Opinioni

Giovedì Santo. Il Papa a Rebibbia: quelle pene degne di abbraccio

Giuseppe Anzani venerdì 3 aprile 2015
I giorni della Pasqua cristiana sono giorni di croce e di gloria, ore di tenebra e di vita, segni di annientamento e di trionfo. Pensarli non in sequenza di tempi, ma in modo simultaneo vedere nell’Uomo Gesù torturato e trafitto che muore il Dio che 'regna dal legno' è la più scandalosa provocazione della fede. Scandalo e follia, agli occhi umani. Troppo grande l’insperabile grazia d’esser sciolti dal terrore della morte per quella morte trapassata e vinta dalla vita risorta, liberati dal male per quel tremendo male che è il supplizio del giusto fatto verme e non più uomo, puliti dalle infinite colpe che ci torturano la coscienza, semmai un barlume ne fosse rimasto, dentro le nostre quotidiane disperazioni.  Pasqua è Lui, il crocifisso risorto. Inchiodato mani e piedi, 'innalzato' da terra per tutti attrarre e abbracciare con quelle braccia prigioniere, «per liberare dalla morte i morti» come rammentava Ungaretti. Lui, il solo innocente, condannato da sentenze umane e ferocia di folla, bersaglio d’un’ingiustizia che tutti contagia, che ci fa prigionieri dei nostri deliri. Che altra libertà cerca, infatti, il sogno ricorrente di metter giustizia nei rapporti fra gli uomini scrivendo su codici e gazzette le migliaia di regole e divieti e precetti e minacce e castighi, senza fermare il moto perpetuo del male che sta nel cuore, e rinasce ogni volta obbediente alla inversa regola, dura e dogmatica, del tornaconto e dell’egoismo? È questo disamore perverso la radice che genera le infinite croci seminate nel mondo. Non penso solo a quelle che striano di sangue la grande storia, o affamano e stremano le masse umane, opprimono i poveri, rapinano e saccheggiano la terra. Penso alla stortura d’un’idea, d’una civiltà, che sembra vestirsi d’un’etica rovesciata nel celebrare la vittoria dei potenti, dei ricchi, o anche dei normali che 'sanno vivere', con disprezzo per i poveri, gli esclusi, i marginali, i fragili, le vite sconfitte di nessun conto, gli scarti.  Fra gli esclusi, ultimi sono gli espulsi. Per chi intende la pulizia sociale come difesa dal contagio dei 'delinquenti', l’istituzione carceraria è pensata come discarica della schiuma. Non è esattamente quello che c’è scritto nei testi di legge, ma è un pensiero che serpeggia e che spegne l’attenzione al profilo disumano delle carceri, croci di massa; e forse fa dimenticare che l’obiettivo è redimere e mutare il cuore, non inchiodare gli anni di vita a un infecondo tormento. In questi giorni di Pasqua, proprio la condizione dell’uomo deviante, con la sua pena dell’anima oltre al patimento del corpo imprigionato, diventa il segno della fragilità che invoca una salvezza senza osare sperarla. Fragilità comune, se il numero scuro dei delitti nascosti o impuniti è oltre l’80%; e dunque non catalogata dalle sbarre, dietro le quali transitano anche migliaia di innocenti.  Il Papa ieri è andato a Rebibbia a dire la Messa e a lavare i piedi ai detenuti. Il gesto di Gesù servo, il segno dell’amore nella sua ultima sera. Francesco ci ha abituato ai gesti di predilezione concreta per gli ultimi, per le periferie, per le povertà. Ieri l’abbiamo visto, quasi in una lunga liturgia d’ingresso, salutare, toccare, baciare quei volti; e abbiamo visto, dentro il folto gruppo, nella massa, ognuno tornare a essere uno. Nel dare e ricevere la stretta di mano, il bacio che non tradisce, c’era in ciascuno la singolare somiglianza di ogni fratello abbracciato; degni di abbraccio anche i volti dove il dolore ha scavato il suo segreto e che noi teniamo per socialmente lebbrosi.  Il gesto di Gesù servo, la lavanda dei piedi, e insieme la parola che può rianimare i disperati, perché spesso in carcere c’è chi si dà da solo una condanna peggiore delle sbarre, la convinzione d’esser reietto: «Gesù vi ama, l’amore di Gesù è senza limite, senza fine, personale; non si stanca, non si stanca di perdonare, di abbracciare», ha detto Francesco nel breve commento al Vangelo. Un Vangelo che non si riesce a capire, se non si accoglie lo scandalo e la follia del farsi servi, gli uni per gli altri, per liberare l’uomo dal suo male, dal suo dolore, dalle sue catene, dalle sue infinite prigioni. Cioè lo scandalo e la follia dell’amore.