Guerre, dazi e il destino del vino. Ma di che globalizzazione parliamo?
Ma veniamo ai dati del vino. Nel 2017 abbiamo esportato vino nella Repubblica Popolare Cinese per un valore di 130 milioni di euro, mentre gli Usa ne hanno venduto per 70 milioni. Quote di mercato considerate piccole rispetto ai 218 milioni di litri della Francia a fronte dei 29,3 milioni dell'Italia, che è addirittura meno della metà di quanto già esporta la Spagna. Ma se la “fregola” di esportare in Cina ha intaccato tanti, bisogna mettere in conto che non ci sono soltanto beni materiali in gioco, ma anche il know out vitienologico, che significa già 240mila ettari di vigneto in Cina. Se il trend di un'area assai popolata come la Cina ritorna ad abitare le campagne scoprendo il valore di propri terreni per determinati vitigni, un domani la Cina diventerà un concorrente. E tutti i discorsi di oggi non solo si scioglieranno come neve al sole, ma dimostreranno nel tempo la loro pochezza.
Ora, non è questo l'auspicio, ma rimane l'amarezza nel leggere sempre analisi di breve periodo che non si traducono mai in progetti per il medio e lungo. Su queste pagine avevamo già scritto dell'interesse cinese per l'olio che immediatamente si può tradurre in inport, ma nel medio periodo, per i cinesi, diventa occasione per tornare ad esercitare il ruolo di Paese agricolo. E quando esportano poi che fanno? Siamo sicuri che non ingigantiscono l'italian sounding? Tuttavia non è gioendo dei dazi imposti a un Paese tutto sommato mai ostile all'Italia, che si risolvono i problemi. È una questione di atteggiamento: i nuovi dazi sono un elemento di disturbo nella ricerca di una pace globale, che vive comunque su fragili equilibri. Culturalmente dovremmo preoccuparci, anziché pensare di vendere oggi qualche bottiglia in più.