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Lavoro e profitto come idoli e una maturità mai raggiunta

Umberto Folena sabato 7 maggio 2022
Se sia consolante o metta tristezza, non si sa. Ma per masticare un po' di saggezza finiamo regolarmente per trovarci davanti a un grande vecchio. Come Giuseppe De Rita nel servizio di Antonello Caporale (“Fatto”, 6/5): «L'opinionismo è la malattia mortale di questo tempo» esordisce, indagando sulla patologia strisciante dei social e concludendo, amaro: «Diciamo sempre che nulla sarà come prima, che non saremo gli stessi. Invece io credo che sia una penosa bugia. Noi italiani siamo quelli di sempre». Oppure Massimo Recalcati (“Stampa”, 5/5), che mette in guardia dal lavoro concepito come «una vera e propria idolatria, quando assume i caratteri di una passione smodata finalizzata non tanto all'esercizio della sua attività, ma al profitto che essa permette di raggiungere. Lavorare, in altri termini, non possiede più un valore in sé, ma solo per quello che consente di realizzare in termini di profitto. In questi casi il lavoro può assumere la forma di una paradossale dipendenza patologica». E, prosegue Recalcati, «come sappiamo bene, la passione per il profitto non conosce limiti. La protervia che sospinge gli uomini a farsi padroni della terra avvelena il mondo». Bisognerebbe avere il buon senso di Gigliola Cinquetti, che a un certo punto mollò concerti e fama per dedicarsi ad altro che non fosse gloria e profitto. Ormai over 70, dovrebbe essere cresciuta. Renato Franco (“Corriere”, 6/5) le chiede: «Per che cosa non ha l'età?». E lei: «Per tutto. Mi sento ancora immatura e mi piace questa sensazione». Confessioni di due uomini maturi e di indubbio successo: sia Alessandro Benetton sia Carlo Calenda, sul “Corriere” (5/5), confessano: a scuola sono stato bocciato. Duro è il percorso verso la maturità; percorso in cui due grandi vecchi, Mughini e Sgarbi che si accapigliano in un talk-show, sembrano ancora impegnati.