
L’azzurro degli occhi di Nino Migliori arriva in profondità, dritto come un fiume che scorre indomito, fino al suo spirito, al suo gioioso e illuminato modo di essere e di fotografare, mettendo in risalto una limpidità di sguardo che è anche limpidità esistenziale. Oggi, questo signore, dai cangianti foulard e coppole, sempre elegante e dall’espressione furba, fa cifra tonda e compie cento anni, tre quarti dei quali passati utilizzando la macchina fotografica come uno strumento poliedrico e sempre fedele al suo pensiero, libero e in costante movimento. Una carriera, la sua, che attraversa la storia del nostro paese e parallelamente la storia della fotografia, e l’ha fatto accogliendo nelle sue sfumature tutte le influenze possibili, variando dal reportage sociale e neorealista del dopoguerra alle sperimentazioni off camera che, più che mostrare qualcosa, inducono a riflettere sul linguaggio fotografico e la sua matericità, dai suoi lavori più commerciali al concettualismo dell’autoritratto, dalla sua idea di opera intesa come azione performativa alle serie più recenti realizzate sfruttando solo la luce delle candele che si rende interpretazione.
Dopo la guerra Nino si inserisce pienamente nello spirito collettivo della ricostruzione, la voglia comune di fare, di rimettersi in moto per rifondare il paese, ma anche, più intimamente, di ricominciare a vivere e di girare liberamente per le strade di una Bologna non più sotto assedio dei bombardamenti. La rinascita di un paese coincide con la scoperta di una filosofia della visione che lo accompagnerà per sempre, prendendo in mano, per la prima volta, una macchina fotografica chiesta in prestito. La prima macchina fotografica di proprietà, invece, arriverà come primo premio di un concorso a tema religioso, indetto dai frati domenicani: «È stata la prima e unica volta che, per necessità, mi sono attenuto a delle regole imposte, a delle linee guida», racconta. Animo anticonvenzionale e curioso di ogni forma artistica e di vita, fin dalla giovane età, la fotografia sarà, per sempre, per lui, espressione della sua esperienza personale, di un suo sguardo trasversale sulle cose, di un sentire il mondo, lungimirante, acuto, spesso giocoso, sempre sperimentatore, stratificato nel raccogliere al suo interno i linguaggi, non specificatamente fotografici, che, nel corso del tempo, si sono fatti strada come idea di “arte”.
L’opera di Migliori attraversa il tempo e la materia del reale non tanto per testimoniarli, ma per indagarli, per rifletterci a riguardo, per coglierne delle tracce, dei segni che riconducano poi ad altre domande, ad altre storie. Anche la serie delle “genti” sparse per l’Italia – la più documentaristica, apparentemente, della sua produzione – rivela sempre una componente metafotografica “sull’atto del guardare”, sulla presenza di elementi compositivi che pongono l’attenzione sulla prospettiva e sullo stesso processo fotografico. A mostrare come questa serie possa essere annoverata oltre al tradizionale approccio neorealista, è l’esposizione a cura di Mauro Zanchi al Centro Saint-Bénin di Aosta, "Nino Migliori. La dialettica del reale", dal 9 ottobre al 7 marzo 2027, che sottolinea come «già negli anni Cinquanta il documento si trasformi, nell’opera di Migliori, in una ricerca sulla materia, sul segno e sulle possibilità espressive dell’immagine». A omaggiare i cento anni dell’autore emiliano anche un libro di domande e risposte tra Zanchi e Migliori, Nino Migliori. 101 domande e risposte sulla fotografia (Dario Cimorelli Editore, pagine 248, euro 30,00), che si sofferma più estesamente sulla complessità della sua intera opera e di un pensiero artistico che come scende nelle profondità più intellettuali della riflessione sul fotografico, risale, con altrettanto slancio, in superfice, per mostrarne il gesto ludico e il puro divertimento. Le sue ossidazioni, cancellazioni, lucigrafie, polarigrammi, pirogrammi, tutte quelle sperimentazioni che attraversano la sua carriera fin dalle sue origini come forma di pensiero, non sono altro che l’elaborazione concettuale dell’azione spontanea di un “piccolo chimico”, chiamato Nino Migliori, che ama scoprire e stupirsi e che rende l’errore uno spazio di meraviglia e terra fertile per nuove frontiere visive. «Iniziai a fotografare nel 1948 e come tutti i fotoamatori stampavo personalmente i miei scatti. Era un punto di orgoglio inderogabile. Di notte il bagno di casa diventava la mia camera oscura, prontamente smobilitata ogni giorno. Una mattina vidi un pezzo di carta fotosensibile - che avevo usato per testare la temperatura dei chimici - che presentava dei colori, fatto insolito visto che usavo carta bianco/nero. Da lì nacque la curiosità di approfondire quella “stranezza”, cominciando il percorso delle sperimentazioni off-camera», racconta Migliori su come nacquero quelle sperimentazioni di cui la stessa Peggy Guggenheim fu grande estimatrice. Nino Migliori non si è mai fatto definire dal tempo, né come persona né come artista, è stata questa la sua carta vincente, oltre all’avere al suo fianco Marina, che l’ha fatto innamorare con un fiore, e agli immancabili gelati e spritz di cui va ghiotto.
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