Tolkien e i Saruman della Silicon Valley che hanno ceduto alla tentazione del potere
A partire da Thiel, "Il Signore degli Anelli" è un riferimento delle big tech, ma sotto una prospettiva completamente distorta. Questi tecnocrati sembrano personaggi tolkieniani che sostengono di cercare il bene esercitando una cultura della Potenza in modo spietato

A più di settant’anni dalla pubblicazione del Signore degli Anelli , l’opera di Tolkien continua a plasmare l’immaginario postmoderno. Al di là della sua pervasiva influenza culturale, da Zerocalcare ai (nuovi) film di Peter Jackson, la Terra di Mezzo è diventata un punto di riferimento per i potenti della Silicon Valley, che hanno chiamato molte delle loro aziende con nomi tolkieniani. La più famosa è certamente Palantir, la società di analisi di big data americana, fondata dopo l’11 settembre, che prende il nome dalle “Pietre veggenti” tolkieniane, che permettono di comunicare (e sorvegliare) a grande distanza. Durante la guerra di Gaza, Palantir ha fornito l’intelligence alle Forze di difesa israeliane con un sistema chiamato Istar, un altro nome tolkieniano che significa “mago”. Il fondatore e presidente di Palantir è Peter Thiel, personaggio molto legato al vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance (un altro appassionato di Tolkien). Quest’anno Thiel ha tenuto a Roma una serie di conferenze sull’Anticristo, in cui ha anche citato il Signore degli Anelli , che ha dichiarato di aver letto molte volte. Ma non si tratta soltanto di nomi di aziende: Thiel e altre figure come Elon Musk, hanno infatti attinto all’immaginario tolkieniano per sviluppare elementi fondanti della propria ideologia. Fra questi vi sono il desiderio transumanista di un’immortalità (elfica), l’opposizione all’immigrazione (descritta come un’invasione di orchi), la nostalgia per un passato perduto, da conservare o restaurare, una concezione della politica come un conflitto tra bene e male, e, soprattutto, la narrazione vittimista di chi sente come un hobbit che lotta contro i poteri forti. Thiel e altre figure come Elon Musk, hanno infatti attinto all’immaginario tolkieniano per sviluppare elementi fondanti della propria ideologia.
Questa appropriazione di Tolkien è, naturalmente, problematica, e si fonda su fraintendimenti e manipolazioni. Per esempio, l’ossessione “conservativa” degli Elfi è presentata da Tolkien in termini problematici; il provincialismo xenofobo degli Hobbit deve essere corretto, perché «altri abitarono [nella Contea] prima che vi fossero gli hobbit; e altri vi abiteranno di nuovo quando gli hobbit non ci saranno più»; in Tolkien i Palantíri sono pericolosi strumenti di Potere, che corrompono gli animi e portano alla disperazione. La concezione tolkieniana del Potere, in particolare, è un punto chiave da considerare, sia per spiegare e correggere questo uso improprio di Tolkien, sia per comprendere la più ampia “cultura della potenza” che ne costituisce il fondamento – una cultura pervasiva nel mondo d’oggi, che «penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra (…) alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono», per citare l’enciclica di papa Leone XIV. Si può riassumere tale cultura con le parole di Stephen Miller, stretto consigliere di Trump e grande investitore in Palantir, il quale, all’inizio di questo violento 2026, ha affermato che «viviamo in un mondo, nel mondo reale (…) che è governato dalla forza, governato dalla violenza, governato dal potere». E secondo papa Leone è proprio il «paradigma tecnocratico globalizzato» che si propaga dalla Silicon Valley, con la sua filosofia transumanista e il suo sostegno a politica identitaria aggressiva, ad aver contribuito all’«espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze», per citare ancora la Magnifica Humanitas (in cui giustamente Tolkien viene citato come esempio di controcultura).
