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Udienza. Il Papa all'Europa: investire nella vita, nella famiglia, nei giovani

Stefania Falasca venerdì 24 marzo 2017

«Penso che l’Europa meriti di essere costruita». Le parole pronunciate in Campidoglio sessant’anni fa dall'allora primo ministro lussemburghese Joseph Bech, sono diventate quelle di papa Francesco. Anzi, ne ha fatto l’inizio di una nuova possibilità di rinascita rivolgendosi ai capi di stato e di governo dell’Unione europea in Vaticano per la ricorrenza della storica firma dei Trattati di Roma che diedero il via all'Europa unita. Memoria che Francesco ha voluto trasformare in atto di azione per ricomprenderne la portata nel presente e per rilanciare l’Europa dalle sue fondamenta. A partire dal lascito dei Padri fondatori, che «hanno avuto fede nella possibilità di un avvenire migliore», che « «non hanno mancato d’audacia e non hanno agito troppo tardi», ha ridato voce alla provocante attualità del loro pensiero, «all'appassionato impegno per il bene comune che li ha caratterizzati, nella certezza di essere parte di un’opera più grande delle loro persone». Il Papa ha così innaffiato la radici alla memoria dell’Europa compiendo un’ermeneutica per il suo riscatto. Un discorso intenso, in continuità con quello già rivolto ai leader europei a Strasburgo nel novembre 2014 e in occasione del Premio Carlo Magno nel maggio dello scosso anno, nel quale chiede oggi ai governati «di non aver paura di assumere decisioni efficaci, in grado di rispondere ai problemi reali delle persone», indicando la solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento dello sviluppo e della pace, una strada percorribile per uscire dalle molte crisi che oggi rischiano di far implodere l’Europa.

L’Europa dei Padri non è un prontuario di rivendicazioni

«Dopo gli anni bui e cruenti della Seconda Guerra Mondiale il ricordo delle passate sventure e delle loro colpe sembra averli ispirati e donato loro il coraggio necessario per dimenticare le vecchie contese e pensare ed agire in modo veramente nuovo per realizzare la più grande trasformazione dell’Europa» spiega Francesco parlando dei Padri fondatori dell’Europa unita. E scelsero Roma per la firma dei Trattati perché «con la sua vocazione all’universalità – come dissero il 25 marzo del 1957 il ministro degli Affari Esteri belga Spaak e quello olandese Lunk – è il simbolo di questa esperienza e qui furono gettate le basi politiche, giuridiche e sociali della nostra civiltà».
«I Padri fondatori ci ricordano che l’Europa non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire» ma «una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere, o di pretese da rivendicare».
Nei Padri fondatori era chiara - afferma Francesco – la consapevolezza di essere parte di un’opera comune, che non solo attraversava i confini degli Stati, ma anche quelli del tempo così da legare le generazioni fra loro, tutte egualmente partecipi della edificazione della casa comune. Il loro denominatore comune era lo spirito di servizio, unito alla passione politica, e alla consapevolezza che «all'origine della civiltà europea si trova il cristianesimo», senza il quale i valori occidentali di dignità, libertà e giustizia risultano per lo più incomprensibili. Nel nostro mondo multiculturale tali valori continueranno a trovare piena cittadinanza se sapranno mantenere il loro nesso vitale con la radice che li ha generati. «Nella fecondità di tale nesso sta la possibilità – spiega – di edificare società autenticamente laiche, scevre da contrapposizioni ideologiche, nelle quali trovano ugualmente posto l’oriundo e l’autoctono, il credente e il non credente».

La solidarietà antidoto ai populismi

Per non far rimanere lettera morta i Trattati il Papa ha poi detto che il primo elemento della vitalità europea è la solidarietà.
Restare fedele allo spirito di solidarietà europea che l’ha creata. Spirito quanto mai necessario oggi – ha ribadito – davanti alle spinte centrifughe come pure alla tentazione di ridurre gli ideali fondativi dell’Unione alle necessità produttive, economiche e finanziarie.
Dalla solidarietà nasce la capacità di aprirsi agli altri. Ha quindi ricordato le affermazioni di Adenauer: «I nostri piani non sono di natura egoistica» e quelli che stanno per unirsi non intendono isolarsi dal resto del mondo ed erigere intorno a loro barriere invalicabili». «L’Europa ritrova speranza nella solidarietà, che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi». Francesco Ha ricordato che la solidarietà comporta la consapevolezza di essere parte di un solo corpo. Se «uno soffre, tutti soffrono. Così anche noi oggi piangiamo con il Regno Unito le vittime dell’attentato che ha colpito Londra due giorni fa». Invece i populismi «fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante». Occorre dunque «ricominciare a pensare in modo europeo, per scongiurare il pericolo opposto di una grigia uniformità, ovvero il trionfo dei particolarismi». I leader politici – afferma Francesco – evitino «di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso», ed elaborino piuttosto delle politiche che «facciano crescere tutta quanta l’Unione» così che «chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa».

