Opinioni

Crisi più dura, doveri più forti. L'ora dei nervi d'acciaio

Massimo Calvi giovedì 6 giugno 2013
L'Italia è ancora la settima potenza industriale del mondo, ma la grande crisi ha distrutto in poco più di 5 anni il 15% del potenziale manifatturiero del nostro Paese. Lo ha certificato ieri il Centro studi della Confindustria lanciando l’ennesimo allarme sul futuro produttivo e sulle speranze di una ripresa vicina delle opportunità di lavoro. Il contesto peraltro è già drammatico, nei record negativi che inanella: la disoccupazione in Italia, ha rilevato l’Istat pochi giorni fa, corre verso il 13%, mentre i giovani in cerca di un impiego sono quasi il 42%.È il volto numerico di una "guerra" che ciascuno di noi, in un modo o nell’altro, sta sperimentando in prima persona: o perché il lavoro è venuto meno all’interno del proprio nucleo familiare, o perché c’è comunque almeno un parente o un amico stretto che si trova ormai in difficoltà. È la conseguenza di un "problema" molto più ampio, e che non vede soluzioni immediate, ma del quale è facile intuire la gravità. Tanti anni di crisi non si superano in pochi trimestri. E forse questa è la cosa che meno riusciamo a percepire o tendiamo a rimuovere, mentre andrebbe valutata con maggiore attenzione. Per quanto frutto di un’elaborazione astratta, uno studio della Cgil diffuso pochi giorni fa ha reso bene l’idea del contesto in cui rischiamo di cadere qualora rinunciassimo al controllo: 63 anni sono il tempo che, avanti di questo passo, servirebbe al nostro Paese per tornare ai livelli occupazionali di prima del 2007, cioè prima che scoppiasse la "bolla" dei mutui americani.L’insieme dei numeri e delle previsioni, non riuscendo comunque a interpretare i singoli drammi personali, ha un senso quando aiuta a trasmettere almeno un’immagine aggregante. Come di naufraghi sulla stessa barca, di un Paese che o si salva unito o non si salva per niente. La tenuta di uno spirito fraterno? Forse. Così ci sono fatti che dovrebbero allarmare, prima ancora delle previsioni. Ad esempio quanto avvenuto ieri a Terni, dove una manifestazione degli operai dell’acciaieria Ast, che con ansia attendono di conoscere il loro futuro dopo che lo stabilimento è stato messo in vendita dalla multinazionale finlandese Outokompu, è terminata in uno scontro con le forze dell’ordine che ha riconsegnato l’immagine choc del sindaco della città con la testa insanguinata. La ricostruzione dell’accaduto è passata nel giro di poche ore dall’eccesso della polizia alla provocazione dei manifestanti, dai racconti verbali ai video, dai manganelli agli ombrelli. Tensioni e torsioni che non servono.Il paradosso della «Acciai speciali Terni» è anche quello di uno stabilimento che deve tornare sul mercato perché le regole in Europa hanno a cuore più il rispetto delle proporzioni della concorrenza che non a quelle della realtà e del lavoro delle persone. Stravolgere i valori, non evita alcun disastro e produce aberrazioni. Il punto vero, però, è non sottovalutare incidenti come questo, persino a prescindere dalle dirette responsabilità. Perché se è vero che l’Italia ha finora dimostrato una tenuta sociale "rara" e per tanti incomprensibile alla luce della situazione che le cifre descrivono, è anche assodato che l’equilibrio in situazioni come questa può rompersi in fretta e per molto poco.I morti alla Thyssen, il travaglio dell’Ilva, ora le tensioni a Terni. È emblematico e forte che il campanello suoni sempre qui, nel pianeta dell’acciaio, il materiale che ha fatto dell’Italia una delle maggiori potenze al mondo; il settore che molto meglio di altri raffigura il bivio davanti al quale si trovano l’industria nazionale, le previsioni produttive di un Paese, il destino del lavoro e del suo stesso significato, il rispetto dell’ambiente e della dignità della persona umana. Il futuro è anche non agitare, non offrire pretesti, considerare le ricadute. Governare. E non si dice forse «nervi d’acciaio»?