Uno dei principali assunti di questa cultura della potenza è che “il bene” debba conquistare il Potere a ogni costo ed esercitare la propria forza spietatamente, perché questo è l’unico modo “realistico” per sconfiggere “il male”. Come ha detto qualche mese fa il primo ministro Netanyahu, «la storia dimostra che, purtroppo e tristemente, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan (…) se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male vincerà sul bene». Nel mondo tolkieniano un ragionamento simile è ben espresso dal guerriero Boromir del Signore degli Anelli : «Noi (…) desideriamo (…) soltanto la forza per difenderci, per difendere una giusta causa. Ed ecco che nell’ora del bisogno la sorte porta alla luce l’Anello del Potere. (…) È una follia non usarlo, non usare il potere del Nemico contro di lui. Gli impavidi, gli spietati, solo costoro otterranno la vittoria». Boromir è un uomo buono, dalla parte “giusta” della storia, eppure Tolkien condanna il suo desiderio di impadronirsi dell’Unico Anello e di usarlo. L’Anello è un oggetto di Potere creato dal Nemico Sauron (il “Signore degli Anelli”), che conferisce a chi lo indossa il potere dell’invisibilità, del controllo sulle menti altrui e il prolungamento della vita: vale a dire, niente meno che i principali obiettivi del pensiero e della prassi dei tecnocrati della Silicon Valley (il dominio sulla natura, il controllo sugli altri uomini, e il superamento della morte).
La tentazione dell’Anello del Potere è un tema centrale del Signore degli Anelli: nel romanzo, infatti, la vittoria su Sauron non è ottenuta in epiche battaglie, ma piuttosto nella lotta interiore dei personaggi che subiscono la tentazione dell’Anello. Alcuni soccombono alla tentazione, come Boromir o lo stregone Saruman, mettendo così a repentaglio le sorti della Terra di Mezzo; altri resistono, e così contribuiscono a far avanzare la missione verso il suo obiettivo finale, che è appunto la distruzione dell’Anello. Il vero eroe della storia è lo hobbit Frodo, la cui missione principale consiste appunto nel portare l’Anello resistendo alla tentazione di usarlo. Frodo è stato scelto per questa missione solo per la sua umiltà, come riconosce lo stregone Gandalf in uno delle scene iniziali (»non per il potere o la saggezza (…) sei tu il prescelto»), proprio prima di affrontare lui stesso la tentazione dell’Anello: «Non mi tentare! Non voglio diventare come l’Oscuro Signore. L’Anello tocca il mio cuore con la pietà (…) e il desiderio di avere la forza per compiere il bene».
Questa appropriazione di Tolkien è, naturalmente, problematica, e si fonda su fraintendimenti e manipolazioni. Per esempio, l’ossessione “conservativa” degli Elfi è presentata da Tolkien in termini problematici; il provincialismo xenofobo degli Hobbit deve essere corretto, perché «altri abitarono [nella Contea] prima che vi fossero gli hobbit; e altri vi abiteranno di nuovo quando gli hobbit non ci saranno più»; in Tolkien i Palantíri sono pericolosi strumenti di Potere, che corrompono gli animi e portano alla disperazione. La concezione tolkieniana del Potere, in particolare, è un punto chiave da considerare, sia per spiegare e correggere questo uso improprio di Tolkien, sia per comprendere la più ampia “cultura della potenza” che ne costituisce il fondamento – una cultura pervasiva nel mondo d’oggi, che «penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra (…) alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono», per citare l’enciclica di papa Leone XIV. Si può riassumere tale cultura con le parole di Stephen Miller, stretto consigliere di Trump e grande investitore in Palantir, il quale, all’inizio di questo violento 2026, ha affermato che «viviamo in un mondo, nel mondo reale (…) che è governato dalla forza, governato dalla violenza, governato dal potere». E secondo papa Leone è proprio il «paradigma tecnocratico globalizzato» che si propaga dalla Silicon Valley, con la sua filosofia transumanista e il suo sostegno a politica identitaria aggressiva, ad aver contribuito all’«espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze», per citare ancora la Magnifica Humanitas (in cui giustamente Tolkien viene citato come esempio di controcultura).
