Cambiare il Fiscal Compact. L’errore che più pesa
L’ Europa è in recessione per la seconda volta dalla nascita dell’euro. La disoccupazione è a livelli record, con un giovane su due senza lavoro in Spagna e uno su tre in Italia. A questi giovani viene detto che si sta pensando a loro con le politiche di austerità che diminuiranno il fardello degli oneri del debito e creeranno spazi per la riduzione delle tasse e la ripresa della domanda. Eppure continuano a essere vittime dello spread proprio i Paesi maggiormente impegnati in massicci sforzi di risanamento, generando la situazione paradossale di un trasferimento di risorse unilaterale dai Paesi in difficoltà ai Paesi più ricchi. E questi ultimi, concentrati sulle proprie faccende interne, continuano a centellinare il sostegno ai partner in difficoltà.
Come in una paradossale versione del noto apologo, Achille (i governi dei Paesi più indebitati) non riesce mai a raggiungere la tartaruga (stabilizzare o ridurre il rapporto debito/Pil) perché a ogni tentativo di riduzione del debito la cura troppo recessiva fa crollare il Pil così che il rapporto continua ad aumentare invece che scendere. Lo stesso accade al rapporto spesa pubblica sul Pil: la spesa pubblica si riduce a costo di grandi sacrifici, ma l’effetto recessivo sul Pil è tale che il rapporto spesa pubblica/Pil continua a essere elevato e a richiedere nuovi interventi. La risposta dei sacerdoti del rigore, che dicono che la cura non è abbastanza dura, sembra quella di coloro che per non accettare il fallimento della loro terapia si difendono dicendo che il paziente non l’ha attuata sino in fondo mentre nessuno vuole vedere che è la cura stessa che tramortisce la domanda interna e blocca le possibilità di ripresa.
Tutto questo rischia di rialimentare la speculazione in parte sopita dagli annunci di quest’estate del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. Ogni qual volta la Bce tenta di arginare la speculazione arrivano puntuali le rimostranze della Bundesbank o di esponenti del governo tedesco a vanificarne la credibilità e ad alimentare le aspettative di crollo dell’euro, che è l’unica vera causa della speculazione contro i debiti sovrani. Il fallimento delle prescrizioni di politica economica imposte dalla troika è evidente.
La logica e gli indicatori di disciplina fiscale di Maastricht non sono più attuali, in quanto formulati in un contesto in cui i singoli Stati potevano decidere in maniera indipendente la condotta della politica monetaria e fiscale. Con l’avvento della moneta unica, i governi nazionali possono controllare esclusivamente il saldo primario e pertanto qualsiasi obiettivo formulato in base a indicatori che contengano la spesa per interessi, influenzata in maniera determinante dalla speculazione, non è perseguibile autonomamente, ma comporta la cooperazione della Bce. Una drastica riforma istituzionale è ormai improcrastinabile. E alla vigilia di un importante Consiglio straordinario dei capi di Stato e di Governo della Ue è utile ricordarlo. Non è concepibile che i governi nazionali sottoscrivano impegni su variabili al di fuori del loro controllo.
Bisogna urgentemente riscrivere le regole di disciplina fiscale chiedendo la modifica del 'Fiscal Compact' , in modo che gli obiettivi di consolidamento fiscale siano basati esclusivamente sul saldo primario. Così come formulato, infatti, il 'Fiscal Compact' equivale alla firma di una 'cambiale in bianco' agli speculatori da parte dei Paesi sotto attacco. Con questa politica – o meglio non-politica – ci ritroviamo come vasi di coccio tra grandi potenze economiche che usano spregiudicatamente le svalutazioni del cambio, le loro ricchezze in termini di materie prime, i controlli sulla finanza e sui movimenti di capitale e i divari di costo del lavoro mettendoci in perenne difficoltà. Le difficoltà che stiamo vivendo sono uno stimolo a puntare sulla qualità e la competitività, ma tutto questo non basta per contrastare forze così potenti e determinate.
Solo l’Europa può aprire a vantaggio degli Stati membri una nuova stagione di politiche macroeconomiche che, pur basate su vincoli di bilancio seri e ragionevoli, possano rilanciare la domanda interna, impegnandosi al contempo in una strategia volta a portare verso l’alto la convergenza del costo del lavoro a livello mondiale Nell’attesa dell’arrivo dei 'nostri' (il cambiamento delle politiche europee) una strada per far ripartire la crescita superando il vicolo cieco del paradosso di Achille e la tartaruga, del rigore che non riesce a far ripartire il Paese, è sul piano interno quella – giova ripeterlo – di un nuovo Patto Fiscale che, in nome dell’equità, aggredisca l’evasione vincolando le somme recuperate alla riduzione della pressione fiscale.
Tuttavia qualsiasi operazione di risanamento potrà dare i suoi frutti a condizione che vi sia una revisione del 'Fiscal Compact' che spunti le armi alla speculazione. Solo premiando chi sta facendo sforzi enormi di risanamento (mettendo a repentaglio la salute dei cittadini, l’istruzione e il lavoro dei giovani), l’Europa può sopravvivere. Continuare testardamente con politiche rigoriste assurde e prive di ogni fondamento teorico ed empirico sarebbe un errore letteralmente devastante.