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«Dimenticare i padri». Ricordare volti e cause giuste

Marco Tarquinio lunedì 11 dicembre 2023

Caro Marco Tarquinio,
si è parlato tanto di rumore in queste ultime settimane, ma non tutti i rumori sono uguali. Il mio, quello che scelgo senza riserve, suona come le chiavi agitate in aria durante i funerali di Giulia Cecchettin. Ed è anche il rumore assordate delle parole, perfette, di un padre distrutto ma fiero, che ha preso sulle sue spalle il dolore di mille femminicidi e ha provato a dare un senso collettivo a una tragedia individuale. Mi spiace dirlo, ma non è invece il rumore delle piazze del 25 novembre. Mentre in una Padova a lutto – diecimila persone per un funerale che è diventato qualcosa di più – quel padre ha lasciato da parte la rabbia, non ha mai invocato vendetta, altrove ho visto troppi segni di un odio che non costruisce ma distrugge. Tante femministe storiche non sono state alle manifestazioni del 25 novembre nelle grandi città, tante dopo le hanno criticate. Io ho scelto la Sicilia, un corteo silente alla luce delle fiaccole. In piazza sono stata tante volte, ho manifestato quando eravamo in poche, quando i nostri diritti andavano ancora fondati. E anche di recente, ho perso la voce per le donne iraniane. Il punto è che dietro una piazza “giusta” non c’è spazio per l’odio, non ci sono vittime “meritevoli” di difesa e altre no, non ci sono nemici. Si costruisce il cambiamento solo se si esce dalla logica dell’odio e della vendetta. Altrimenti si fa solo un rumore sordo, facile da dimenticare.


Ho visto le immagini dell’attacco alla sede del movimento Pro Vita durante il corteo contro la violenza sulle donne. Mi sono vergognata. Un assalto in piena regola, con tanto di ordigno rudimentale e inesploso. Voglio pensare che a lanciarlo non sia stata una donna. E quale il senso di tutto ciò? Quale il collegamento? Una manifestazione che doveva essere contro la violenza “inquinata” da atti di violenza che in un colpo ne hanno cancellato tutto il buono e i buoni propositi di tanti e tante scese in piazza senza alcun intento bellicoso. Poi ho letto anche della sacrosanta indignazione contro l’ignobile silenzio nei confronti del femminicidio di massa delle donne israeliane perpetrato da Hamas. Erano piazze pro-Palestina quelle del 25 novembre e non potevano ricordare, difendere, indignarsi per le donne calpestate, stuprate e uccise nella mattanza del 7 ottobre. Un'ingiustizia collettiva che non deve avere il timbro del femminismo, non di quello in cui mi riconosco e in cui ho militato. « Il 7 ottobre Hamas ha ucciso centinaia di donne in Israele. Noi chiediamo che tutto questo sia riconosciuto come un femminicidio di massa». Così comincia la petizione lanciata dalle femministe francesi di Paroles de femmes, e firmata, tra gli altri, da Anne Hidalgo, Yvan Attal, Charlotte Gainsbourg. Questo è femminismo: donne per le donne al di là delle ideologie. Questa è una sorellanza vera che non cerca, anzi rifugge, un marchio ideologico.

Quella che è stata definita la “grande marea fucsia” ha perso una grande occasione per fermare l’odio: contro le donne, contro il diverso, contro chi non la pensa come noi. Usare la violenza per combatterla significa non solo sbagliare obiettivo. Vuol dire esportare quella “categorizzazione” all’origine dei femminicidi – l’uccisione di una donna in quanto donna – dirigendola altrove. Verso un’organizzazione che, alla sua maniera, difende la vita. Verso gli ebrei sporchi e cattivi. È sempre odio, uccide in modo diverso ma uccide.

Per questo ho scelto i diecimila di Padova e il padre di Giulia che ci ha consegnato una grande lezione: bisognare parlare, esserci, avere cura, educare, discutere, ammettere gli errori e le disattenzioni. Bisogna essere insieme per venire a capo di questa mostruosità. Non armati l’un contro l’altro. Non pronti a selezionare le vittime in base al loro credo religioso. Non da una parte politica o dall’altra, perché anche gli slogan urlati contro Giorgia Meloni sono stati altrettanto vergognosi. Se diamo un’etichetta politica o ideologica a questo movimento spontaneo che vuole davvero mettere la parola fine alla violenza, che vuole sinceramente cambiare le cose, allora abbiamo perso in partenza. E stiamo mandando un messaggio fuorviante ai tanti giovani, ragazzi e ragazze, che il 25 novembre sono scesi in piazza non contro qualcuno ma per le mille Giulie che hanno avuto funerali miserabili e che solo i figli e le madri continuano a ricordare.

Lella Golfo, presidente Fondazione Marisa Bellisario


Caro Tarquinio,


la parola “patriarcato” accostata ai maschi (appunto, «figli del patriarcato») ha aperto un grande dibattito e ha diviso. Probabilmente perché, giusta o sbagliata che sia, nel tempo ha avuto forme diverse. Per restare nel Novecento, come dimostra il film dell’attrice e regista Paola Cortellesi (“C’è ancora domani”), la violenza dei maschi, che negli anni 40-50 era di fatto accordata e difesa; oggi, negli anni Duemila, è certamente presente, ma condannata, almeno a parole e dalla legge. Forse, più che di patriarcato, dovremmo parlare di maschi che, come nel caso del femminicidio di Giulia Cecchettin, tirano fuori e scatenano una violenza inaudita contro le donne come fossero tornati a essere uomini delle caverne, esseri precedenti l’Homo Sapiens. Nulla di nuovo, mi pare, da quanto Salvatore Quasimodo ha inciso nella splendida poesia “Uomo del mio tempo”, risalente al 1947: «Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. […] t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta. […] Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue salite dalla terra, dimenticate i padri: le loro tombe affondano nella cenere, gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore».


