Paolo Jannacci: «Ritrovo papà nella musica»
Con “Scimmie ovunque” firma il suo lavoro più personale: un disco tra impegno civile, ironia, amore per Milano e il dialogo mai interrotto con Enzo

Il suo Maestro è nell’anima, e lì dentro per sempre resterà. Ma con il disco Scimmie ovunque (Ala Bianca Records, in vinile e digitale distribuito dal 16 ottobre da Warner/Fuga) Paolo Jannacci ha fatto il grande salto. Undici brani in cui papà Enzo c’è, ma se ne sta idealmente seduto a fianco al pianoforte di Paolo, ad ascoltare il figlio unico della musica che questo mestiere ha cominciato a farlo 16 anni e non ha più smesso, nonostante avrebbe voluto seguire le orme paterne, medico e cantautore. «Ci sono riuscito a metà. Volevo fare il chirurgo ma l’Enzo me l’ha vietato, mi disse: “Paolo fai l’artista, perché hai due mani d’oro e un senso musicale più alto del mio”. Mi ha protetto dalla scelta sbagliata. Papà aveva sofferto per le baronie della sanità di allora, lui aveva la vocazione vera per la cardiochirurgia, amava salvare le persone ma per salvare sè stesso dai dolori delle ingiustizie doveva usare la musica come medicina». Parola del figlio d’arte che nel tempo è cresciuto ed è migliorato tanto, anche nel timbro vocale. «La voce se è migliorata è grazie ai tanti concerti tenuti in teatro. Questo disco per me è un punto di arrivo, perché non è mai facile rintracciare una propria bolla artistica. Io ho sempre cercato di essere coerente e sincero, prima di tutto con me stesso».
Schiettezza di chi ora, con sguardo da padre, osserva i malesseri dei giovani e della società in cui vivono, denunciandoli nella canzone d’apertura dell’album La faccenda dell’ammazzo. «Provo orrore per chi si macchia di delitti atroci: femminicidi, violenze sui bambini, sugli anziani… “Chi porta il motorino nello stadio e lo lancia come fosse un dizionario”, canto riferendomi a quell’episodio di San Siro del motorino scagliato giù dalla Curva. In un momento di disperazione intellettuale, sapendo di mentire perché credo da sempre in Cristo, lancio il mio monito: c’è un Dio che non perdona quando a pagare con la vita sono i più fragili». Riprendiamo fiato sulle note jazz di Respirare ancora in cui riaffiorano le atmosfere nostalgiche della Milano da scighera, la periferia nebbiosa e l’Ippodromo di San Siro in cui si aggiravano quei personaggi cari all’Enzo e al suo fantastico amico telenarratore Beppe Viola. «In questo testo c’ha messo lo zampino Paolo Re (con Emiliano Bassi e Stefano Belisari sono gli altri due autori, con Jannacci, dell’album) che ama descrivere quella milanesità periferica che conosce a fondo in quanto ci vive. Il protagonista della canzone è un antieroe, che si riscatta, si scrolla di dosso i suoi mali di vivere e torna a respirare. Alla fine diventa un piccolo eroe di una Milano che oggi cambia continuamente e io faccio fatica a seguirla. E’ diventata una metropoli turistica, troppo competitiva, piena di sovrastrutture, a cominciare dalla paura verso l’altro che inibisce la vecchia e cara “Milan col cor in man”. Solo dove si riesce ad eliminare quelle sovrastrutture e ad immunizzarsi dalla sterilizzazione dei sentimenti, allora ecco che si ritrova ancora la Milano solidale, la città dell’accoglienza».
