Il cardinal Lercaro, gli architetti e uno spazio verso Dio

di Claudia Manenti
Il 16 ottobre si terrà a Bologna una giornata di studio sull’intenso rapporto tra alcuni grandi maestri dell’architettura moderna e l’allora arcivescovo
Google preferred source
October 13, 2026
Il cardinal Lercaro, gli architetti e uno spazio verso Dio
Il cardinale Lercaro con l’architetto finlandese Alvar Aalto / Fondazione Centro studi per l’architettura sacra “Cardinale Giacomo Lercaro”
Cosa hanno in comune Giacomo Lercaro, cardinale della Chiesa cattolica e padre conciliare dei più influenti sui temi della liturgia, con architetti del Moderno quali Le Corbusier, Alvar Alto, Marcel Breuer, Kenzo Tange, Giovanni Michelucci e Giuseppe Vaccaro?
Per approfondire i motivi del legame tra il vescovo di Bologna e i Maestri del Moderno, il 16 ottobre dalle ore 10 il Centro studi per l’architettura sacra “Cardinale Giacomo Lercaro” propone a Bologna una giornata di approfondimento sul tema «“Nel desiderio di aprirmi agli uomini migliori!” Il cardinale Lercaro e gli architetti», alla quale prenderanno parte anche le Fondazioni Alvar Aalto, Le Corbusier e Giovanni Michelucci. La giornata rappresenta il momento più importante della mostra “Dear Architect. Disegni e progetti per le chiese del cardinale Lercaro” che il Centro studi per l’architettura sacra ha organizzato presso il Museo Lercaro a Bologna per celebrare i 50 anni trascorsi dalla morte del cardinale.
Ma che ruolo ha avuto l’architettura nel pensiero del Vescovo bolognese?
Come egli stesso evidenzia, «il problema di un vescovo è sempre essenzialmente pastorale» ed è proprio per rispondere alle esigenze di una periferia di 250.000 persone, sorta velocemente fuori dal perimetro della città antica, edificata senza chiese, scuole, cinema e luoghi di socialità, che Lercaro si rivolge agli architetti. Affidandosi ai giovani Giorgio Trebbi e Glauco Gresleri, entra quindi in contatto con il mondo della cultura del Moderno e diviene un punto di riferimento proponendo una nuova relazione tra Chiesa cattolica e cultura architettonica.
Lercaro già dal 1955 aveva evidenziato come «ogni momento della storia dice nel linguaggio dei vivi la lode del Dio vivente», rigettando l’“insincerità” della riproposizione di forme storiche ormai prive di spirito e aprendo a una inedita sperimentazione architettonica, unita a una riflessione sulle migliori disposizioni liturgiche per facilitare la partecipazione dei fedeli alla Messa.
Dalla convinzione che «la Messa, solo la Messa esaurisce quel compito di lode alla Maestà divina che è la ragion d’essere dell’umanità e dell’universo intero» parte, infatti, la profonda libertà di Lercaro nel sostenere la ricerca di spazi capaci, nella loro attualità, di essere idonei alla liturgia, ma anche di proporsi come fulcri catalizzatori dei nuovi quartieri. Attraverso un’architettura capace di parlare il «linguaggio dei vivi», Lercaro propone una strutturazione dell’intero territorio periferico attraverso la progettazione di una costellazione di nuovi centri parrocchiali nei quali trovano sede, oltre alla chiesa, anche ambienti per la catechesi, la formazione, il gioco e la socialità di quartiere.
Esigente è Lercaro nei confronti degli architetti che coinvolge: chiede loro di essere consapevoli del fatto che l’architettura è un servizio alla comunità e che veniva chiesto loro di dare spazio a una liturgia capace di radunare i figli attorno alla Mensa e di tradurre in termini spaziali l’anelito verso il cielo. Per lui l’architettura deve esprimere il senso del sacro nella «nativa corrispondenza tra le cose e il loro Creatore» e deve manifestare «la presenza di Dio nel mondo e la destinazione del mondo a Dio»; il vero senso della tradizione risiede infatti, per lui, nel dare fiducia alla sensibilità e alla capacità interpretativa degli architetti di cantare «attraverso la pietra lanciata nello spazio (…) la speranza e il desiderio del cielo».
Le chiese di Bologna, ai cui progetti viene dedicata una ampia sezione della Mostra e sono raccolti in una pubblicazione, sono da leggere in quel clima di sperimentazione che fece del “laboratorio bolognese” un terreno fecondo di fiduciosa apertura alla ricerca architettonica, liturgica e urbanistica negli anni Cinquanta-Sessanta. In particolare, la sperimentazione liturgica ed ecclesiale, che vide la costruzione delle comunità periferiche sull’esempio delle prime comunità apostoliche, incise così profondamente nell’animo del vescovo che egli ne portò le riflessioni fino nell’aula conciliare.
Riguardo alla relazione con i grandi maestri dell’architettura, alle cui lettere e disegni è dedicata una sezione della mostra e della quale si tratterà compiutamente nel convegno del 16 ottobre, Lercaro stesso chiarisce che non per «sete di scenografie» egli si è avvicinato ai grandi personaggi, ma per un sentito desiderio di aprirsi «agli uomini migliori».
Così nel 1963 il cardinale invita Le Corbusier a costruire una nuova chiesa, ma, l’architetto muore qualche mese dopo aver espresso il proprio assenso alla richiesta e il progetto non arriverà mai a compimento; anche a Kenzo Tange in un colloquio del 1966 fa richiesta di costruire una cattedrale ecumenica nella zona di espansione della Fiera, ma anche questo progetto non troverà realizzazione per le difficoltà urbanistiche ed ecclesiali subentrate dopo il 1968. Invece l’entusiastica accoglienza riservata all’invito rivolto nel dicembre del 1965 da Lercaro ad Alvar Aalto porta alla costruzione della chiesa di Santa Maria Assunta nella frazione montana di Riola di Vergato, con un cantiere inaugurato nel settembre del 1976, un mese prima della morte del Cardinale e qualche mese dopo quella dell’architetto finlandese.
Con le iniziative proposte in quest’anno dedicato al cardinal Lercaro, il Centro studi per l’architettura sacra non ha come obiettivo il solo fine celebrativo, ma intende riportare l’attenzione sull’importanza della relazione tra spiritualità cristiana, liturgia e spazialità architettonica. In un tempo nel quale la Chiesa si interroga poco sulla qualità dello spazio celebrativo e sulle conseguenze di tale disinteresse, questo momento di riflessione può ridare spazio a una cultura architettonica con cui anche gli stessi sacerdoti e religiosi hanno scarsa familiarità. È, infatti, evidente che se l’abbaglio della virtualizzazione e smaterializzazione induce a credere che l’animo umano sia indifferente alle forme che lo circondano, è invece caratteristica propria dell’architettura sacra operare un passaggio «dal sensibile allo spirituale, dal terreno all’eterno, dalla creatura al creatore» esprimendo così, come dice Lercaro, attraverso la materia «la speranza e il desiderio del cielo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire