Opinioni

Il caso Torino. Assessorato alle famiglie, la sovversione della realtà

Luciano Moia martedì 12 luglio 2016
Quando parla di famiglia la Costituzione sbaglia. Provare per credere. Prendiamo la nostra Carta e arriviamo all’articolo 29: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Non c’è scritto «matrimonio tra uomo e donna» perché 70 anni fa nessuno poteva non tanto proporre, ma anche solo immaginare combinazioni diverse. In ogni caso, ora sappiamo che quell’articolo va riscritto perché nasconde un grave svarione. Parla – come è evidente – di una famiglia «astratta», «irreale», che si fonda su «stereotipi e credenze confessionali». Se avesse privilegiato la promozione della “vita concreta” avrebbe dovuto rinunciare alle ingerenze delle lobby clericali che in tutti questi anni – come è sotto gli occhi di tutti – hanno lavorato per affermare un’idea e una prassi familiare fuori da ogni realtà. Questa documentata analisi arriva da un esperto di famiglia come Nichi Vendola che domenica ha affidato a “Repubblica” le sue riflessioni sulla necessità di arrivare in fretta ai decreti attuativi per la legge sulle unioni civili. No, aspettate, non girate subito pagina. Non vogliamo tornare sulla coerenza genitoriale dell’uomo che quando parla di diritti civili si dimentica di inserire nell’elenco anche quelli delle donne povere, soprattutto dei Paesi più poveri, costrette dal bisogno a prestare il proprio corpo per pratiche umanamente inaccettabili come l’utero in affitto. Eppure Vendola e l’uomo che gli è compagno l’argomento dovrebbero conoscerlo molto da vicino. È questa la vita “reale” a cui Vendola fa riferimento? Ci piacerebbe anche sapere quali sarebbero gli stereotipi a cui pensa, parlando e sparlando di famiglie. Cerchiamo allora di definire la realtà per quello che è, senza quegli occhiali confessionali che ci accusano di indossare. I dati Istat sono abbastanza concreti? E allora basta leggerli con un po’ d’attenzione per scoprire che in Italia vivono circa 14 milioni di nuclei familiari, di cui il 62 per cento formato da genitori e figli (sempre più spesso un figlio solo, purtroppo). E tra quei genitori, se dobbiamo credere all’Istat, ci sono 13 milioni e 990mila eterosessuali e 7.513 omosessuali. E quanti sono i figli di queste coppie? La cifra uscita dal Censimento del 2011 parlava di 529 minori. Troppo pochi? Può essere che negli ultimi cinque anni, complice la diffusione della gravidanza surrogata e della fecondazione eterologa tra coppie lesbiche, la cifra sia raddoppiata? Mah, in assenza di statistiche credibili, ammettiamolo con beneficio d’inventario. In ogni caso si tratta di una cifra sideralmente lontana dai “centomila figli di coppie omosessuali” sbandierati dalle lobby lgbt durante la discussione della legge Cirinnà. E adesso che si torna sull’argomento per sollecitare l’approvazione del decreto attuativo – in cui qualcuno vorrebbe infilarci norme da similmatrimonio già stralciate dal Parlamento – rispuntano guarda caso, le analisi ideologiche e le letture, queste sì, completamente sganciate dalla realtà dei fatti.  Una tentazione in cui mostra di essere caduta anche la nuova sindaca di Torino, Chiara Appendino, che per giustificare la scelta di Marco Alessandro Giunta, esponente arcigay, come assessore alla Pari opportunità con delega alla famiglia, ha fatto propria la tesi vendoliana della famiglia “astratta” e di quelle, al plurale, “reali”. Ignoriamo la causa che ha scatenato il contagio ideologico. Ma, proprio per evitare che la pandemia dilaghi, dobbiamo dirlo con chiarezza. La vita “astratta”, i numeri gonfiati, le interpretazioni distorte arrivano da coloro che, come Vendola e Appendino, pretendono di guardare il mondo della famiglia con il binocolo rovesciato. Si illudono di vedere situazioni antropologiche che non esistono o che, nel migliore dei casi, rappresentano percentuali tanto minimali da non incidere sulla collettività. Non vuol dire che anche a queste situazioni non sia dovuto totale rispetto e piena dignità. Non sono in discussione l’attenzione umana e la necessità di riconoscere quei diritti che la legge sulle unioni civili infatti prevede. Significa non scambiare la parte – in questo caso, piccolissima parte – con il tutto. Non elevare a “vita concreta” ciò che comunque rappresenta un’eccezione, derubricando invece a “vita astratta” quella di 14 milioni di famiglie fondate su una coppia donna-uomo. Sono questi i nuclei che rappresentano un insostituibile patrimonio di bene comune per la società. Sono queste le famiglie che, con il loro impegno di testimonianza feconda, con i loro sforzi educativi, con la loro capacità di essere ponte tra le generazioni, passaggio biologicamente coerente tra le radici e il futuro, sono garanzia di benessere e di civiltà per tutti. Sono queste che, pur tra fatiche, sacrifici e ferite, incarnano la vita reale, ordinaria, bella e concreta. Pretendere diversamente è un esercizio di supponenza ideologica che trasforma la rivendicazione dei diritti in imposizione culturale tanto astratta quanto falsa e fastidiosa.