L'erosione protestante in America Latina: una storia del Novecento
La fine del regime di cristianità nato dalla conquista venne dall’alleanza con i liberali tra anni '30 e '50. La secolarizzazione conobbe caratteri peculiari, ma Roma reagì senza derive nostalgiche

Pubblichiamo la prefazione dello storico Andrea Riccardi al volume di Fernando J. Escobar Nolasco La Santa Sede e la «questione protestante» in America Latina (1939-1958), edito da Studium.
La storia della Chiesa in America Latina è un appuntamento intellettuale decisivo non solo per chi vuol conoscere la vicenda del cattolicesimo del continente, ma anche per chi s’interessa alla vicenda politico-sociale dei paesi sudamericani. Nei secoli del patronato spagnolo e portoghese, in quelli della colonia, vigeva una simbiosi fra l’autorità delle corone di Spagna e Portogallo con il cattolicesimo, che escludeva a priori ogni presenza protestante. Era un regime di cristianità tutto particolare, anche rispetto all’ ancien régime europeo, perché si era sviluppato sulla scorta della conquista. A inizio Ottocento, con la rivoluzione bolivariana, avviene in America Latina un processo in parte simile a quello dell’Europa dopo la rivoluzione francese. Questo libro di Fernando Escobar studia la Chiesa cattolica, nel periodo in cui affronta l’arrivo del protestantesimo in America Latina, una vicenda concreta che, però, ha anche un valore simbolico: la fine di un mondo per il cattolicesimo del continente. (...)
Trono e altare si scindono, spada e croce si discostano. Le società latinoamericane fuoriescono da un regime di cristianità, in parte nominale più che reale ma, sicuramente, simbolico e giuridicamente ben vigilato: passano ad essere governate da un notabilato variamente ispirato al liberalismo. La libertà di culto fa crollare il monopolio pubblico del cattolicesimo: viene meno una verità religiosa ufficiale, mentre Stato e Chiesa si separano, nascono altre Chiese. Non si creda però che questo avvenga in un breve periodo: restano aspetti di quella che è stata la società cristiana della colonia. Rimane un cattolicesimo di popolo. Le gerarchie cattoliche rimpiangono le tutele e i riconoscimenti ufficiali e pubblici del tempo del patronato; si sentono in difficoltà nel nuovo regime dei culti. Tuttavia c’è un altro aspetto di grande importanza: il papato, svincolato dal regime del patronato, recupera i suoi diritti sulle causae maiores , anzitutto nomine e revoche dei vescovi (...). Ma soprattutto il papato ottiene la possibilità di rapporti diretti con il cattolicesimo latinoamericano e i suoi vescovi, dopo che per tre secoli i sovrani iberici avevano escluso la sede apostolica dagli affari ecclesiastici dei loro domini. Fernando Escobar, in questo libro importante, studia l’affermazione della presenza protestante in America Latina, a partire dagli archivi vaticani, una fonte di prima mano, dopo la fine della cristianità e lo stabilimento progressivo di una rete diplomatica della Santa Sede nel continente.
Trono e altare si scindono, spada e croce si discostano. Le società latinoamericane fuoriescono da un regime di cristianità, in parte nominale più che reale ma, sicuramente, simbolico e giuridicamente ben vigilato: passano ad essere governate da un notabilato variamente ispirato al liberalismo. La libertà di culto fa crollare il monopolio pubblico del cattolicesimo: viene meno una verità religiosa ufficiale, mentre Stato e Chiesa si separano, nascono altre Chiese. Non si creda però che questo avvenga in un breve periodo: restano aspetti di quella che è stata la società cristiana della colonia. Rimane un cattolicesimo di popolo. Le gerarchie cattoliche rimpiangono le tutele e i riconoscimenti ufficiali e pubblici del tempo del patronato; si sentono in difficoltà nel nuovo regime dei culti. Tuttavia c’è un altro aspetto di grande importanza: il papato, svincolato dal regime del patronato, recupera i suoi diritti sulle causae maiores , anzitutto nomine e revoche dei vescovi (...). Ma soprattutto il papato ottiene la possibilità di rapporti diretti con il cattolicesimo latinoamericano e i suoi vescovi, dopo che per tre secoli i sovrani iberici avevano escluso la sede apostolica dagli affari ecclesiastici dei loro domini. Fernando Escobar, in questo libro importante, studia l’affermazione della presenza protestante in America Latina, a partire dagli archivi vaticani, una fonte di prima mano, dopo la fine della cristianità e lo stabilimento progressivo di una rete diplomatica della Santa Sede nel continente.