I muri e il bene non scontato della pace

In un mondo che conosceva bene il dramma di muri e divisioni, era ben chiara l’importanza di lavorare per un’Europa unita e aperta e la comune volontà di adoperarsi per rimuovere «quell’innaturale barriera che dal Mar Baltico all’Adriatico divideva il continente». «Tanto si faticò per far cadere quel muro! Eppure oggi si è persa la memoria della fatica. Si è persa pure la consapevolezza del dramma di famiglie separate, della povertà e della miseria che quella divisione provocò». Così - osserva il Papa - là dove «generazioni ambivano a veder cadere i segni di una forzata inimicizia, ora si discute di come lasciare fuori i “pericoli” del nostro tempo: a partire dalla lunga colonna di donne, uomini e bambini, in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari». Francesco ha quindi detto che spesso si dimentica anche un’altra grande conquista frutto della solidarietà sancita il 25 marzo 1957: il più lungo tempo di pace degli ultimi secoli. Un bene che «per molti oggi sembra un bene scontato e così è facile finire per considerarla superflua. Al contrario, la pace è un bene prezioso ed essenziale, poiché senza di essa non si è in grado di costruire un avvenire per nessuno».

La crisi: tempo delle opportunità

La «crisi», concetto che domina il nostro tempo - c'è quella economica, quella della famiglia, quella delle istituzioni, quella dei migranti - è un termine che «non ha una connotazione di per sé negativa» e non indica solo «un brutto momento da superare»: la parola in greco significa «investigare, vagliare, giudicare. Il nostro è dunque un tempo di discernimento, che ci invita a vagliare l’essenziale e a costruire su di esso», un tempo «di sfide e di opportunità».
Francesco si chiede quindi quali prospettive indicano Padri i fondatori per affrontare le sfide che ci attendono. Le risposte sono nei pilastri sui quali essi hanno inteso edificare la Comunità economica europea: la centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro. «A chi governa – quindi per il Papa – compete discernere le strade della speranza, identificare i percorsi concreti per far sì che i passi significativi fin qui compiuti non abbiano a disperdersi».

I migranti e il benessere che tarpa le ali

Francesco afferma che «non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza. La questione migratoria pone una domanda più profonda, che è anzitutto culturale. Sottolinea come la paura spesso avvertita trovi «nella perdita d’ideali la sua causa più radicale». Senza «una vera prospettiva ideale si finisce per essere dominati dal timore che l’altro ci strappi dalle abitudini consolidate, ci privi dei confort acquisiti, metta in qualche modo in discussione uno stile di vita fatto troppo spesso solo di benessere materiale». Al contrario «la ricchezza dell’Europa è sempre stata la sua apertura spirituale e la capacità di porsi domande fondamentali sul senso dell’esistenza. «Il benessere acquisito sembra invece averle tarpato le ali, e fatto abbassare lo sguardo». L’Europa – ha detto ancora Francesco – ha un patrimonio ideale e spirituale unico al mondo «che merita di essere riproposto con passione e rinnovata freschezza e che è il miglior rimedio contro il vuoto di valori del nostro tempo, fertile terreno per ogni forma di estremismo».

Quale speranze oggi?

L’Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze. Al contrario, la sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità «è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale». Per ritrovare speranza serve «l’ascolto attento e fiducioso delle istanze che provengono dai singoli, dalla società e dai popoli» europei. Purtroppo, «si ha spesso la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee», spesso «percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione».
Papa Francesco ricorda che «l’Europa è una famiglia di popoli» e la Ue «nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze». Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità. I Padri fondatori – riprende il Papa – scelsero proprio questo termine come cardine delle entità che nascevano dai Trattati. «Oggi l’Unione Europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto “comunità” di persone e di popoli consapevole che «bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti».
L’Europa ritrova speranza quando investe nello sviluppo e nella pace. Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche. «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace», affermava Paolo VI, non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria.
Il Papa ricorda che «non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria» o là dove «manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso», o «nelle periferie delle nostre città, nelle quali dilagano droga e violenza».
Ai giovani bisogna offrire «prospettive serie di educazione, reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro». L'Europa ritrova speranza «quando investe nella famiglia, che è la prima e fondamentale cellula della società. Quando rispetta la coscienza e gli ideali dei suoi cittadini. Quando garantisce la possibilità di fare figli, senza la paura di non poterli mantenere. Quando difende la vita in tutta la sua sacralità».