martedì 22 febbraio 2011
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Da Sanremo all’Iraq. Dalla vittoria del Festival a un ragazzo italiano, soldato, ferito in un agguato. Vecchioni non si ferma. Anzi, rilancia. Dopo avere messo d’accordo televoto, orchestrali e critica, portando a casa un plebiscito per la sua Chiamami ancora amore – che ha stracciato Emma e i Modà e Al Bano – il professore poeta ci porta dal sogno di una nuova Italia («Ho voluto unire il Paese, oltre la destra e la sinistra») al sogno (molto simile) di un ragazzo ferito in Iraq. Roberto, per pudore, non lo dice apertamente, ma nel suo cuore sa di avere scritto una specie di nuova Guerra di Piero. Una ballata, intensa e poetica, sull’orrore della guerra vista dagli occhi di un ragazzo. «Le cose, come sosteneva Franco Fortini, non vanno mai sbattute in faccia alla gente. Bisogna avvicinarle per gradi. Usare la poesia» spiega Vecchioni. A partire dal titolo del brano, dove non compare mai (come d’altronde nel testo) la parola Iraq. La ballata in questione, invece, molto più poeticamente si intitola La casa delle farfalle. Inizia con una chitarra arpeggiata e la voce di Vecchioni che intona: «Alla fine della notte/ di ogni guerra, in ogni tempo/ c’è una casa di farfalle in mezzo al vento/ c’è una casa che ho sognato/ proprio quando mi han colpito/ e mi sono detto è tutto qui il dolore».  Il protagonista è un ragazzo italiano, soldato, che si sveglia in ospedale. E soffre talmente tanto da confondere l’infermiera con sua madre. Ed è a lei – a questa figura femminile che rappresenta per lui tutto: la vita, la casa, l’affetto, il calore, il passato e il futuro – che rivolge la sua preghiera. Una preghiera semplice quanto ricca di significato. «Fammi ritornare a casa mia/ madre non ricordo più la via/... Fammi ritornare per Natale/ in tempo per raccogliere le viole/... Fammi ritornare in tempo per giocare/ perché sono stanco di sparare... Fammi ritornare per una carezza/ in tempo per baciare la mia ragazza/... Fammi ritornare finché batte il cuore/ finché ho il tempo di pensare amore». Nell’album Chiamami ancora amore ci sono anche altre perle. A partire da Io porterò. «Ho immaginato, cosa che credo tanti abbiano fatto almeno una volta nella vita, cosa mi porterei nell’aldilà. E ovviamente la maggior parte delle cose sono legate all’amore». «Porterò via con me ogni bacio che mi hai dato/ che mi lasciava senza fiato/ Porterò dietro i figli come una ferita/ innamorati della vita/ Li porterò e vi terrò dove sarò o non sarò/... Mi porterò tutti i cavalli che hanno perso per un niente/ e sempre primi nella mente vi porterò». Tra i successi dell’album ricantati da Vecchioni spiccano Dentro gli occhi con Ornella Vanoni e le cover di Lontano lontano di Luigi Tenco e di Hotel Supremonte di Fabrizio De André (stupenda). Insomma, dietro la vittoria di Vecchioni a Sanremo («Non me lo sarei mai aspettato, anche se l’avevo sperato») non c’è solo un importante passato – una storia artistica quarantennale – ma a giudicare da questo lavoro c’è anche un bel presente e un futuro. Perché questo è un album ricco e importante. Che farà conoscere a tanti un Vecchioni popolare e intenso. E che conferma come la sua vittoria abbia fatto un gran bene a un Sanremo che negli ultimi anni aveva visto trionfare dei ragazzini usciti da Amici che poi si sono di fatto squagliati alla prova del mercato. Stavolta no, stavolta il vincitore del Festival è artista di talento, di storia e di spessore. Per questo non è Sanremo ad avere aiutato Vecchioni, ma Vecchioni ad avere salvato il Festival ridandogli dignità.
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