In Europa, con leggero anticipo temporale, si era svolto un processo analogo. Rivoluzionari e liberali, convinti della imminente estinzione o del forte infragilimento della Chiesa, la emarginavano politicamente e socialmente. Quest’ultima rimpiangeva amaramente l’ ancien régime e lottava per ritornarvi, ma paradossalmente, dalla rivoluzione francese e dalla separazione dallo Stato, aveva ricevuto quella libertà e autonomia che i sovrani assoluti le avevano negato, a cominciare dal provvedere liberamente alle nomine ecclesiastiche. Anche qui il processo è lungo: Napoleone III nominava i vescovi francesi e la Santa Sede, nella penisola, poteva provvedere solo alla nomina dei vescovi degli Stati Pontifici. Al contempo, la Chiesa si trovava a fronteggiare inediti fenomeni di secolarizzazione. Tuttavia, in Francia e in Europa, dall’Ottocento, la Chiesa colse l’occasione offerta dalla proclamata libertà, per guardare in avanti facendosi movimento nella società, usando la libertà di stampa e di associazione. È la grande intuizione di Félicité de Lamennais: quella di una Chiesa-movimento nella società, capace di generare organizzazioni nuove, come i partiti politici, i sindacati e altro, mentre si posiziona in alternativa ad altre forze sociali. Émile Poulat, storico e sociologo francese, ha insistito sul carattere “intransigente” di questo movimento, che non s’identifica con la restaurazione, ma ha una sua agenda, diversa e sovente contraria a quella della classe dirigente liberale e, più tardi, al movimento operaio e socialista. Non tutto è uguale nel mondo della Chiesa. Il libro di Escobar però rileva acutamente una differenza sostanziale tra America Latina ed Europa. Nel vecchio continente incedeva una secolarizzazione, frutto di un liberalismo anticlericale, di filosofie laiche, del positivismo, dell’anticlericalismo operaio e socialista, di percorsi verso i totalitarismi. In America Latina era diverso, forse per la differente temperie culturale: lo spazio eroso al cattolicesimo non veniva propriamente sottratto alla religione dal laicismo. Era il protestantesimo, in tante forme diverse, a sottrarre fedeli alla Chiesa cattolica. È stato un processo iniziato nell’Ottocento che conosce un’accelerazione, quindi un forte sviluppo nel Novecento. Vorrei dire che in Europa il protestantesimo non ha rappresentato un’alternativa massiccia alla Chiesa di Roma, anche quando, come in Italia, essa si opponeva all’unità nazionale. In America Latina, l’alternativa, lentamente, talvolta molto, cresce nelle varie società fino all’evidente affermazione di oggi.
Molte analisi della dirigenza cattolica sull’America Latina, cui abbiamo accesso grazie alla ricca documentazione di questo libro, insistono sull’alleanza stretta fra liberali e protestanti (e più avanti tra comunisti e protestanti) per contrastare la fede di Roma e sostituirla con una nuova fede, che si presenta amica della libertà. Non è un’alleanza in nome dell’indifferentismo e dell’ateismo. I vescovi latinoamericani parlano talvolta di “secolarizzazione” (un termine che ha avuto molteplici significati, a partire da quello dell’appropriazione dei beni ecclesiastici da parte dello Stato); ma significativamente usano questo termine come sinonimo di protestantizzazione del loro paese. Il protestantesimo, considerato religione straniera, viene descritto come secolarizzazione delle società del continente. A lungo, la reazione del cattolicesimo latinoamericano alla diffusione del protestantesimo si è manifestata nel segno della nostalgia del regime di patronato con le sue prerogative e privilegi, ed il braccio secolare a tutelare l’unica vera Chiesa e l’unica vera fede. È una visione piuttosto nostalgica, talvolta mitica (...)
