Il “Gran Rifiuto”: la storia di Celestino V su Rai1

A interpretare Pietro da Morrone sarà Michele Placido: «Ingiusto Dante a mettere questo Papa nel girone degli ignavi. È stato invece coraggioso e fedele a se stesso»
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October 1, 2026
Il “Gran Rifiuto”: la storia di Celestino V su Rai1
Una scena del film di Rai 1 “Celestino V - L’eremita che diventò Papa” con Michele Placido /Rai
C’è un uomo nella storia della Chiesa, un Papa, che, complice un celeberrimo verso della Divina Commedia, è rimasto nella nostra memoria come “colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Ma Celestino V, al secolo Pietro da Morrone, è stato molto più della sua scelta di lasciare il pontificato. A raccontarlo arriverà prossimamente su Rai1 Celestino V – L’eremita che diventò Papa, prodotto da Pepito Produzioni in collaborazione con Rai Fiction, diretto da Edoardo Re e interpretato da Michele Placido.
Presentato lo scorso martedì in anteprima al Prix Italia, a L’Aquila, il film ripercorre la vicenda umana e spirituale di Pietro da Morrone dal momento in cui viene eletto (il 5 luglio 1294) e poi incoronato Papa (il 29 agosto dello stesso anno) fino alla morte, avvenuta nella rocca di Fumone il 19 maggio
1296. Sono tempi difficili, quelli, per la Chiesa, lacerata dalle lotte tra le potenti famiglie Orsini e Colonna e senza un Papa da due anni. Per mettere a tacere le proteste della gente, il collegio cardinalizio decide di eleggere come nuovo pontefice Pietro da Morrone, un eremita ultraottantenne che vive nella natura, sulle montagne dell’Abruzzo, con i suoi confratelli. Vista l’età avanzata e la totale estraneità alle logiche di potere, quel monaco sembra ai cardinali il candidato ideale per dare alla Chiesa un Papa debole e facilmente manipolabile. Scopriranno presto che non è così: appena salito sul soglio di Pietro, Celestino V, incoronato nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, istituisce la Perdonanza (che ancora oggi si celebra a L’Aquila), rendendo gratuita l’indulgenza plenaria che, all’epoca, era spesso legata al pagamento di ingenti somme di denaro. Fissa poi, tra lo sconcerto dei cardinali, la sede della Curia nel Castel Nuovo di Napoli (dove, però, diviene di fatto “ostaggio” del re Carlo d’Angiò) e, in un solo concistoro, nomina ben 13 cardinali. Nonostante il carattere dimostrato, Pietro si rende presto conto che il potere e la gestione della Chiesa non fanno per lui e dopo soli quattro mesi dall’incoronazione, durante un concistoro comunica la sua rinuncia, sostenuto anche dal cardinal Benedetto Caetani, il futuro Bonifacio VIII, che subito dopo, per timore che il suo predecessore venga rimesso sul trono dai cardinali a lui contrari, provocando uno scisma, lo fa arrestare e rinchiudere nella rocca di Fumone.
«Raccontare quest’uomo è un privilegio – afferma Michele Placido –, Pietro da Morrone non ha mai smarrito la fede, neanche quando il potere cercava di piegarlo. E il suo “gran rifiuto” non era viltà, era il coraggio di chi sa chi è e non tradisce sé stesso nemmeno sul trono. La scelta di Dante di metterlo tra gli ignavi non mi è mai piaciuta». L’attore racconta di essersi innamorato del personaggio al punto di non temere la difficoltà di girare in luoghi impervi: «Siamo andati nei rifugi, salendo ad altissime quote. Faceva freddo e ho anche avuto qualche linea di febbre ma ho resistito perché ho amato Celestino V. Mia madre, dalla quale ho ereditato la fede, sarebbe stata orgogliosa di vedermi nei suoi panni. Con lei – rivela – parlo ancora nonostante sia morta da tanti anni. Lo scorso Natale mi ha detto: “Michelì, famme contenta, vai alla Messa di mezzanotte. E io l’ho fatto. E sono andato nella stessa chiesa dove spesso vado a leggere i copioni, san Gioacchino in Prati, a Roma». Tra l’altro, ricorda Placido con affetto, «da piccolo volevo diventare missionario redentorista come mio zio e andare con lui in Paraguay. Ho anche studiato nell’ex collegio redentorista di Scifelli, sognavo nientemeno di diventare santo».
A raccontare la vicenda di Celestino V nel film o, meglio, a spiegare cosa stia accadendo tra una scena e l’altra è il “narratore” Giovanni Scifoni che, mettendo in fila i fatti, ci restituisce il ritratto di «un uomo che si sentiva uno strumento nelle mani di Dio ma a Lui chiedeva quale dovesse essere il senso della sua vita. Pietro da Morrone accetta di diventare Papa pur non avendo alcuna voglia di farlo, né l’indole né il carisma, perché crede che la chiamata venga da Dio. Una certezza che, però, dura poco, portandolo a una crisi profondissima dalla quale uscirà solo cercando nuovamente sé stesso». L’attore aggiunge: «Lui inorridiva al pensiero, in quanto Papa, di dover venire a contatto con il potere, la ricchezza, gli abiti sontuosi. Quella roba gli faceva schifo, gli procurava un fastidio epidermico. Era un amante dell’essenzialità, la sua idea era che nudi veniamo su questa terra e nudi ce ne andiamo. Ecco perché la spoliazione di tutto ciò che è una zavorra ed ecco perché la Perdonanza, in un periodo storico come il Medioevo in cui la mancanza del perdono divino era insopportabile. Diversamente, purtroppo, da oggi».
«Quella di Celestino V è una storia piena di poesia, immaginandola non sarebbe mai venuta così» osserva il produttore del film Agostino Saccà. Anche lui, come tanti, aveva di Pietro da Morrone l’idea consegnataci dal verso dantesco: «Me lo immaginavo come un poveretto messo lì che, a un certo punto, non ce la fa più. Un guaritore al quale era stato detto che la Chiesa era malata e aveva bisogno di lui, considerato un burattino da manovrare. Poi ho letto il libro Celestino V. Papa, eremita e santo di Maria Burani e ho scoperto che non era affatto così. Lui è stato un rivoluzionario, un uomo coraggioso, altro che vile. E la sua vera storia non poteva non essere raccontata». E, aggiunge, solo Michele Placido «poteva interpretarlo. Quando ne abbiamo parlato mi ha detto sorridendo: “Questo film mi monda dai peccati. E Pietro da Morrone mi accoglierà con amicizia”».

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