Enzo Bianchi, una voce tra Vangelo e fraternità
Nel trigesimo della morte il ricordo di una delle figure più significative del cristianesimo italiano contemporaneo, sempre impegnato nel confronto con la società secolarizzata

Ricominciare e riconciliarsi: due parole che delineano il percorso spirituale di Enzo Bianchi, il monaco che ci ha lasciato il 1° settembre scorso. Ricominciare era il titolo di uno dei suoi primi volumi, uscito da Marietti nel 1991, un libro-intervista a cura del poeta Marco Guzzi. Ricominciare significava essere disposti a una continua conversione del cuore a livello personale, ma anche a livello ecclesiale tornare al Vangelo, alla genuinità e bellezza della vita delle prime comunità cristiane; e aveva anche un significato culturale e sociale: indicava il bisogno, in un mondo dominato dalla frammentazione e dalla precarietà, di costruire nuove forme di convivenza fraterna fra gli uomini.
Fu in quell’anno che ci incontrammo per la prima volta: dopo aver letto il libro andai ad ascoltare una sua conferenza dai paolini di Milano, ne rimasi molto colpito, per il calore con cui Enzo parlava, soprattutto della necessità di una profonda riforma della Chiesa. Poche settimane dopo ci vedemmo a Bose: assieme al collega Roberto Beretta ci recammo a visitare la comunità. Da allora sono nate un’amicizia e una collaborazione che sono durate per lunghi anni e i lettori di Avvenire cominciarono a conoscere la sua figura, la sua penna, il taglio culturale e spirituale insieme con cui affrontava ogni argomento, anche quelli più spinosi. Allora Bianchi non scriveva così abitualmente sui quotidiani. Poi, quando nacque Agorà, nel 1994, gli affidammo una rubrica settimanale, che volle intitolare “Da forestiero”. I suoi scritti erano sempre segnati dall’anticonformismo proprio della vita cristiana. Come quando lamentava il degrado delle celebrazioni liturgiche; o spiazzando tutti se la prendeva con l’enfasi eccessiva posta sulla categoria della bellezza, col rischio di farne solo una moda; ancora, quando segnalava il riapparire del martirio come uno degli elementi più significativi per la vita cristiana, prendendo atto di una realtà che sta ad indicare come tanti cristiani nel mondo si pongano sempre più come “contropotere”.
O come quando rispose a un articolo sulla parabola del Figliol prodigo di Cesare Cavalleri, che proponeva attenuanti per l’altro figlio. Nelle sue parole di sconcerto rivolte al padre per la tavola subito imbandita in onore del fratello, Cavalleri vedeva un’amarezza più antica, indizio del non sentirsi amato dal genitore. E si chiedeva: come avrà reagito, si arrese alla richiesta del padre? Domande che si pose anche Bianchi: «È entrato il fratello a fare festa? E il padre, è entrato lasciando il figlio maggiore fuori, oppure è ancora là che prega affinché la festa sia completa?».
Per il monaco e biblista la parabola pone domande forti a ognuno di noi: «Tu che chiami Dio padre, che immagine di Dio hai? L’immagine di un padre padrone? Di un padre giusto, dotato di giustizia retributiva? O di un padre che ama senza porre condizioni? Un padre che perdona sempre? Gesù ci interpella! A ciascuno di noi la risposta nel nostro cuore». La misericordia e la carità vengono così poste al centro dell’esperienza cristiana, in alternativa a una concezione della fede prevalentemente fondata sulla colpa.
Anche in occasione del dibattito sorto dopo la pubblicazione del libro - Lo scisma sommerso di Pietro Prini, nel 1998, in cui il filosofo analizzava la distanza tra la dottrina ufficiale della Chiesa e i comportamenti concreti di una larga parte dei cattolici nel campo dell’etica, Enzo non riduceva la questione alla sola morale sessuale, perché investiva più profondamente il rapporto tra politica e legge, grazia e carità. Secondo Bianchi, la carità è la forza autentica del cristiano e della Chiesa e deve tradursi in una fraternità capace di opporsi alla violenza e al conformismo. Sosteneva la necessità di una Chiesa umile, consapevole della propria fragilità e capace di riconoscersi contemporaneamente santa e peccatrice.