Uno dei principali assunti di questa cultura della potenza è che “il bene” debba conquistare il Potere a ogni costo ed esercitare la propria forza spietatamente, perché questo è l’unico modo “realistico” per sconfiggere “il male”. Come ha detto qualche mese fa il primo ministro Netanyahu, «la storia dimostra che, purtroppo e tristemente, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan (…) se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male vincerà sul bene». Nel mondo tolkieniano un ragionamento simile è ben espresso dal guerriero Boromir del Signore degli Anelli : «Noi (…) desideriamo (…) soltanto la forza per difenderci, per difendere una giusta causa. Ed ecco che nell’ora del bisogno la sorte porta alla luce l’Anello del Potere. (…) È una follia non usarlo, non usare il potere del Nemico contro di lui. Gli impavidi, gli spietati, solo costoro otterranno la vittoria». Boromir è un uomo buono, dalla parte “giusta” della storia, eppure Tolkien condanna il suo desiderio di impadronirsi dell’Unico Anello e di usarlo. L’Anello è un oggetto di Potere creato dal Nemico Sauron (il “Signore degli Anelli”), che conferisce a chi lo indossa il potere dell’invisibilità, del controllo sulle menti altrui e il prolungamento della vita: vale a dire, niente meno che i principali obiettivi del pensiero e della prassi dei tecnocrati della Silicon Valley (il dominio sulla natura, il controllo sugli altri uomini, e il superamento della morte).
La tentazione dell’Anello del Potere è un tema centrale del Signore degli Anelli: nel romanzo, infatti, la vittoria su Sauron non è ottenuta in epiche battaglie, ma piuttosto nella lotta interiore dei personaggi che subiscono la tentazione dell’Anello. Alcuni soccombono alla tentazione, come Boromir o lo stregone Saruman, mettendo così a repentaglio le sorti della Terra di Mezzo; altri resistono, e così contribuiscono a far avanzare la missione verso il suo obiettivo finale, che è appunto la distruzione dell’Anello. Il vero eroe della storia è lo hobbit Frodo, la cui missione principale consiste appunto nel portare l’Anello resistendo alla tentazione di usarlo. Frodo è stato scelto per questa missione solo per la sua umiltà, come riconosce lo stregone Gandalf in uno delle scene iniziali (»non per il potere o la saggezza (…) sei tu il prescelto»), proprio prima di affrontare lui stesso la tentazione dell’Anello: «Non mi tentare! Non voglio diventare come l’Oscuro Signore. L’Anello tocca il mio cuore con la pietà (…) e il desiderio di avere la forza per compiere il bene».
Per Tolkien, vincere la tentazione del Potere (soprattutto se giustificato “per compiere il bene”) non è una questione meramente etica, ma un dramma teologico, che coinvolge i limiti della conoscenza umana, la virtù della speranza, e l’azione di Dio nella storia. Nelle sue bellissime lettere, Tolkien sottolinea infatti la centralità nella sua opera del «motivo, destinato a diventare dominante negli Hobbit, secondo cui le grandi politiche della storia del mondo, “le ruote del mondo”, sono spesso mosse (…) da coloro che sembrano sconosciuti e deboli – grazie alla vita segreta che opera nella creazione e alla parte inconoscibile a ogni sapienza tranne che a Una». Rinunciare al Potere significa dunque per Tolkien riconoscere i limiti dell’analisi umana, riconoscere un’altra Sapienza segretamente all’opera nella storia, che esalta «coloro che sembrano sconosciuti e deboli». Questa logica dei “senza potere” può apparire stolta alla sapienza umana, ma, come scrisse Tolkien negli anni bui della Seconda guerra mondiale, «(i)l futuro è impenetrabile soprattutto per i saggi (…) e i semi di ciò che sarà stanno germogliando silenziosamente nell’oscurità, in qualche angolo dimenticato (…) nessun uomo può valutare ciò che sta realmente accadendo nel presente sub specie aeternitatis. (…) rimane ancora qualche speranza che le cose possano andare meglio per noi, anche sul piano temporale, nella misericordia di Dio».
Nel Signore degli Anelli , questa logica trova piena espressione nella decisione di mandare un piccolo hobbit a portare l’Anello del Potere verso la sua distruzione: una decisione che appare pura follia agli occhi di Boromir, ma è in realtà un atto di vera speranza e vera saggezza, come spiegano Gandalf ed Elrond: «Disperazione non è, perché la disperazione è soltanto per chi, oltre ogni dubbio, vede la fine. (…) che la follia sia la nostra copertura, un velo innanzi agli occhi del Nemico! Che è molto saggio (…) Ma l’unica misura che conosce è il desiderio, desiderio di potere. (…) I deboli che tentano questa ricerca hanno le stesse speranze dei forti. Eppure tale è spesso il corso delle imprese che azionano le ruote del mondo: son le mani dei piccoli ad agire per necessità, mentre gli occhi dei grandi guardano altrove. (…) Questa è l’ora del popolo della Contea, quand’esso si leva dai placidi campi per scuotere le torri e i consigli dei Grandi. Chi fra tutti i Saggi l’avrebbe mai predetto?».
La “cultura disarmata” di Gandalf ed Elrond si contrappone direttamente ai ragionamenti di Saruman “il Saggio”: «Ma ci occorre potere, potere per sistemar tutte le cose come vogliamo noi, in vista di quel bene che solamente ai Saggi è dato scernere». Ed è proprio dopo aver usato la tecnologia onniveggente dei Palantír che Saruman è caduto nella disperazione, rimanendo irretito dall’attrazione dell’Anello e dalla cultura della potenza di Sauron. Già nel 1944 Tolkien individuava nel sarumanismo il più grande pericolo per il nostro mondo: «È come se Saruman avesse preso il controllo, rubato l’Anello e fosse riuscito ad abbattere Mordor – per poi diventare il nuovo Signore di una terra bruciata. Ma l’imprevisto accade sempre: abbiamo ancora un Re». In seguito Tolkien condannò il militarismo britannico (»stiamo cercando di conquistare Sauron con l’Anello») e, soprattutto, l’«assoluta follia» dei «fisici lunatici» e dei «costruttori di Babele» che avevano posto il proprio sapere al servizio della guerra nella speranza che «questo garantirà la pace». Anche dopo la guerra, il suo giudizio rimase immutato, come dichiarò nel 1958 in un famoso brindisi in uno dei primi raduni a lui dedicati: «Guardo a Est, a Ovest, a Nord, a Sud, e non vedo Sauron; ma vedo che Saruman ha molti discendenti. Noi Hobbit non abbiamo contro di loro armi magiche. (…) Possano essi sopravvivere ai Saruman e vedere di nuovo la primavera sugli alberi». Per molti versi, i tecnocrati della Silicon Valley assomigliano a personaggi tolkieniani che non sono riusciti a resistere alla tentazione dell’Anello: una compagnia di Saruman, animati da intuizioni autentiche e intenzioni onorevoli, ma ormai persuasi che la Potenza sia l’unico mezzo efficace per sconfiggere il male.
Senza la fede nella presenza del Re e l’amore per i deboli Hobbit (i “poveri” di papa Francesco), l’attrazione dell’Anello diventa irresistibile, la disperazione prende controllo dei cuori, e uno comincia a pensare che, forse, dopotutto, Sauron abbia ragione, mentre Gandalf (con le sue illusioni “mistiche e ambientaliste”) sia il vero nemico. È questa, infatti, la premessa di un romanzo dello scrittore russo Kirill Eskov, autore di un libro ammirato da Peter Thiel, che rappresenta Mordor come civiltà tecnologica fondata sulla ragione e sulla scienza. Viene da chiedersi se il fascino di Thiel e compagni sia proprio per il Signore degli Anelli o piuttosto per il personaggio che dà il titolo all’opera, e per il suo progetto babelico. Nella sua opera Tolkien rappresenta la tentazione del Potere in tutta la sua forza, senza attenuarne o censurarne il fascino: anche questo fa parte della sua grandezza e attrazione. Resistere, come Gandalf, o soccombere, come Saruman, è in ultima analisi una questione di libertà: una scelta personale che non viene mai compiuta una volta per tutte e che si è sempre ancora in tempo a prendere (in Tolkien, Boromir si pente e si redime alla fine). Come afferma papa Leone, «la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi».
