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Scaffale basso. Quei bambini assenti all'appello perché uccisi dalla mafia

Rossana Sisti mercoledì 20 maggio 2020
Quei bambini assenti all'appello perché uccisi dalla mafia

Nessuno risponde all’appello in questa classe. Tutti i banchi sono vuoti, silenziosi, nessuno degli allievi è tornato a sedersi lì a riempire di voci, domande e allegria le aule della scuola del quartiere napoletano Siberia. Nessuno di loro ha potuto crescere, diventare adulto, realizzare i propri sogni, imparare un lavoro, trovare un amore e la felicità. Vivere con diritto una vita spensierata degna dell’età. Sono i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze vittime innocenti della violenza di mafia assenti nelle scuole e nelle loro famiglie per sempre. Angelo, Giuseppe, Vittorio, Nicholas, Angelica, Annalisa, Rita, Luigi e tanti, tanti altri – impossibile nominarli tutti - sono morti per mano di criminali spietati e senza scrupoli, spesso altrettanto giovanissimi. Per vendetta, crudeltà, o perché qualcuno se ne è fatto scudo.

Altri sono morti per caso, trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, colpiti da proiettili vaganti mentre giocavano con gli amici o erano in braccio a un parente. A raccontare le loro storie, come fossero compiti in classe scritti di loro pugno, è Rosario Esposito La Rossa, primo ad aver aperto una libreria nel difficile quartiere napoletano di Scampia: “La Scugnizzeria”, la casa degli scugnizzi dove centinaia di bambini passano pomeriggi e si formano attraverso letture, corsi e attività ludiche. Con le sue storie tutte vere, drammatiche e dolorose come un colpo allo stomaco Assenti. Senza giustificazione, pubblicato da Einaudi ragazzi, è una denuncia della responsabilità collettiva e del fallimento del mondo adulto rispetto all’infanzia più a rischio e ai suoi diritti, ma è anche uno spaccato di Storia del nostro Paese, dove i bambini e le bambine vittime delle mafie sono molti di più dei ventidue raccolti in questo libro. E ricordarlo è un dovere di verità. Dai 13 anni

Lettura con andata e ritorno: stessi personaggi ma due storie diverse, una di emarginazione quando leggi dall’inizio alla fine, l’altra di inclusione se leggi risfogliando dalla fine all’inizio. (Non) C’è posto per tutti - firmato dagli australiani Kate & Jol Temple, coppia collaudata nel lavoro e nella vita, e illustrato dalla neozelandese Terri Rose Baynton (Il Castoro; 14 euro) - è un albo congegnato in modo davvero originale. Il rifiuto che incontrano una foca e il suo cucciolo senza casa ad accedere a uno scoglio abitato da altre foche è categorico: non possono approdare, lì non c’è posto per tutti, gridano quelli che già lo abitano! Che vadano altrove. Lo scoglio è casa loro e nessun altro ha il diritto di venire ad abitarlo.

Non importa se il mare è in burrasca, la mamma e il suo piccolo non hanno più uno scoglio loro e non sanno dove trovare rifugio. Devono andarsene. Ma davvero non c’è posto per i due? Arrivati all’ultima pagina, se si legge alla rovescia, tornando indietro, testo e immagini lasciano scoprire tutta un’altra storia, di accoglienza e generosa ospitalità. Sostenuto da Amnesty International, questo albo non solo rivela che non ci sono mai motivazioni oneste e giuste per non accogliere chi non ha casa, ma che spesso basta osservare il mondo da un diverso punto di vista per allargare i propri orizzonti e scoprire un’altra verità. Dai 5 anni

Quando si potrà tornare ai giochi di un tempo, scendere sotto casa a giocare a pallone con i bambini del quartiere, ecco che arriverà di nuovo al pettine il nodo di “quelli che decidono” (chi può giocare e chi no) e “quelli che non decidono “. Mai. Perché prima o poi i bulli del quartiere, gli arroganti patentati ricominceranno i loro giochi sporchi. E’ questo il punto di partenza di un saggio e illuminante libriccino rivolto ai più piccoli realizzato dall’illustratrice svedese Lisen Adbåge Qui comandiamo noi! per l’editore La Margherita (14 euro).

Il meccanismo su cui si regge la storia è noto e sempre uguale a se stesso: i prepotenti anche se numericamente inferiori ordinano, esercitano il proprio potere con la minaccia sulle vittime che accettano, obbediscono e si tolgono di mezzo. Non c’è via d’uscita? La storia di Lisen Adbåge dimostra il contrario, e cioè che gli arroganti contano sulla debolezza altrui. Ma se si usa la fermezza e un linguaggio chiaro, se si fa gioco di squadra contro le pretese dei prepotenti, ecco che la loro prosopopea si sgonfia. Una buona lezione di autodifesa dal bullismo per i più piccoli. Dai 4 anni