Opinioni

Editoriale. Il razzismo è venuto prima delle razze

Rosario Aitala domenica 18 febbraio 2024

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Il razzismo è venuto prima delle razze. L’arbitraria attribuzione di diverso valore alle persone in base a caratteri fisici, nazionali, linguistici e culturali, reali o presunti, non è solo ripugnante fatto culturale, nasce come strumento della politica. Non è la degenerazione della teoria delle razze, l’ha inspirata. La razza è un pretesto per il razzismo.L’umanità ha spesso considerato i popoli sconosciuti come barbari, arretrati, incivili, ma solo fra la fine del diciottesimo e la prima metà del diciannovesimo secolo viene elaborata una tassonomia pseudoscientifica della specie umana che è ripartita in «razze» gerarchicamente ordinate, con quella bianca in cima. Dai caratteri del soma ereditari e comuni a certi gruppi di individui si fanno discendere qualità intellettive e caratteriali. Le idee razziste si traducono in pratiche discriminatorie e persecutorie, emarginazioni, violenze, stermini. Antisemitismo e antigitanismo evolvono in genocidio.

L’idea delle razze umane è destituita di fondamento. Le scienze antropologiche dimostrano in modo inequivocabile che i geni umani si distribuiscono, mutano e si ibridano continuamente e che la combinazione delle nostre componenti genetiche non è graduabile su scale valoriali. Gli esseri umani non sono più o meno intelligenti, più o meno buoni o cattivi per il fatto di essere nati con certi caratteri fisici o culturali. Esiste una sola razza, la razza umana.La contemporaneità è avvelenata da odio razzista. Antisemita, antislamico, antigitano, anticristiano. Suprematista, neonazista, neofascista, omofobo. Ci sono stolti che urlano invettive razziste negli stadi e altri che coltivano sciocchi sentimenti di superiorità verso chi implora aiuto solo perché sono nati in sorte sulla sponda «buona» del mare comune o il lato «giusto» di un confine tracciato da uomini, non dal padreterno.

Ci sono implicazioni più ampie e più gravi. Il razzismo è intimamente legato alle atrocità di massa, è la premessa del processo di disumanizzazione delle vittime che precede la commissione dei crimini internazionali. Il carnefice può uccidere, torturare, stuprare, discriminare in quanto non riconosca nelle persone di cui abusa esseri degni di sé stesso e dei propri pari, portatori di quel valore e quella dignità che spettano a ogni essere umano per il semplice fatto di essere tale. Se le vittime sono non-uomini, le violenze e persecuzioni sono non-disumane, giustificate, doverose: questo il macabro sillogismo. La propaganda che anticipa il Male identifica così le vittime con il nemico, che è giusto, necessario neutralizzare, annichilire per «difendersi».

In questi giorni la mala pianta del razzismo trova nuova e paradossale legittimazione nell’ideologia woke, da awake, «sveglio», nel senso di «coscienza risvegliata». La corrente di pensiero nasce in America in seno al movimento Black Lives Matter in nome del progressismo, ma invece di puntare all’universalità trascende in separatismo, segregazione e in guerre di vittimismi fra appartenenti a comunità che si percepiscono come minoranze minacciate, costrette a difendere i propri diritti e la propria stessa sopravvivenza. Dogmatico quanto una religione, il movimento woke si professa antirazzista, ma mentre sostiene il razzismo irreparabile dei bianchi e la necessità di azioni positive in favore delle altre «razze», postula l’irrimediabile diseguaglianza delle persone, finendo per accettare i presupposti avvelenati dell’arbitrio razzista. E allo stesso tempo scatena violente rappresaglie reazionarie. Eterogenesi dei fini. Certe scuole e università americane segregano gli studenti per razza o identità sessuale rendendo «luoghi di cura», «gruppi di affinità», «gruppi di sostegno» di fatto obbligatori. «Trappole identitarie», nella formula di Yasha Mounk, che si propagano alla società, ripartita in tribù e sette per razza, etnia, nazionalità e identità sessuale. Si legittimano nuove, odiose forme di apartheid e si riporta la razza a criterio di classificazione personale e sociale, dunque norma discriminatoria.

