Siamo travolti da un tempo trasformato in tornado
Smartphone, social e intelligenza artificiale hanno imposto un presente ininterrotto. E così memoria, attenzione e capacità di lettura finiscono sotto pressione

«Se non avessi l’anima, e non fossi quasi un uccello che batte l’ali fuor di palude, tu, tempo, m’inganneresti». Vengono in mente questi bei versi di Carlo Betocchi (“Alla chiesa di Frosinone”, in L’estate di san Martino, 1961) quando si pensa alle trasformazioni che la modernità ha imposto alla nostra esperienza del tempo, quello interiore come quello esteriore. Oggi però, per far fronte all’attuale esperienza digitale del tempo, le ali dell’anima dovrebbero esser ben più poderose di quelle che evocava Betocchi.
Che la modernità comportasse cambiamenti profondi nell’esperienza del tempo fu già chiaro sin dai suoi albori. Georg Simmel, tra i filosofi più sensibili ai mutamenti in corso, nel saggio La metropoli e la vita dello spirito (1903), propose un’interpretazione generale del fenomeno. Quel che le metropoli inducevano, a suo avviso, è «un’intensificazione della vita nervosa, prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori». I rapporti tra le persone si allentano, le distanze aumentano, gli incontri si fanno più rari e brevi. Per conseguenza, il tipo umano adatto alla metropoli è il blasé, l’indifferente, la cui «essenza consiste nell’attutimento della sensibilità alle differenze tra le cose». Pochi anni dopo, Walter Benjamin aggiunse, dal lato suo, che nella città moderna, mentre si moltiplicano le esperienze di vita (gli Erlebnisse), l’esperienza personale profonda (la Erfahrung) non si alimenta più.
Ora che sembra passata la tremenda ondata di caldo che s’è abbattuta sull’Europa, che non incoraggiava letture riflessive, potrà esser utile prendere in mano Nuovi orizzonti del tempo. Memoria e futuro nella società dell’accelerazione (il Mulino, pagine 152, euro 18,00), un densissimo libro che racchiude in poche pagine saggi di tre sociologi illustri (Alessandro Cavalli, Paolo Jedlowski e Carmen Leccardi), fitto di riferimenti, orientamenti e prospettive. Il loro tema è quello a cui accenna il sottotitolo, che richiama palesemente l’osservazione di Simmel ricordata prima. Che ne è del tempo in un’epoca che ha ridotto il tempo a fretta, a interstizi, a simultaneità e a zapping?
Sfruttando del tutto liberamente una distinzione cara ai filosofi, andrebbe distinto un tempo interno – che avvertiamo in noi stessi come ricordo, diacronia mentale, flusso di pensiero, attesa e speranza, timore e desiderio – e uno esterno – che è il tempo battuto dagli orologi, quello dell’orario di lavoro, dei treni da prendere, dei lavori da finire, delle medicine da assumere, dell’andare al lavoro o uscirne, dei figli e figlie da prendere o portare a scuola e dei film da vedere in tv. Non c’è dubbio che entrambe queste dimensioni siano profondamente perturbate dall’avvento del mondo digitale, quella che soglio chiamare la mediasfera, cioè il reticolo di media che avviluppa la nostra vita e ci impone con perentorietà assoluta di portare addosso il suo contrassegno (lo smartphone), come i cowboy portavano i loro revolver. Se sulle prime questo effetto di avvolgimento poteva farci sentire più comodi e sicuri, oggi con l’insorgente intelligenza artificiale capiamo che le cose sono cambiate: la mediasfera non ci aiuta a vivere, ma modella la nostra vita. E mentre la modella, modifica (cancellando, spostando, inserendo, portando sullo sfondo) numerosi pannelli delle due dimensioni del tempo.
Il saggio di Jedlowski sottolinea per esempio che la modernità digitale ha «drasticamente ridotto la forza legittimante delle tradizioni» e reso «sempre più instabili le istituzioni». Essendo questa l’epoca del “sempre nuovo” (un rilievo che era già in Baudelaire), anche la memoria, personale e collettiva, si modifica. «Ripensare alla propria vita passata significa […] scorgere cambiamenti che non hanno riguardato solo la propria persona […] ma l’intero mondo». Il ritmo del tempo esterno è accelerato: del mutamento colpisce non solo il fatto che porti cambiamenti, ma che questi siano continui, veloci e ininterrotti.
