Opinioni

Il direttore risponde. Sofferenza e speranza: voci e gesti da ritrovare

Marco Tarquinio lunedì 6 aprile 2015
Caro direttore, anche a Erbil (Iraq) abbiamo celebrato il Venerdì Santo con il nostro piccolo crocifisso: silenzioso, umile ma forte, così come Gesù ci ha insegnato a essere. Sta lì nel campo profughi, dentro la piccola tenda adibita a Chiesa. I bambini lo portano in processione, tutti contenti, alcuni nelle loro tuniche bianche. I grandi restano in solenne silenzio. Hanno tanto da pensare: pensano al dolore, pensano a ciò che hanno lasciato, pensano alla sofferenza che hanno vissuto e al fatto che nessuno la può cancellare. Solo la fede può lenire la ferita e a questa fede, loro, si aggrappano tenacemente. Il rito inizia. Tutti in silenzio. Si sentono solo le voci e i risolini dei bimbi, che neanche in questo pomeriggio di dolorosa memoria rinunciano alla loro vitalità. L’odore dell’incenso mi ricorda il Venerdì Santo nel mio paese, in Italia. Sono lontana migliaia di chilometri da casa, ma la fede in Dio e la vista di quel crocifisso annullano la distanza, ci accomunano tutti in un unico momento, in un unico “luogo”. L’odio e la follia dell’autoproclamato “Stato islamico” non sono riusciti a fermare, o addirittura a negare, il nostro senso cristiano. E non ci riusciranno mai. In Iraq tentano di distruggere qualsiasi segno di cristianità: vogliono sradicarci, annullarci, cancellare una profonda e lunga memoria, un’esperienza viva. Ma Dio c’è sempre, soprattutto in questi luoghi di sofferenza. Basta guardarsi intorno, direttore, e possiamo sentirlo.
Sarah Volpini, Erbil
 
Caro direttore, lavoro per una organizzazione non governativa, sono mamma di due bimbi e, immagino, come tutti noi ho provato dolore e senso di colpa davanti all’immagine della bambina siriana che scambia la macchina fotografica per un’arma (voi l’avete pubblicata mercoledì scorso, 1° aprile, a pagina 2). Ma, si sa, le emozioni sono sempre fuggevoli. E, allora, io e un gruppo di mamme (cattoliche) ci stiamo chiedendo cosa poter fare concretamente. La risposta è che non lo sappiamo, per questo chiedo anche a lei e ai suoi colleghi di “Avvenire”, come lo chiedo a tutte le Ong e a ogni altra testata giornalistica cattolica, che cosa ne pensiate. Abbiamo manifestato contro tante guerre e mai mosso un dito per questa e per ciò che sta avvenendo in Nigeria, in Libia e ora in Kenya. Chiedo al mondo cattolico e alle Ong: dove siamo? Quando e come possiamo farci sentire? Perché non lanciare una manifestazione che, contemporaneamente, dalle capitali europee chieda all’Onu un intervento per fermare questa violenza? So che ognuno di noi è impegnato nelle proprie battaglie quotidiane, ma so anche che da soli non andiamo da nessuna parte. E soprattutto so che in questa Santa Pasqua Gesù è risorto e ci dona lo Spirito Santo che tutto può.
Ilaria Venturi, Terni
 
Un giornale come “Avvenire” può, al tempo stesso, molto e poco. Può, care amiche, essere specchio veritiero della realtà e credibile cassa di risonanza di voci e storie, di pensieri e iniziative, di sofferenze lancinanti e speranze autentiche, di vita vera. Anche solo pubblicando o ripubblicando, come facciamo qui a lato, le foto che ci avete inviato o segnalato. Ma può anche diventare «specchio opaco» di tutto questo, rassegna inutile di fatti “notiziabili” secondo i criteri in voga. Siamo tra quanti – per scelta di libertà, per senso di giustizia e, dunque, per amore – non si rassegnano a essere «bronzi che risuonano e cembali che tintinnano». Per questo, giorno dopo giorno, non distogliamo lo sguardo e non sospendiamo la cronaca e l’impegno di opinione sui terribili «pezzi» di «guerra mondiale» che la signora Ilaria richiama con tanta dolorosa partecipazione e che, dal Kurdistan iracheno, la signora Sarah, racconta dalla parte delle vittime, offrendoci un Venerdì Santo tra i profughi cristiani, scampati alla violenza e all’oppressione jihadista dell’Is. Noi di quest’altra parte del mondo siamo “incolumi”, e lo siamo non per merito nostro, ma grazie alla pace nella libertà e nella giustizia (le ritroviamo sempre quelle parole, che sono speranza e pietra d’inciampo…) costruita dai nostri padri e dalle nostre madri con fatica e dolore, tra serie contraddizioni e slanci sostenuti dall’alta moralità di chi sa fare i conti col passato. Anch’io credo che a noi, comunque la pensiamo, credenti o no, spetti di esserne degni. Perciò, per quel poco o quel molto che può un giornale, assieme ai miei colleghi, cerco di far sì che noi tutti – gli “incolumi” – cominciamo a chiederci e a chiedere conto a chi ci governa e in diversi modi condiziona la vita dei popoli di ogni azione e inazione, di ogni sufficienza, di ogni distrazione, di ogni complicità col male che si compie, la guerra che viene lasciata divampare, la persecuzione civile e religiosa che viene capziosamente minimizzata o addirittura negata, e con ciò stesso perpetuata, di fatto consentita, indirettamente legittimata. Ho detto “chiederci” prima di richiamare, ancora una volta, le responsabilità di quelli che hanno potere politico ed economico, perché come la signora Ilaria, ritengo che tutte le persone di coscienza e di fede debbano dire e fare molto di più per scuotere alle basi, cito papa Francesco, quella «cultura dell’indifferenza» che qui, di fronte alla persecuzione e al martirio degli innocenti, rivela uno dei suoi volti peggiori. Insieme, è vero, ci si può riuscire. E con la testimonianza vera a cui ci chiama il Papa. Sarebbe bello se già domani in tutta Europa si cominciassero ad alzare, facendo coro di diversi accenti, voci libere e forti contro l’odio e la sopraffazione, un movimento continuo e senza timidezze che reclami pace nella libertà e nella giustizia. I cristiani, ma non solo loro, intendono bene che sono essenziali nomi dell’amore. È di questo impegno che faccio augurio pasquale a ogni lettore.