Su quel ring è morto un uomo, e la pietà
A Londra, nel fine settimana, andavano in scena una serie di combattimenti fra i quali quello che vedeva protagonista il wrestler messicano Cesar Bannon, nome di battaglia Silver King. Cinquantuno anni, non certo l'età del pieno vigore fisico, fatto che spiega meglio di tante parole come in questa disciplina-fiction ci sia molto spazio per eventi secondari, dove i protagonisti, ormai dismessi i panni super-eroici della gioventù, vanno in scena lo stesso con un mix di malinconia e, in qualche modo, tenerezza. È tutto uguale ai combattimenti dei circuiti principali, ma gli atleti, inevitabilmente condannati dal tempo a un fine carriera un po' melanconico, si muovono nello stesso modo, ma con un'inesorabile lentezza. È come vedere una coppia di anziani ballare il tango: la passione è la stessa della gioventù, ma il fisico viaggia a un ritmo più lento, perfino più struggente. A Londra domenica scorsa, non si sa ancora se per un colpo ricevuto o per un infarto, Cesar Bannon (preferisco chiamarlo con il suo nome vero) si è accasciato a terra. Forse è una mia suggestione, ma guardando il video sembrerebbe che, accortosi di un dolore definitivo, si sia perfino messo in una posizione tale da permettere al suo avversario di schienarlo più in fretta. Sta di fatto che, in una finzione diventata più reale della realtà, nessuno capisce quello che sta succedendo.
Passano quattro incredibili minuti, in cui il film che tutti sono lì per vedere va avanti, mentre Cesar Bannon è sdraiato sul ring, con la morte addosso. Quattro minuti paradossali: non se ne accorge il suo avversario, che prima continua la sua finta lotta contro un uomo ormai cadavere, poi festeggia smodatamente, salendo sulle corde, mettendo in mostra i bicipiti, indossando la bandiera del suo Paese. Non se ne accorge l'arbitro, che conta un essere umano che non si rialzerà mai più, poi rimane inebetito a guardarlo come se stesse al gioco di quella immobilità e si preoccupa, prima di tutto, di andare a sollevare il braccio del vincitore con un gesto smodatamente eccessivo. Quattro minuti in cui non c'è un medico, un inserviente, uno spettatore, insomma nessuno che si avvicini a quel cadavere sdraiato sulla schiena a centro ring, in mezzo a centinaia di tifosi in delirio (probabilmente finto anche quello). Quattro minuti sconvolgenti che non consiglio a nessuno di vedere.
Consiglio però a tutti (e prima di tutto a me stesso) di riflettere su una realtà che ci sta scappando di mano e su una finzione che si sta talmente sostituendo alla realtà, da non farci neppure più distinguere che cosa sia una e che cosa l'altra. Immagini che fanno paura, davvero, perché sono un evidente manifesto del fatto che sopra e intorno a quel ring ci sia spazio per tantissimi sentimenti, tranne uno: la pietà.