venerdì 29 ottobre 2021
“È gradita la camicia nera”, il libro denuncia di Paolo Berizzi (giornalista sotto scorta) tiene accesi i riflettori sulla Curva scaligera laboratorio di «neofascisterie»
Tifosi del Verona durante la partita del campionato di serie A contro la Juventus allo stadio Bentegodi di Verona, 8 maggio 2016

Tifosi del Verona durante la partita del campionato di serie A contro la Juventus allo stadio Bentegodi di Verona, 8 maggio 2016 - ANSA/FILIPPO VENEZIA

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Chi crede che il fenomeno nazifascista sia distante dalle Curve degli stadi, forse non ha compreso bene il pericolo che si annida proprio lì, nei covi caldi e folli del tifo “plagiato-paraorganizzato”. È una vecchia storia che parte dalla metà degli anni ’70 sulla scia extraparlamentaare della strategia della tensione. Poi c’è stata l’escalation plateale e politicizzata degli anni ’80-’90 con le Curve che ancora si distinguevano, almeno cromaticamente, in quelle rosse di estrema sinistra (Livorno e Atalanta) e quelle nere di estrema destra (Hellas Verona e Lazio).

L’arrivo del Terzo millennio ha confuso colorazioni e dinamiche, spesso assai complesse, da sbandamenti in Curva. Gli ultrà, quelli duri massicci e arrabbiati, sono invecchiati, e anche in questo settore non c’è stato un ricambio generazionale tale da poter contare su un serbatoio ricco di “talenti” prestati al crimine e alla guerriglia urbana. Gli ultrà sono diventati sempre di meno, numericamente, ma anche sempre più di destra. La monocromia curvarola ormai da tempo tende sempre più al “noir”. Mercenari, teste matte pronte ad armarsi e partire per mettersi al servizio delle battaglie sociali dei leader dell’estremismo radicale e sovranista. La riprova si è avuta due settimane fa a Roma alla manifestazione dei negazionisti, “No Vax, No Green Pass, No-Tutto”, in cui i temutissimi ultrà dell’Hellas Verona e quelli gemellati della Lazio hanno marciato per la capitale al fianco dei ristoratori di “Io apro” e ai “Jack Angeli”.

Tutti convocati nella capitale dai camerati dell’ultradestra in rappresentanza di Forza Nuova, CasaPound, Veneto Fronte Skinhead, Area, e altre sigle affini. I filmati della Polizia hanno ripreso in primo piano i capi neofascisti di Forza Nuova Roberto Fiore e Giuliano Castellino. Sono loro i capi ultrà di quel gruppo dei 10mila manifestanti romani che a un certo punto hanno pensato bene di dare l’assalto alla sede della Cgil. Blitz da squadracce postmoderne. Un weekend da paura per questi nostalgici del “sabato fascista”, a cominciare da Luca Castellini, capo storico di “Una squadra a forma di svastica”. Titolo di uno dei capitoli chiave del libro dossier – la cui lettura è necessaria per le nostre coscienze democratiche – È gradita la camicia nera. Verona, la città laboratorio dell’estrema destra tra l’Italia e l’Europa. (Rizzoli. Pagine 250. Euro 17,00).

Ennesimo saggio verità sull’argomento, scritto dal collega di “Repubblica” Paolo Berizzi che, per la forza e il coraggio del suo giornalismo di denuncia vive sotto scorta dal 2019 e al momento non può presentare il suo libro a Verona perché non si trovano sale disponibili ad ospitarlo. «Ho il triste primato di essere l’unico giornalista europeo che vive sotto protezione per le minacce di morte ricevute da queste nuove “neofascisterie”», dice al telefono Berizzi che deve difendersi dagli attacchi frontali delle «squadracce » scaligere comandate da Castellini, alias il “Gran Caste”. Castellini, aveva già orchestrato il raduno di tutti gli ultrà fascisti italiani che si erano dati appuntamento, il 6 giugno 2020, per un’ideale “Marcia su Roma”. Un rave da Curva per scontrarsi con la polizia e divertirsi nella “caccia” ai giornalisti.