Il futuro potrebbe riservare ancora minor spirito umanitario ascoltando la distopica Mercato degli abbracci. «E’ la mia canzone più cupa, fantascientifica, inseguendo le mie letture visionarie, 1984 di Orwell, Il Castello di Kafka, ma soprattutto gli insegnamenti filosofici di un altro maestro oltre a mio padre, Massimo Recalcati. Nel Mercato degli abbracci vedo una tecnologia che si impossessa del tempo degli esseri umani e tra le tante immagini c’è quella delle “rane militari” che marciano a passo di guerra bruciando libri. Siamo all’assenza di senso ma poi spunta un hangar in cui l’umanità si ritrova, si riabbraccia, e forse si può ricominciare a sperare». Ci sono tante note di speranza in questo disco magnificamente suonato. Spruzzate d’ironia che raggiunge l’acme in Scimmie ovunque e la garbata Politically topless cantata in duo con Elio de Le storie tese. «Partiamo da questa – dice Paolo arricciando gli occhiali - . Ogni volta che scrivo una canzone penso sempre: ma quella cosa lì posso dirla o no? Mi piacerebbe essere più cinico e tagliente ma poi mi autocensuro, cerco un modo più elegante per dire la stessa cosa e questo diventa un esercizio di stile in cui mi convinco di aver detto comunque tutto, mettendomi a nudo, senza poi dover passare all’autodifesa. Non amo questa deriva del politically correct perché ci ha resi meno liberi rispetto alla generazione di mio padre in cui l’artista, anche il più bistrattato, quando presentava un disco o qualsiasi forma poetica veniva rispettato e considerato. Oggi dobbiamo stare attenti alle tante scimmie gridanti, ovunque, ai fantasmi che si materializzano nel brano, a cominciare dall’intelligenza artificiale che non utilizzo. Quelli come me, nati agli inizi degli anni ‘70, sanno che l’errore fa parte del processo creativo e che il vero motore di ricerca è l’Io. Io mi fido di me stesso e non desidero affidare trent’anni di studio della musica a una macchina che vorrebbe darmi di più di quanto richiesto».
Meglio puntare sulla realtà, sulla creatività de La rosa del fiorista e su storie d’amore come quella di Due gelati. E nel mondo reale del cantar leggero c’è anche il Festival di Sanremo: nel 2024 Paolo Jannacci con Stefano Massini andò ospite per presentare L’uomo nel lampo, canzone che sensibilizzava sulle “morti bianche” sul lavoro. «L’uomo nel lampo è un singolo che sarebbe rimasto orfano se non lo avessi inserito in questo disco. Sanremo 2026? Ho mandato due canzoni, Scimmie ovunque e Il giorno prima . Le ho inviate direttamente sul whatsapp di Stefano De Martino, ma non ricevendo risposta le ho inserite nell’album. Comunque se chiamano avrei un terzo inedito, bello come Il giorno prima che è una canzone molto jannacciana, dentro ci sono tanti degli insegnamenti musicali di Enzo». Quel padre che, dalla “stanza accanto” dove si trova, avrà sicuramente apprezzato Il giorno prima e poi si sarà commosso, come tutti noi che inseguiamo il ricordo e l’ombra di un genitore volato via, per quell’amorevole omaggio del figlio in Enzo e tutto il resto. «Canto “cerco te ma noi ci sei”, ma per fortuna, grazie alla musica, ritrovo ogni giorno mio padre in tutto ciò che faccio. Da quando non c’è più, qualche volta l’ho sognato ma erano sogni angoscianti, del tipo che perdevo le parti durante un concerto insieme… Però lui nel sogno mi rassicurava sempre. Dopo aver ascoltato Scimmie ovunque che cosa avrebbe detto l’Enzo? (Paolo si “enzizza” un istante): “Hai fatto un discreto lavorino, bravo Paolo. Però adesso vai avanti, perché la strada è lunga. Paf!”. Questo avrebbe detto – dice sorridendo - . Migliorarsi sempre, è uno dei suoi insegnamenti, ma quello che credo di aver ereditato da mio padre è il rispetto per la vita degli altri, specie per i più umili per i quali dobbiamo sempre avere un occhio di riguardo».
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