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I tormenti del giovane Raymond Radiguet

Cesare Cavalleri mercoledì 26 maggio 2021
La nuova edizione del Diavolo in corpo di Raymond Radiguet, nella traduzione di Yasmina Melaouah (Bompiani, pagine 144, euro 12,00), riaccende il riflettore su questo romanzo scritto da un diciassettenne e pubblicato nel 1923, lo stesso anno della morte del ventenne autore. Per la sua precocità, Radiguet può essere considerato un Rimbaud in prosa, con Jean Cocteau nel ruolo di Verlaine. La trama è nota anche dal classico cinematografico firmato da Claude Autant-Lara (1947) con Gérard Philippe e Micheline Presle, entrambi venticinquenni (nel 1988 Marco Bellocchio si ispirò al romanzo per trarne una versione semi-pornografica). In breve: un liceale quindicenne si innamora (meglio, si incapriccia) di Marthe, diciottenne, che sta per sposare Jacques attualmente sotto le armi (siamo nel 1918). Il ragazzo, intellettualmente brillantissimo ma insofferente della scuola, accompagna Marthe perfino a scegliere i mobili per la sua nuova casa, imponendole i propri gusti senza prendere in considerazione quelli di Jacques. Marthe è completamente succuba e, a pochi mesi dalle nozze, i due diventano amanti. Lui passa le notti in casa di lei, arredata con i mobili da lui scelti e che gli sono già in uggia, e si invischia in una spirale di bugie e di sotterfugi per sviare i suoi genitori e quelli di lei, nell'ambiente borghese della cittadina sulla Marna. Non è un'educazione sentimentale per il ragazzo e neppure per Marthe: è un'educazione sessuale in cui si intrecciano inesperienza, carnalità e innocenza. Quando Marthe si scopre incinta, per il ragazzo si apre la possibilità di sentirsi adulto, tuttavia col dubbio che il figlio, nato prematuro, sia davvero suo dato che Jacques era tornato brevemente in licenza qualche mese prima. Marthe, dopo una notte sotto la pioggia e al freddo in cerca di un albergo che il ragazzo non vuol trovare, muore. Mesi dopo, Jacques va a casa del ragazzo per rintracciare degli acquerelli che Marthe aveva regalato al benevolo padre di lui. Il ragazzo (lo chiamiamo così perché nel romanzo, in prima persona, non ha nome) attraverso la porta socchiusa sente queste parole del dignitosissimo vedovo: «Mia moglie è morta chiamando il suo nome. Povero piccino! È ormai la mia unica ragione di vita». L'autore conclude: «Non apprendevo forse, in quell'istante, che Marthe era morta chiamando il mio nome e che mio figlio avrebbe avuto un'esistenza normale?». Al tempo, e anche dopo, il romanzo fece scandalo per l'erotismo e per la mancanza di rispetto verso i soldati come Jacques che stavano facendo il loro dovere mentre, a casa, certe mogli e fidanzate si consolavano. In Italia il romanzo fu censurato e venne tradotto solo nel secondo dopoguerra. Eppure, Radiguet si lascia sfuggire questa frase: «Con la sua indole buona, lei doveva talora, come me, essere in preda ai dubbi sulla moralità del nostro amore». E il diavolo in corpo sta nel titolo del romanzo certamente non per caso. Ma, a quasi un secolo di distanza, quell'erotismo, scritto come il tema di un primo della classe in un liceo, mette solo a disagio come i dagherrotipi di ballerine discinte del primo Novecento.