A Roma, seguendo la ricostruzione che sistematicamente l’autore fa, tale nostalgia venne meno piuttosto presto, se mai vi fu. Certamente la Santa Sede voleva avere buoni rapporti con i vari governi, ma era consapevole che il tempo passato rendesse anacronistici i rimpianti. Vero è, come s’è accennato, che i governi dei nuovi paesi indipendenti intendevano subentrare nel patronato, ma non per confermarlo nel suo senso originario, quello di un condiviso orizzonte di cristianità. Volevano, con questo antico strumento, tenere la Chiesa sottomessa, negandole diritti e spazi d’azione. Del resto la Chiesa, in quelle società, era una presenza forte e ramificata, influente sul popolo. I governi avevano tutto l’interesse a mantenere su di essa un certo controllo. Una replica del patronato era intesa dai liberali bolivariani come uno strumento per sottomettere la Chiesa senza nulla concederle e nel quadro di uno Stato non più integralmente cattolico. Viceversa, i vescovi latinoamericani auspicavano un patronato che assicurasse le prerogative della Chiesa e la difendesse dal laicismo, che era poi quello delle classi dirigenti. Ciascuna delle due parti era decisa nel volere, da un eventuale mantenimento del regime di patronato, solo le norme confacenti alla propria visione e ai propri interessi. In ogni caso, per la Santa Sede era evidente che non si tornava indietro, al regime di cristianità d’impronta iberico-coloniale.
Molte analisi della dirigenza cattolica sull’America Latina, cui abbiamo accesso grazie alla ricca documentazione di questo libro, insistono sull’alleanza stretta fra liberali e protestanti (e più avanti tra comunisti e protestanti) per contrastare la fede di Roma e sostituirla con una nuova fede, che si presenta amica della libertà. Non è un’alleanza in nome dell’indifferentismo e dell’ateismo. I vescovi latinoamericani parlano talvolta di “secolarizzazione” (un termine che ha avuto molteplici significati, a partire da quello dell’appropriazione dei beni ecclesiastici da parte dello Stato); ma significativamente usano questo termine come sinonimo di protestantizzazione del loro paese. Il protestantesimo, considerato religione straniera, viene descritto come secolarizzazione delle società del continente. A lungo, la reazione del cattolicesimo latinoamericano alla diffusione del protestantesimo si è manifestata nel segno della nostalgia del regime di patronato con le sue prerogative e privilegi, ed il braccio secolare a tutelare l’unica vera Chiesa e l’unica vera fede. È una visione piuttosto nostalgica, talvolta mitica (...)
A Roma, seguendo la ricostruzione che sistematicamente l’autore fa, tale nostalgia venne meno piuttosto presto, se mai vi fu. Certamente la Santa Sede voleva avere buoni rapporti con i vari governi, ma era consapevole che il tempo passato rendesse anacronistici i rimpianti. Vero è, come s’è accennato, che i governi dei nuovi paesi indipendenti intendevano subentrare nel patronato, ma non per confermarlo nel suo senso originario, quello di un condiviso orizzonte di cristianità. Volevano, con questo antico strumento, tenere la Chiesa sottomessa, negandole diritti e spazi d’azione. Del resto la Chiesa, in quelle società, era una presenza forte e ramificata, influente sul popolo. I governi avevano tutto l’interesse a mantenere su di essa un certo controllo. Una replica del patronato era intesa dai liberali bolivariani come uno strumento per sottomettere la Chiesa senza nulla concederle e nel quadro di uno Stato non più integralmente cattolico. Viceversa, i vescovi latinoamericani auspicavano un patronato che assicurasse le prerogative della Chiesa e la difendesse dal laicismo, che era poi quello delle classi dirigenti. Ciascuna delle due parti era decisa nel volere, da un eventuale mantenimento del regime di patronato, solo le norme confacenti alla propria visione e ai propri interessi. In ogni caso, per la Santa Sede era evidente che non si tornava indietro, al regime di cristianità d’impronta iberico-coloniale.
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