Opinioni

Nuovi media. Una lezione dal caso della foto ritoccata di Kate Middleton

Gerolamo Fazzini sabato 16 marzo 2024

Se torniamo di nuovo sulla vicenda della ormai celebre fotografia ritoccata da Kate Middleton non è solo perché continua a tener banco sui media britannici, ma perché si presta a qualche riflessione sul valore del giornalismo professionale e sulle differenze tra questo e l’“informazione” che viaggia sui social.

I fatti. Tra domenica e lunedì scorsi, su molti media internazionali, appare una foto di Kate Middleton, la moglie del principe William d’Inghilterra; è ritratta sorridente, insieme ai figli. L’immagine suscita molto interesse perché nelle settimane precedenti l’assenza mediatica di Kate, sottopostasi da poco a un intervento chirurgico, aveva alimentato dubbi circa il suo stato di salute. Poche ore dopo, le principali agenzie di stampa del mondo - Associated Press, Reuters, e AFP - decidono di rimuovere la foto dai loro archivi fotografici, motivando la decisione col sospetto che sia stata modificata. L’interessata, il lunedì, si trova a dover ammettere che «come molti fotografi amatoriali faccio occasionalmente esperimenti di ritocco delle foto». E si scusa col pubblico.

Così come Kate, oggi - grazie ai social media – milioni di persone ogni giorno non solo diffondono immagini, ma confezionano “notizie”. Lo fanno in modo amatoriale, il che, di per sé, non è da intendersi in senso negativo. I giovani che, con i loro cellulari, hanno raccontato le proteste in Egitto durante la Primavera araba non erano dei professionisti, ma hanno fatto informazione, eccome. Proprio come i tanti che, in questi mesi, caricano in Rete immagini e video del conflitto in Ucraina o nella Striscia di Gaza. Si chiama “citizen journalism” ed è una delle nuove, straordinarie possibilità che le tecnologie attuali consentono.

Alcune caratteristiche fondamentali, tuttavia, distinguono il “citizen journalism” dal giornalismo praticato da professionisti. La prima: il cronista “amatoriale” è sì, spesso, testimone oculare di un fatto, ma non è tenuto (e normalmente non lo fa perché non lo può fare) a verificare la sua “notizia”, a incrociarla con altre fonti. La seconda: il frammento di realtà che l’autore di un post su un social racconta è un puntino. Prezioso, ma solo un puntino. Mentre compito del giornalismo è quello di “unire i puntini”. Ovvero: restituire il contesto, gerarchizzare le informazioni e dar loro una “cornice di senso”.

Sta qui l’abissale differenza tra reportage e inchieste fatti come si deve e le tonnellate di “frammenti di verità” di cui i social quotidianamente ci inondano. Nel 2019 la giovane attivista statunitense Feroza Aziz si procurò una meritata notorietà grazie a un video in cui, fingendo di fare un tutorial di make-up, denunciava la condizione di oppressione cui è sottoposta la minoranza uighura in Cina. Ma da chi la ragazza ha avuto quelle news, se non da giornalisti professionisti (il New York Times, ma non solo), che hanno indagato pazientemente, per mesi? Tutto questo, ovviamente, ha un costo ed è per questo che la fruizione dei social è gratuita, mentre il giornalismo si paga (o almeno si dovrebbe).

Pure il giornalismo di qualità, beninteso, è esposto al rischio dell’errore. Se è vero quanto ha scoperto il Sun, popolare tabloid inglese, persino il prestigioso settimanale Time nel 2021 sarebbe incorso in un clamoroso scivolone, pubblicando in copertina una foto, stavolta di Harry e Meghan, nella quale i capelli di lui sarebbero più folti che nella realtà. A differenza di tanti leoni da tastiera, però, se una testata seria si accorge di aver sbagliato nel dare una notizia la corregge. E si scusa.

A metà ottobre l’ha fatto, ad esempio, il quotidiano israeliano Haaretz, dopo aver inizialmente attribuito all’esercito di Israele la responsabilità dell’attacco a un ospedale di Gaza City colpito, nei fatti, da Hamas. Tutto questo sui social normalmente non accade: Kate ha fatto mea culpa perché era stata smascherata. Dai social, certo. Ma, soprattutto, da testate affidabili, che meritano la fiducia del pubblico, così come il costo di un abbonamento.