Stefano Masino
«Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue salite dalla terra, dimenticate i padri… » Trovo anch’io bellissimi e sfidanti i versi di Salvatore Quasimodo, che suggellano la poesia “Uomo del mio tempo” e concludono anche la lettera di Stefano Masino, protagonista assieme a Lella Golfo del dialogo di oggi. Li trovo sfidanti perché intendo perfettamente il senso del grido: «Dimenticate i padri»! Sento in esso la consapevolezza ferita di ciò che s’era compiuto nel cuore del Novecento invaso da una violenza totale e totalitaria e, insieme, la forza profetica che anima l’invocazione-sentenza e la fa risuonare con eco potente nei nostri anni e nei nostri giorni. Eppure, ogni volta, che da uomo e da giornalista mi trovo a fare i conti con un femminicidio o con uno stupro o con qualunque altra violenza scatenata contro una o più donne a me viene subito in mente mio padre. «Ricordo il volto di mio padre», per usare l’esortazione- saluto che anima molte complesse e ambivalenti pagine di un autore di culto come Stephen King che, nelle sue narrazioni, contempla deliberatamente l’emergere sofisticato o primordiale della violenza e l’ambizione di disciplinarla. Sì, ricordo mio padre. Ne ricordo il volto d’uomo del suo e del mio tempo senza imbarazzo alcuno, con profonda gratitudine. Perché da mio padre, tanto quanto da mia madre, ho imparato a vivere con rispetto e tenerezza il rapporto con le donne – qui e ora l’alterità per eccellenza. A cominciare da coloro (prime fra tutte, strada facendo, mia madre, mia sorella, mia moglie e le mie figlie) che mi sono state e mi sono accanto anche quando l’amore (nelle sue diverse forme) non riesce a bastare per accettarsi e accettare (o almeno capire) scelte e situazioni piccole e grandi. Da mio padre, tanto quanto da mia madre, ho anche imparato che la violenza ha sempre cause e motivi, persino quando appare assolutamente irragionevole e irrazionale, eppure non è mai giustificata. E da lui, che visse sulla Linea Gotica i giorni spietati e splendenti della Resistenza e della fine degli incubi bellici e postbellici, ho imparato che si può rimanere liberi dal risentimento e dall’odio persino nella prova personale o collettiva più aspra e violenta se non ci si consegna a malevolenza e ideologismi e non ci si fa strumenti o complici di sopraffazione. Questa coscienza preziosa non cancella in alcun modo le passioni, ma disarma la vita e non fa spazio a guerre e follie “di genere” o di etnia o di classe. E comincia, a mio parere, dalla memoria irrinunciabile di padri e madri (biologici, morali e spirituali), e dalla relazione con quel Dio che anche per me s’è rivelato pienamente in Gesù Cristo e che è Padre anzi «più ancora è madre» (parola di Giovanni Paolo I e, ora, di papa Francesco). Una memoria che dalla relazione “alla stessa altezza” tra uomini e donne si allarga al rapporto tra i popoli, le culture e le religioni. Perché anche le guerre, comunque le si faccia, hanno sempre ragioni ma mai ragione.

In tanti abbiamo padri da ricordare, e in tanti ci siamo riconosciuti e stimati nel dolore nudo, nella vita normale, nello sguardo umano e nelle parole profonde di Gino Cecchettin, papà di Giulia, la giovane donna che un giovane uomo del nostro tempo ha ucciso ma non ha potuto annientare. Ricordare i padri giusti, riaffermare che esistono, vivere conseguentemente da figli, da fratelli, da compagni non significa, però, che ciò che chiamiamo “patriarcato” possa essere considerato – oggi – soltanto una riprovevole forma di cedimento a pulsioni da cavernicoli. Dobbiamo aver chiaro, credo, che nel concetto di patriarcato c’è una vecchia pretesa di supremazia maschile resa più rozza e tagliente dalla raffinatezza di tanti mezzi e tante comprensioni della nostra modernità. Essa cozza rovinosamente con la realtà dell’intelligenza femminile dei sentimenti e delle cose e con l’evidenza della conquistata e spaventosa (per ancora troppi uomini) libertà delle donne nella costruzione materna della vita. Cioè nella capacità – come ci ricorda con lucidità Silvia Vegetti Finzi – di «mettere al mondo il mondo» attraverso ogni neonato o neonata. Atto che non è riducibile a un esercizio di autosufficienza orgogliosa e tuttavia per nove decimi (nove come i mesi della gestazione, annotava Jacques Lacan) è azione di donna.

Questa riflessione domenicale a più voci comincia con le parole di Lella Golfo, grande donna e amica coraggiosa e saggia, che non ha mai avuto paura di dire e fare cose controcorrente. A esse infine mi richiamo, ringraziando Lella per avermi affidato il suo “sfogo”. Condivido lo spirito e l’indignazione che l’animano, condivido la ferita aperta dalle atrocità di Hamas del 7 ottobre 2023 contro civili israeliani. Insisto solo, mentre la guerra infuria a Gaza, a gridare con il po’ di voce che ho che contro il popolo palestinese, e le donne palestinesi, si continua perpetrare da tre quarti di secolo una lunga violenza. Sempre più intollerabile. E neanche questo va dimenticato o anche solo messo tra parentesi.