella di sempre, di fatto così rara che gli esemplari originali costino oggi più di mille sterline. Ma poi certo c’è l’imbarazzo della scelta, dalla maglia dell’ultima Nazionale jugoslava di Dragan Stoikovic alle maglie Mediolanum di Kappa del Milan di Sacchi. Per non parlare delle divise di Italia ’90, definita «la Coppa del Mondo esteticamente più bella di sempre». Ma il volume raccoglie pure le bizzarre divise del portiere messicano Campos ispirate al mondo del surf e alla sua città natale Acapulco. Così come i tentativi del Camerun di andare oltre i confini tra innovazione e tradizione e il divieto della Fifa di giocare con gilet o tuta intera. Non manca la prima maglia di sempre con sponsorizzazione, quella tedesca dell’Eintracht Braunschweig, il cui patron in gravi difficoltà finanziarie pensò bene di risollevarsi mettendo in bella mostra il marchio Jagermeister, l’aromaticissimo liquore all’anice. Insomma, il merito del libro sta proprio nella possibilità di raccontare la storia del pallone attraverso un oggetto. Più dei trofei, più delle classifiche e dei record dei grandi giocatori. Un punto di vista solo in apparenza secondario. Perché una divisa porta con sé colori, stemmi, sponsor, materiali e, soprattutto, ricordi.
Una fotografia di Maradona con la maglia dell’Argentina non racconta soltanto Maradona. Quella maglia rimanda alla «mano de Dios», al Mondiale messicano, a un’epoca del calcio e a milioni di persone che l’hanno vista in televisione. La divisa dell’Italia ‘90 non è soltanto un esercizio di design: è l’estate di un Paese, è una generazione, è un modo di vivere il calcio che oggi appartiene alla memoria. Non solo quella di una squadra, ma anche del giocatore che l’ha indossata, del tifoso che l’ha comprata, del figlio che l’ha ricevuta. Una maglia che continua a vivere passando da una generazione all’altra. Un bambino può riconoscere nel cassetto del padre una divisa che appartiene a un calcio che non ha mai visto giocare. Può chiedere chi fosse quel giocatore, perché quella squadra fosse così importante, perché quel numero fosse stato scelto. E così un pezzo di stoffa diventa il pretesto per aprire una miniera di ricordi. E questo passaggio permette a chi arriva dopo di sentirsi parte di una storia più grande, cominciata prima di lui.

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