E dentro i rifugi-prigioni in cui si polverizzano gli assetti sociali le ideologie universali muoiono o sopravvivono solo in «radicali forme di disperazione» - parole di Oliver Roy. Pericolo mortale per la civiltà multiculturale. In alcune università di élite americane va in scena il suicidio della libertà di espressione. Dopo i massacri del 7 ottobre e la reazione di Israele si moltiplicano iniziative sempre più violente e radicali. Non solo legittime voci a difesa del popolo palestinese che a Gaza vive atroci sofferenze e discriminazioni, a tutela del diritto internazionale, della vita e della dignità di tutti gli esseri umani. Manifestazioni di odio antisemita, apologie di reato, aggressioni verbali e fisiche nei confronti di incolpevoli studenti ebrei. Sentite a Capitol Hill, nell’ambito di un’inchiesta parlamentare, le presidenti di Harvard, del Massachusetts Institute of Technology e della Penn University, rispondono in modo catastrofico. Giustificano le apologie del genocidio e della violenza antisemita con la libertà di espressione. Proprio loro che non di rado si inchinano alla violenta ortodossia estremista, autoreferenziale e capricciosa di studenti che insultano, irridono e pretendono la cacciata di professori e oratori non allineati al pensiero unico. Una disfatta etica che ricorda la polizia svedese che protegge e quasi incoraggia i barbari che insolentiscono e bruciano il Corano, per «tutelarne» la libertà di pensiero. O i gendarmi che a Nizza, nella Francia traumatizzata dal terrorismo jihadista del 2016, preda del laicismo e del secolarismo più estremi, costringono una donna velata in lacrime a spogliarsi in spiaggia e la multano. Una scempiaggine cui ha fatto eco l’estate scorsa la denuncia di un sindaco italiano dell’indecorosa abitudine dei musulmani di fare il bagno in mare... vestiti. Interessante riscrittura del concetto di pudore, dal latino pudere, “sentir vergogna”, sul quale si esercitavano i giudici cinquant’anni fa per decidere quanti centimetri di pelle fosse lecito esporre in pubblico senza finire in carcere. A ciascuno le conclusioni, tenendo a mente due formule e una lezione.

La prima recita: la libertà trova limite in quella altrui. Un gioco di bilanciamento fra libertà contrapposte, per esempio fra esprimere un’opinione e non essere offesi. Ciò che chiamiamo «tolleranza», che non significa subire, sopportare a malincuore ma accettare, accogliere e rispettare convinzioni altrui anche profondamente diverse dalle proprie. La seconda: la libertà comporta doveri e responsabilità. Nei confronti anzitutto dei più deboli. Il popolo che ha sofferto l’inimmaginabile non può negare i diritti fondamentali a un altro popolo, ha detto il presidente Mattarella celebrando il giorno della Memoria. Rammentando che i diritti umani di ciascuno sono irrinunziabili, ovunque, e che la reazione al Male tale da determinare drammatiche conseguenze sugli innocenti rischia di suscitare nuove leve di odio e risentimento. Cioè altri razzismi, barriere fra noi e gli altri. Nel giorno del Ricordo il presidente ha poi richiamato la «lugubre geografia dell’orrore» al nostro confine orientale. Il campo della Risiera di San Sabba dove i nazisti, anche con la complicità di italiani, sterminarono ebrei, partigiani e oppositori. E la Foiba di Basovizza, che inghiottì incolpevoli civili italiani assassinati dai titini. È una lezione da non dimenticare mai, anche negli altri trecentosessantatré giorni dell’anno. Quando edifichiamo la nostra memoria collettiva intorno al male, le ingiustizie e le persecuzioni che abbiamo patito e ignoriamo o sminuiamo i lutti e le sofferenze causati agli altri, noi siamo razzisti. Quando piangiamo solo i nostri morti, quando giustifichiamo ogni nostra condotta ingiusta con i torti subiti, noi siamo razzisti. È l’eredità avvelenata di una storia che non è mai finita. Un passato che non passa.