Opinioni

Si costruisca un nuova clima. Leader all’altezza della migliore società

Carla Collicelli giovedì 28 gennaio 2021

Questo inizio d’anno e di decennio e la crisi politica che lo sta improvvidamente accompagnando sono costellati di auguri, appelli, impegni e pianificazioni ispirati alla resilienza e alla rinascita. Il dramma della pandemia ha sicuramente contribuito allo sviluppo di una particolare sensibilità rispetto alla necessità di lavorare per un futuro migliore, sia per sé sia per il proprio contesto di vita. Ciononostante il primo mese del 2021 non ci sta risparmiando nella nostra realtà sociale momenti di odio e sopraffazione, proteste violente e forme di contrapposizione spinta fino all’eccesso della negazione dell’altro.

Eppure l’esperienza che stiamo vivendo, come la Memoria della Shoah che abbiamo appena celebrato, dovrebbe averci insegnato che non ci potrà essere futuro migliore né nascita a nuova vita se non ci saranno assunzioni di responsabilità, rispetto reciproco e impegno collaborativo, individuale e collettivo per la giustizia e la solidarietà.

Per rendere materia viva le aspettative di inizio anno e le parole migliori sinora echeggiate nella crisi, occorre rendersi conto che la realtà attuale e le dinamiche sociali tra persona, comunità e modelli di sviluppo sono da ripensare, e che chi si candida a leadership politiche e di governo deve aver chiaro che c’è da lavorare nella direzione del coordinamento di tante scelte individuali di responsabilità sociale, con attenzione per i due messaggi più saggi e promettenti che ci sono stati proposti.

Da un lato l’invito formulato dal presidente Mattarella a essere «costruttori responsabili, seri e collaborativi», e dall’altro quello espresso da papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, che ci sprona a impegnarci per la solidarietà e la fratellanza. Come ci ha ricordato Mattarella bisogna «pensarsi dentro un futuro da costruire insieme» e «occorre un piano di ripresa concreto, efficace, rigoroso, e un’Italia che ricuce e dà speranza».

E come sta scritto in Fratelli tutti nella parte di analisi dei mali del presente: «Il sogno di costruire insieme sembra un’utopia di altri tempi» eppure «godiamo di uno spazio di corresponsabilità capace di avviare nuovi processi e trasformazioni». Due messaggi che interpretano, essi sì, la parte migliore dello spirito dei tempi. E questo spiga le adesioni espresse nel mondo della cultura laica e cristiana del nostro Paese.

Ciò nonostante l’Italia, come del resto il mondo intero, sembra non uscire da un tracciato, purtroppo ormai consueto, fatto di contrapposizioni e di posizionamenti autoreferenziali. Che sfociano, appunto, in conflittualità diffuse (o peggio). Come se i tanto apprezzati richiami alla necessità di costruire insieme il nostro futuro di giustizia e solidarietà rimanessero sopiti nell’animo di ciascuno, senza riuscire a trovare un terreno comune di azione sul piano politico, sociale e culturale.

Perché questa scissione? Un primo motivo è da ricercare nella involuzione che si è verificata soprattutto nell’Occidente più avanzato rispetto al perseguimento degli obiettivi di giustizia sociale e di rispetto dei diritti umani dei soggetti più fragili. L’ulteriore aggravamento delle disuguaglianze sociali ed economiche ne è testimonianza. Il che provoca, come testimoniato anche dai dati del Radar Swg del 17 gennaio scorso, il venir meno della fiducia nel modello economico imprenditoriale occidentale, scesa in 10 anni dal 52% al 34%, e crollata soprattutto nel solo anno della pandemia dal 40 % al 34%. Si mette così a dura prova anche il rapporto fiduciario con la politica e con le istituzioni.

Un secondo motivo ha a che fare con il logoramento del contesto sociale per quanto riguarda in modo particolare le dinamiche relazionali tra persone, gruppi, comunità. Una questione che viene da lontano. L’accelerazione dello sviluppo tecnologico e della comunicazione di massa hanno spinto gli individui in una condizione di isolamento e di ripiegamento su sé stessi, rinunciatario rispetto alla realtà comunitaria, in una sorta di anarchia indifferente ed individualistica. L’indagine Swg già citata ci descrive un 'tracciato emotivo' degli italiani al 15 gennaio dominato da incertezza, tristezza e rabbia. Coloro che pensano che «gli italiani devono abituarsi al fatto che le generazioni future vivranno peggio di come vivono loro» sono passati in un anno dal 55% al 60%.

Si pone ora, però, un’occasione nuova, data dalla possibilità di tramutare il dramma della crisi pandemica in opportunità in termini di resilienza comunitaria. È il tema del superamento dell’individualismo, verso una filosofia positiva centrata sulla mediazione tra soggetto e sistema sociale in un percorso dialettico virtuoso, responsabile e collaborativo. Auspici positivi da questo punto di vista possono essere rintracciati in un dato davvero positivo del Radar Swg: gli atteggiamenti solidaristici crescono dal 54% al 56% nell’ultimo anno, ribaltando il trend negativo che li aveva visti scendere sino al 48% nel 2016.

Per ora solidarietà ed altruismo sono presenti soprattutto nella cerchia di amici (68%) e tra i parenti (66%), e molto meno nei confronti dei poveri (47%) e dei disabili (53%). Ma è da lì che è possibile partire per quella resilienza trasformativa, di cui oggi si parla. Questa svolta non può che basarsi sulla realizzazione del bene comune attraverso il superamento della rassegnazione, dei personalismi e dei sentimenti di sfiducia, di conflitto e persino d’odio, per costruire rispettosi e fruttuosi livelli di collaborazione tra istituzioni, corpi intermedi e comunità, in un’ottica di sussidiarietà collaborativa. E se, nei prossimi critici giorni, l’esempio venisse proprio dai Palazzi della politica non sarebbe certo un male.