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Oldani e la cucina metafisica di Lombardia

Cesare Cavalleri mercoledì 24 dicembre 2008
Per dare il buon esempio, Guido Oldani inaugura con Il cielo di lardo (pp. 116, euro 15) la nuova collana di poesia che egli stesso dirige presso le edizioni Mursia. La collana si chiama «Argani», come se la poesia la si dovesse estrarre o sollevare con fatica, in contrasto con l'apparente facilità della raccolta d'esordio. Facilità, appunto, apparente, perché l'immediatezza di lettura della poesia di Oldani nasce da un lavorio sapiente sulla spontaneità dell'ispirazione.
Oldani (Melegnano, 1947) ha pubblicato relativamente poco, e questo depone a favore della sua serietà di poeta. Dopo l'esordio, propiziato da Giovanni Raboni, con Stilnostro (1985) bisogna attendere fino al 2001 per Sapone, e poi fino al 2005 per la plaquette La betoniera. Oldani è peraltro presente sulle riviste, in alcune antologie, ed è tradotto in varie lingue.
Deposte certe grumose carnalità imparentate con la macelleria testoriana, qui Oldani è più sciolto, più felice, anche gnomico e ironico, con una scrittura che sarebbe piaciuta a Raffaele Crovi. Ci sono poeti che scrivono specchiandosi nella pagina, altri che si guardano dentro, e altri ancora che si rivolgono a un pubblico. Oldani, come tutti i poeti che tendono all'epigramma, appartiene alla terza schiera, e qui non rinuncia alla strizzatina d'occhio non tanto per trovare complicità quanto per esibirsi in bonarie provocazioni.
Daniela Marcheschi, nel risvolto, allude a Berni e a Leopardi, ma anche a Dante, Folengo, Arcimboldo e Rebora (eterogenea compagnia) per qualificare una poesia in cui "divertimento alto e gusto popolaresco assumono una veste nuova". In effetti, metafore corporali e alimentari sono frequenti in Oldani, fin dal titolo della raccolta, desunto dalla poesia dedicata alla Lombardia, dato che il poeta è lombardo-lombardo, della bassa lodigiana: "è la pagnotta larga della nebbia / dentro nella ciotola lombarda / sotto di un cielo bianco come il lardo. / e si alza il sole, è un'irrancidita / fetta tagliata a mano di salame, / di questo metafisico sublime / che il pane non lo nega neanche a un cane". Poesia davvero emblematica dell'intera raccolta, anche nella forma, strutturata com'è in sette versi (quasi sempre endecasillabi) a formare una terzina e una quartina separate da un punto che non pretende la successiva maiuscola. Delle 105 poesie, ben 62 rispondono a questo schema; altre 12 sono costituite da due quartine, e le restanti sono poco più lunghe. Una terzina e una quartina, cioè un sonetto in due pezzi, tranciato sul tagliere come la massaia fa con le verdure: "è raro un barbablù che macellava / le donne poi confezionate a pezzi / le inceneriva al forno della stufa. / mia madre con la lama sul tagliere / trancia il sedano e scuoia la patata / poi eviscera i legumi con un dito, / strazia il pudore verde all'insalata". E questa pittura, se non Bacon, è almeno lombardamente un Arcimboldo.
La genericità di certo pacifismo, confinante con la viltà, è ben stigmatizzata da questi sette versi: "non ci amareggia del tutto se il vicino / si fa un infarto per la lite in corso / ma con la guerra l'animo è diverso. / se non si è proprio là dove c'è il fatto / si è almeno in tanti contro gli oppressori, / lui garibaldi ci sarebbe andato / ma io se parto chi mi innaffia i fiori".
E il lirismo, in mezzo a tante gastronomiche lepidezze, dove va a finire? C'è anche quello, con la burbera tenerezza delle due quartine di Cucire: «vorrei tu fossi l'ago del rammendo, / io il tuo refe doppiato a trapassarti / sgomitolato da me stesso inquieto / e posti insieme noi, siamo un cucire. / è un verbo di lavoro e ha un senso caro / di coppia che rinsalda opposti lembi / ma, soli, tu puoi solo le punture / e io afflosciare, rete senza un mare». Non ci sono dubbi: questa è la pronuncia di un poeta vero.