Infine, fra tutti i suoi vari interventi usciti su Agorà vorrei ricordare la discussione con Gianni Baget Bozzo a proposito del libro I nuovi pagani di Salvatore Natoli: anche in questo caso Enzo si mostrò sempre aperto al dialogo, nella ricerca sincera di un confronto con i non credenti. Assieme alla dimensione ecumenica, che lo vide impegnato con tutte le forze, Enzo fu un punto di riferimento straordinario per tanti “ricomincianti”, come lui li chiamava: scrittori, pensatori ma anche gente comune che si poneva di nuovo in ascolto delle parole del Vangelo, persone che, dopo il fallimento delle grandi ideologie, tornavano a interrogarsi sul senso dell’esistenza.
«Abbiamo bisogno del silenzio!», ripeteva spesso. Nel libro Monaci, che pubblicai nel 1997 presso Giunti dialogando con quattro figure spirituali del nostro tempo (le altre erano Divo Barsotti, Anna Maria Canopi e Ildegarde Sutto), Enzo spiegò a lungo l’importanza del monachesimo, centrato sul silenzio e sulla contemplazione, ma anche sulla comunità e sull’apertura al mondo. Mi raccontò anche che il monaco non è una persona “perfetta”. La vita monastica non elimina le difficoltà, le tentazioni o i dubbi. Al contrario, mette l’individuo di fronte alla propria fragilità. È proprio attraverso questa consapevolezza che può svilupparsi una ricerca spirituale autentica. Per lui il monachesimo non è un residuo del passato, ma una provocazione per il presente. Il monaco si allontana dal mondo non per disprezzarlo, ma per poterlo guardare diversamente e restituirgli una parola critica e profetica. Rispetto alla tradizione dei Padri del deserto, fondata sulla solitudine e sulla fuga dal mondo, Bianchi preferiva quella cenobitica sviluppata da Pacomio e Basilio, nella quale la vita comune mantiene un rapporto significativo con la società. La comunità di Bose si colloca esplicitamente nel secondo filone, con una costante osmosi tra il monastero e il mondo circostante. L’ospitalità diviene uno degli strumenti attraverso cui il monachesimo contemporaneo può rispondere alla ricerca spirituale di credenti e non credenti.
Bianchi mostrava una particolare sensibilità verso il rapporto tra cristianesimo, letteratura e cultura. Come quando scrisse, commentando la parabola degli autori del secolo scorso, come «dai romanzi di Bernanos alle poesie di Ungaretti, è l’immagine di un Dio che si dà pena per l’uomo, che soffre, lotta, geme accanto alle lacerazioni di ogni vivente, a emergere progressivamente come immagine autentica (e profondamente evangelica) del divino a cui l’angosciata disperazione dell’umanità si rivolge. Al posto di quel Dio impassibile e un po’ sordo, inesorabilmente perduto con l’avanzare impetuoso del mondo moderno, ha iniziato a far capolino nella letteratura novecentesca in modo sempre più tangibile un Dio disceso sulla terra, umiliato accanto agli umiliati, capace di rispondere al grido di dolore che si alza da un’umanità sempre più sfigurata e abbandonata».
Per tutto questo – e non solo ovviamente - Enzo Bianchi costituisce una delle figure più significative del cristianesimo italiano contemporaneo, soprattutto per il tentativo di coniugare esperienza monastica, ricerca spirituale, impegno culturale e confronto con la società secolarizzata.
E veniamo alla seconda parola che citavo all’inizio: riconciliarsi. È emersa nello scambio di lettere diffuso pochi giorni fa fra Enzo e Sabino Chialà, l’attuale priore di Bose dopo la lacerazione consumatasi qualche anno fa. Una vicenda che a mio parere ha rappresentato una ferita aperta per tutta la Chiesa italiana e non solo, una crisi che molti hanno salutato con gioia senza capire la drammaticità di un caso che ha toccato tutti i credenti (e non solo, a dire il vero, vista la capacità della comunità di essere un polo d’attrazione per tantissimi laici, un punto di riferimento spirituale e culturale davvero unico in Italia), con tanti commentatori pronti a liquidare sommariamente l’enorme patrimonio che essa ha costituito. «Non siamo migliori», aveva scritto anni fa Enzo Bianchi riferendosi ai cristiani tutti, troppo spesso propensi a giudizi trancianti verso i lontani e purtroppo ancor più verso i fratelli nella fede. E aveva perfettamente ragione. Le parole reciproche di perdono credo che alfine debbano prevalere rispetto a ogni risentimento, visto che le ragioni di Enzo e della comunità da lui fondata erano basate sulla comunione.
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