Nel Signore degli Anelli , questa logica trova piena espressione nella decisione di mandare un piccolo hobbit a portare l’Anello del Potere verso la sua distruzione: una decisione che appare pura follia agli occhi di Boromir, ma è in realtà un atto di vera speranza e vera saggezza, come spiegano Gandalf ed Elrond: «Disperazione non è, perché la disperazione è soltanto per chi, oltre ogni dubbio, vede la fine. (…) che la follia sia la nostra copertura, un velo innanzi agli occhi del Nemico! Che è molto saggio (…) Ma l’unica misura che conosce è il desiderio, desiderio di potere. (…) I deboli che tentano questa ricerca hanno le stesse speranze dei forti. Eppure tale è spesso il corso delle imprese che azionano le ruote del mondo: son le mani dei piccoli ad agire per necessità, mentre gli occhi dei grandi guardano altrove. (…) Questa è l’ora del popolo della Contea, quand’esso si leva dai placidi campi per scuotere le torri e i consigli dei Grandi. Chi fra tutti i Saggi l’avrebbe mai predetto?».
La “cultura disarmata” di Gandalf ed Elrond si contrappone direttamente ai ragionamenti di Saruman “il Saggio”: «Ma ci occorre potere, potere per sistemar tutte le cose come vogliamo noi, in vista di quel bene che solamente ai Saggi è dato scernere». Ed è proprio dopo aver usato la tecnologia onniveggente dei Palantír che Saruman è caduto nella disperazione, rimanendo irretito dall’attrazione dell’Anello e dalla cultura della potenza di Sauron. Già nel 1944 Tolkien individuava nel sarumanismo il più grande pericolo per il nostro mondo: «È come se Saruman avesse preso il controllo, rubato l’Anello e fosse riuscito ad abbattere Mordor – per poi diventare il nuovo Signore di una terra bruciata. Ma l’imprevisto accade sempre: abbiamo ancora un Re». In seguito Tolkien condannò il militarismo britannico (»stiamo cercando di conquistare Sauron con l’Anello») e, soprattutto, l’«assoluta follia» dei «fisici lunatici» e dei «costruttori di Babele» che avevano posto il proprio sapere al servizio della guerra nella speranza che «questo garantirà la pace». Anche dopo la guerra, il suo giudizio rimase immutato, come dichiarò nel 1958 in un famoso brindisi in uno dei primi raduni a lui dedicati: «Guardo a Est, a Ovest, a Nord, a Sud, e non vedo Sauron; ma vedo che Saruman ha molti discendenti. Noi Hobbit non abbiamo contro di loro armi magiche. (…) Possano essi sopravvivere ai Saruman e vedere di nuovo la primavera sugli alberi». Per molti versi, i tecnocrati della Silicon Valley assomigliano a personaggi tolkieniani che non sono riusciti a resistere alla tentazione dell’Anello: una compagnia di Saruman, animati da intuizioni autentiche e intenzioni onorevoli, ma ormai persuasi che la Potenza sia l’unico mezzo efficace per sconfiggere il male.
Senza la fede nella presenza del Re e l’amore per i deboli Hobbit (i “poveri” di papa Francesco), l’attrazione dell’Anello diventa irresistibile, la disperazione prende controllo dei cuori, e uno comincia a pensare che, forse, dopotutto, Sauron abbia ragione, mentre Gandalf (con le sue illusioni “mistiche e ambientaliste”) sia il vero nemico. È questa, infatti, la premessa di un romanzo dello scrittore russo Kirill Eskov, autore di un libro ammirato da Peter Thiel, che rappresenta Mordor come civiltà tecnologica fondata sulla ragione e sulla scienza. Viene da chiedersi se il fascino di Thiel e compagni sia proprio per il Signore degli Anelli o piuttosto per il personaggio che dà il titolo all’opera, e per il suo progetto babelico. Nella sua opera Tolkien rappresenta la tentazione del Potere in tutta la sua forza, senza attenuarne o censurarne il fascino: anche questo fa parte della sua grandezza e attrazione. Resistere, come Gandalf, o soccombere, come Saruman, è in ultima analisi una questione di libertà: una scelta personale che non viene mai compiuta una volta per tutte e che si è sempre ancora in tempo a prendere (in Tolkien, Boromir si pente e si redime alla fine). Come afferma papa Leone, «la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





