Lourdes, il ricordo di quell'acqua e la speranza che tutto torni com'era
Restai a lungo a leggere le lapidi, nella chiesa, che ripetevano solo “merci”, “grazie”, “grazie”. Grazie, da uomini e donne ormai scomparsi da un pezzo e da contemporanei, da francesi e italiani e gente di ogni dove. Un'infinita catena di “grazie” che mi impressionò, e mi convinse che in quel luogo non poteva non essere successo qualcosa. Poi feci la coda alle piscine, con tante altre donne, e c'erano parigine eleganti e contadine delle campagne ucraine o polacche, ancora con le gonne lunghe fino ai piedi. E tutte per ore in attesa, per bagnarsi nell'acqua di Lourdes. Partecipai alla processione aux flambeaux, nella notte, gran scia di luce che procedeva nel buio. Vidi le facce dei malati in carrozzella, e dei volontari che li spingevano. Scoprii che non tutti venivano a chiedere una grazia: molti ritornavano solo per ringraziare. Di una guarigione, di una pace ritrovata, di una disperazione vinta. E già questa gratitudine rendeva i loro occhi diversi: in pace, lieti, come nelle nostre città non se ne vedono tanti. È questa strana letizia, per me, il segreto di Lourdes. Che riaprano presto, quei cancelli. Ne abbiamo bisogno tutti – e forse più i sani che i malati.