Opinioni

Oltre i tirocini. Lavoro: altra faccia del caso Italia

Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi giovedì 6 aprile 2017

Il prossimo primo maggio ricorrerà non solo la festa del lavoro ma anche il terzo anno dall’avvio di Garanzia giovani. Un piano ambizioso, finanziato con 1,5 miliardi di euro dedicati dalla Commissione Europea all’Italia, rafforzati dal cofinanziamento del nostro Paese. Il piano aveva come obiettivo non tanto quello di trovare un lavoro ai giovani scoraggiati e a quelli disoccupati, quanto quello di accrescere la loro occupabilità soprattutto per gli inattivi, un esercito di oltre due milioni di ragazzi che hanno perso ogni speranza e desiderio di lottare per una occasione di inserimento nel mercato del lavoro. Uno scopo quindi che andava oltre al respiro di sollievo per aver collocato un ragazzo per un periodo breve, ma che guardava alla costruzione di competenze di mestiere e di quella maturità professionale, possibile mediante lo sviluppo integrale della persona, che solo può permettere di orientarsi e navigare nelle acque burrascose del mercato del lavoro contemporaneo.

È ben vero che in Italia il tema del lavoro dei giovani è più oggetto di talk show e polemiche di giornata (da ultimo il veemente dibattito, nato attorno a una battuta del ministro Poletti, se sia meglio un buon curriculum o il calcetto), che di attenta analisi per comprendere cause e possibili soluzioni. Eppure basterebbe studiare con attenzione la relazione appena pubblicata dalla Corte dei conti europea per capire la gravità del modo con cui viene affrontato il tema della occupazione dei nostri giovani anche in presenza di grandi finanziamenti. Violenti scontri politici e ideologici, tanti annunci ma poca o nessuna capacità gestionale e organizzativa senza che vi sia mai qualcuno che si assuma la responsabilità delle scelte sbagliate e degli insuccessi.

Soprattutto alcuni dati della relazione sembrano interessanti e illuminanti, uno su tutti. Se nella media dei sette Paesi analizzati le offerte di "tirocinio" con le quali si è concluso il percorso di Garanzia giovani sono il 13%, in Italia il numero è quattro volte superiore, pari al 54%. Seguono i posti di lavoro veri e propri con il 31% (rispetto alla media dell’80%), i percorsi di istruzione pari all’11% (tre volte superiori alla media) e l’apprendistato, con un 5% che ci allinea agli altri Paesi. La maggior parte dei fondi stanziati quindi sono stati allocati per finanziare percorsi di tirocinio, in un numero nettamente superiore agli altri Paesi, tanto da configurare una vera e propria anomalia italiana. In un Paese come il nostro, che si è bloccato per mesi sul nodo dell’impiego dei voucher, fino a giungere alla conclusione di eliminare con l’acqua sporca il bambino, è urgente riflettere sull’uso dei tirocini.

Uno strumento prezioso per avvicinare i giovani al mondo del lavoro, che tuttavia, in un numero crescente di casi, viene piegato ad altre finalità finendo per generare abusi sistematici. E purtroppo l’analisi delle offerte di stage presenti sul portale del piano europeo ha mostrato come la maggior parte di essi fossero impieghi dal dubbio valore formativo. Spesso il tirocinio con Garanzia giovani è stato utilizzato come un modo di ridurre ulteriormente il costo del lavoro per profili che avrebbero senza alcun problema occupato persone con contratti di lavoro. A ben vedere è proprio nella scelta di non investire nel lungo periodo sui giovani il limite dell’attuazione piano. Non si tratta di accontentarsi infatti di misure di breve termine, fossero anche rappresentate da tirocini genuini, ma di costruire sui talenti delle nuove generazioni.

Tutte le altre forme di incentivazione serviranno a produrre qualche risultati di cui onorarsi nei mesi a venire, ma sfuggono il vero problema. Per questo l’apprendistato è ancora lo strumento migliore per investire sul futuro, perché parte dal talento del giovane e lo inserisce direttamente nelle realtà produttive per plasmarlo facendolo diventare un mestiere vero e proprio. E non si tratta di insistere nella costruzione di profili iper-specializzati, tanto avanzati oggi quanto obsoleti domani, ma di abilitare processi di apprendimento in situazioni reali, che possano formare tutte quelle attitudini che servono oggi per muoversi nella trasformazione che stiamo vivendo.