È istruttiva al proposito l’esperienza dello smartphone, che è un terrificante acceleratore del tempo, una sorta di buco nero dell’esperienza, sul cui “orizzonte degli eventi” (come direbbero i fisici) la realtà viene sostituita dalla rappresentazione e tutto scivola dentro. All’origine comodo dispositivo, lo smartphone si è poi rivelato un’antenna, una spia, un radar e molte altre cose. Lo si usa per telefonare, guardare e trasmettere immagini e video, fare compere e operazioni bancarie, cercare la strada, oltre che per un’infinità di attività meno raccomandabili – con l’aggiunta del fatto che dall’una all’altra di queste operazioni si passa in un istante, anche attraversando la strada, guidando un monopattino o un’automobile. Quanto queste operazioni siano incessanti si osserva nelle sale di attesa degli aeroporti, i vagoni ferroviari, le corsie di ospedale e qualunque altro sito ove gli umani si mostrano asserviti al loro strumento.
Siccome al centro di queste attività c’è la persona che le compie, la mediasfera diventa inevitabilmente il locus dell’autobiografico, come suggerisce Carmen Leccardi nel suo saggio: i social veicolano di continuo foto del proprio gatto o cane, del piatto che si è messo in tavola, della faccia che si ha in questo momento a confronto con quella di due o tre anni fa, o, in alcuni casi, immagini e messaggi espliciti e pericolosi. In questo “presente personale ininterrotto”, o “presentismo assoluto” è inevitabile che tutto ciò che è passato, e in particolare passato collettivo, perda mordente e senso.
Gli effetti di questi processi sono concreti e pesanti. La recente indagine Ocse Pisa 2025 (Programme for International Student Assessment, il grande studio che dal 2000 rileva ogni tre anni le competenze in matematica, scienze, lettura e altri ambiti di circa tre milioni di studenti quindicenni in più di novanta Paesi) ha mostrato per esempio che i giovani europei (con la Francia in testa) hanno sempre minori capacità di leggere e capire un testo scritto di media difficoltà. Secondo gli analisti francesi questo disastro cognitivo è dovuto all’abuso dello smartphone, che ha imposto un nuovo ritmo alla lettura e alla comprensione. È notissima l’osservazione di Nietzsche (prefazione ad Aurora, 1887) che evoca il «leggere bene, cioè leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, con dita ed occhi delicati». La lettura imposta dai social è l’esatto opposto: è una blitz-lettura, che non guarda né avanti né indietro. Si legge più o meno disordinatamente saltando da questa a quella parte del testo, senza coglierne il focus, senza preoccuparsi degli impliciti, senza intravedere legami, in parole povere senza capirne niente. Il tempo è poco, bisogna passare ad altro. Il grande catalogo di forme della “mancanza di tempo” allestito vent’anni fa da Harald Weinrich (Il tempo stringe, il Mulino, 2006) andrebbe ora arricchito di un nuovo capitolo: leggere in fretta e a salti, dimenticando quel che si è letto un istante prima, concentrandosi sul presente assoluto, in quel prestissimo che Nietzsche evocava come il ritmo della modernità, senza immaginare che oggi quel ritmo avrebbe preso una velocità da tornado.
Il saggio finale (Generazioni) di Alessandro Cavalli è dedicato alle modifiche che il prestissimo disordinato della modernità impone al rapporto tra vecchi e giovani. Inevitabilmente, i vecchi sono lenti, i giovani veloci; per questo, l’esperienza dei vecchi non conta più e l’oblio diventa naturale e inevitabile. Ma nell’orizzonte di Cavalli entrano anche altre variazioni: il senso del tempo perduto a causa del Covid (due o tre anni di vita irrimediabilmente saltati), il cambiamento climatico, che richiederebbe azioni collettive rapide, le migrazioni, che contrappongono un’Europa lenta, che sembra non voler più riprodursi, a un’Africa veloce, che ha fretta di rivalersi sull’Occidente che l’ha assoggettata e sfruttata.
Il sottotitolo - Nuovi orizzonti del tempo - allude giustamente alla “società dell’accelerazione”. In realtà l’elaborazione moderna del tempo ha una più ampia varietà di ritmi: veloce contro lento, continuo contro interrotto (è il tema studiato da Giovanni Gasparini di Interstizi, un bel libro di diversi anni fa), isolato contro simultaneo, alternanze cruciali, in cui davvero ne va della nostra vita, individuale e sociale.
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