Mario Draghi e la rivoluzione delle competenze
«Avere parità di diritti non significa avere talenti uguali, uguali capacità, o uguali conoscenze» ricorda Tom Nichols, che qualche anno fa ha pubblicato negli Stati Uniti un saggio illuminante dal titolo "La morte della competenza". Per abbandonare la pericolosa deriva dell'incompetenza avevamo bisogno - come spesso è stato nella storia recente del nostro Paese - di uno shock, di una curva drammatica da superare e di un pilota-simbolo cui chiedere di evitare che l'intero sistema Paese finisse nel burrone. E la saggezza e il coraggio del Presidente della Repubblica ci hanno offerto la possibilità di affidare la guida dell'Italia ad un civil servant che tutto il mondo riconosce come il "migliore".
Ma cosa accadrebbe se questo metodo, la scelta dei migliori per competenza riconosciuta, non fosse più solo la "extrema ratio" per risolvere situazioni straordinarie ma diventasse il metodo quotidiano di selezione della classe dirigente del nostro Paese? Quale incredibile carico di speranze e di motivazioni riusciremmo a restituire ai nostri ragazzi, ancora oggi costretti a cercare fuori dall'Italia occasioni per far valere le loro competenze oppure ad adattarsi a logiche di cooptazione familistica? È molto probabile che a breve la "rivoluzione delle competenze" abbia il suo punto di riferimento a Palazzo Chigi. Sperare che possa realizzarsi, a questo punto, non è più un'utopia.
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