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Noi e il nostro corpo tra essere e avere in una società che azzera le differenze

Cesare Cavalleri mercoledì 4 marzo 2009
La domanda è: io ho un corpo, oppure sono un corpo? Ne ragiona Maria Teresa Russo, docente di Bioetica all'Università di Roma Tre e di Antropologia nell'Università Campus biomedico di Roma, in un saggio molto interessante e ben scritto, intitolato Etica del corpo tra medicina ed estetica (Rubbettino, pagine 236, euro 16,00). Entrambe le espressioni contenute nella domanda iniziale sono valide, ma non vanno assolutizzate. Ho un corpo, possiedo un corpo, ma non come possiedo gli altri oggetti, «nel senso che non posso prendere le distanze dal mio corpo e, in senso stretto, non lo posso usare, senza che le conseguenze si ripercuotano sull'intera persona». D'altro canto, l'espressione «Io sono corpo» va accompagnata dal chiarimento che «non sono soltanto corpo», ma anche qualcos'altro che chiamiamo spirito, anima. Oggi si dà molta importanza al corpo, lo si considera una macchina da plasmare secondo un imperativo di bellezza. Nella nostra società dell'apparire diventa oggetto di esposizione e di consumo; il mito della dieta, come suprema manifestazione del controllo di sé, non ha trasformato soltanto le abitudini alimentari: la cucina, luogo di intima convivialità, si è ridotta a "angolo di cottura", e l'happy hour, «autentica trasgressione a tutti i principi dietetici, risulta spesso una conclusione liberatoria di uno stressante pomeriggio di lavoro, in cui non vi è stato tempo per alimentare né lo stomaco né il cuore». E la diffusa abitudine di «andare a mangiare fuori» è il sintomo di una tendenza centrifuga che nasconde un disagio familiare. La teoria del gender, secondo cui la differenza maschile/femminile, nonostante l'evidenza anatomica, sarebbe una scelta culturale, suggerisce la liquefazione delle differenze. Tuttavia, osserva l'autrice, «la proposta di "liberare il desiderio" non soltanto emargina il corpo, ma può portare a un conflitto tra i desideri di ciascuno, dove l'altro si trasformerebbe inevitabilmente in un oggetto o in un ostacolo». Per gli antichi, il mito di Narciso era il simbolo del valore della bellezza che però va cercata solo attraverso l'éros, ossia l'apertura all'altro (Narciso, prima di innamorarsi della propria immagine e perdersi, si era sottratto alla ninfa Eco). Il narcisismo postmoderno, anziché tragico, è ludico, pago di sé: «L'importante è piacersi». Narciso è diventato l'icona di un'estetica senza etica, la bellezza è un dovere sociale senza oblatività. Si tratta invece, secondo la studiosa, «di riuscire a riconoscere un éthos del e nel corpo, così come si manifesta nella sua relazione con l'io, col mondo con gli altri», superando l'oscillazione tra l'oggettivazione del corpo per opera della medicina, e la sua soggettivazione prodotta da un visione estetica dell'esistenza. In tal modo diventa possibile accettare l'inevitabile passività del corpo, trasformandola in pazienza, che è «il volto feriale» della fortezza. Proprio nella vulnerabilità si mette a prova la propria autonomia, apprendendo il valore dell'agire a favore dell'altro. Essere disponibile per l'altro significa rinunciare all'avere, al possesso di sé, per essere, in certo modo, posseduto dall'altro, affermando così il primato dell'essere sull'avere. L'esperienza del proprio corpo è di un corpo ricevuto in dono: pertanto, «la lezione che ci viene dal nostro essere fragili non è solo l'accettazione di un'inevitabile impotenza: è anche possibilità di riconoscere la nostra capacità di cura, e occasione per sperimentare il valore della gratitudine». Ben detto.