Un meeting promosso da intere sezioni di “daspizzati” che hanno la loro radice ideologica, e tradizionalista, nella Curva Sud dell’Hellas Verona. Orde balorde in stile e look british (gemellaggio storico con hooligans del Chelsea) capaci di dileggiare anche «la peggiore tragedia dell’immigrazione degli ultimi cinquant’anni in Italia» – ricorda Berizzi –: i 368 eritrei, tra uomini, donne e bambini, morti al largo di Lampedusa. Era l’alba del 3 ottobre 2013 e tre giorni dopo i 3mila ultrà dell’Hellas Verona in trasferta a Bologna, durante il minuto di raccoglimento per le vittime eritree in fuga dalla dittatura di Isaias Afewerki intonarono il macabro “inno” domenicale: «Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore». Non un canto religioso, ma il macabro mantra degli ultrà dell’Hellas che «ad ogni strofa – scrive Berizzi – stendono il braccio scandendo un “sì, sì, sì”. Qualcuno lo declina in un “Sieg, Sieg, Sieg” di hitleriana memoria». A Bologna non si è trattato di una goliardata casuale da butèi (quei «bravi ragazzi» scaligeri) ma di una ritualità che comprende messe in scena allo stadio Bentegodi con tanto di “Via Crucis” dionisiaca. Tra fiumi di birra e di vino, e le immancabili droghe pesanti ( Verona è stata la «Bangkok d’Italia») parte puntuale il coro: «Siamo una squadra fantastica / fatta a forma di svastica / che bello è / allena Rudolf Hess...». Riferimento non certo a un omonimo tecnico tedesco di passaggio sulla panchina dell’Hellas, ma a quell’Hess che fu il braccio quanto mai destro del Führer.

A guidare i coristi sono le “anime nere” come Castellini, bandito dal Bentegodi fino al 2030 per aver precisato che i cori razzisti contro Mario Balotelli ( Verona-Brescia del 3 novembre 2019) in fondo erano giustificati dal fatto che l’azzurro colored «non è del tutto italiano». Militanti cresciuti sotto l’egida “brigatista” di Curva Sud, vedi alla voce Brigate Gialloblù, fondate nel novembre del 1971 e sciolte ufficialmente nel 1991, ma di fatto sempre attive. Una mentalità che sopravvive al tempo e che si manifesta nello striscione perenne: «Noi odiamo tutti». Ad esporlo per gli stadi d’Italia sono i nipotini del mefistofelico duo veronese, i neonazisti Wolfang Abel e Marco Furlan che a partire dal 1977, anno del primo delitto di un senza tetto arso vivo, firmavano le loro atrocità – 10 vittime accertate, 28 uccisioni attribuite e rimaste senza colpevole – commesse in Italia e all’estero, come gruppo “Ludwig”.

Abel e Furlan oggi sono due sessantenni che, apparentemente, vivono al margine di questa fenomenologia neototalitarista. Se ne sta appartato anche Franco Freda, il “Professore” o il “Nostro” anche per i giovani seguaci che ammirano e leggono le edizioni AR (radice di «Ariano »), una delle tante creature perverse dell’ex leader di Ordine Nuovo. Questa sottocultura da ultimo stadio rivendica turisticamente la centralità di Verona come “città dell’amore” cantata da Shakespeare in Giulietta e Romeo, ma si fregia, fin dai tempi in cui era base della Rsha (Direzione generale per la sicurezza del Reich, nel biennio nerissimo 1943-’45) anche di centro difensivo «contro tutti».

La Curva dell’odio difenderebbe la Scala dal “diverso” rievocando anche la Repubblica Sociale di Salò, con tanto di bandiera affissa vicino allo stadio. Del resto, la Sud veronese ha il triste record nazionale di prima Curva con 12 ultrà condannati per «associazione a delinquere». I fatti risalgono a una gara di Coppa Italia, Verona-Milan del 1987.

Nell’aprile del 1996, con assessore allo sport il futuro sindaco Flavio Tosi, durante un derby Hellas-Chievo per 38 minuti quella stessa Curva espose un manichino “nero” con maglia gialloblù a penzoloni: una impiccagione modello Ku Klux Klan con dedica al calciatore olandese di colore Maickel Ferrier del Volendam: era a un passo dal passaggio all’Hellas non venne acquistato. Ferrier andò alla Salernitana e poi al Catania. «Per quel manichino vennero arrestati Alberto Lomastro e Yari Chiavenato. Ma saranno assolti dopo pochi anni, perché nessuno davanti ai magistrati dirà di aver visto qualcosa», scrive nel suo libro Berizzi, che doverosamente ricorda anche l’omicidio del giovane “Codino”, Nicola Tomassoli. Avvenuta nel maggio 2008, anche la morte di Tomassoli è da ricondurre alla Curva. «Dei cinque responsabili dell’aggressione, quattro hanno precedenti legati allo stadio, sono ultrà dell’Hellas e tre sono militanti di estrema destra: due di Forza Nuova e uno del Blocco studentesco, ovvero CasaPound».

Uno scenario che fa di Verona quello che Berizzi descrive come «un unicum mondiale. Un laboratorio dell’odio che è sorto nella pancia della tifoseria dell’Hellas e della stessa comunità scaligera, dove ciò che deve far riflettere e preoccupare è l’esistenza di una zona grigia che non condanna quella zona nera, ma anzi la sopporta, quando addirittura non la tiene in palmo di mano perché da queste frange si sente protetta e al riparo da ogni minacciosa diversità». Non ci resta che sperare nel civilissimo Damiano Tommasi, l’azzurro lanciato dall’Hellas che è sicuramente il miglior candidato sindaco di Verona degli ultimi settant’anni.

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